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Articolo 21 - Editoriali
Il saltafosso di Berlusconi: prima il voto, poi il Quirinale
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di Pasquale Cascella

Sarebbe bastato poco per fare chiarezza sul ruolo del presidente della Repubblica, presente e futuro. Sarebbe stato sufficiente misurarsi con il merito della denuncia mossa da Massimo Dâ??Alema, e prima ancora da Giuliano Amato, sullâ??ambiguità con cui Silvio Berlusconi ha annunciato di poter mettersi in corsa, nella prossima legislatura, tanto per palazzo Chigi quanto per il Quirinale. Come se lâ??una o lâ??altra carica, e ancor più la funzione di governo e quella istituzionale di garanzia possano essere interscambiabili.
Qual è, in effetti, il «pericolo» additato dal presidente dei Ds? Che dopo le diverse e continue prove di forza sulla magistratura, la Corte istituzionale, le autorità indipendenti, lâ??assolutismo maggioritario che ha già mosso il processo di revisione della Carta costituzionale finisca per provocare surrettiziamente la rottura persino dellâ??equilibrio costituzionale che pone il capo dello Stato al di sopra delle parti, quale che sia quella da cui proviene, e lo rende garante del corretto rapporto tra i poteri democratici.
Se nessuno, nel centrodestra, cova il disegno di trascinare anche la più alta autorità istituzionale nel calderone plebiscitario, perché non dirlo esplicitamente? Invece, dai tanti maggiorenti della Casa delle libertà scatenatisi contro il presidente dei Ds, con un profluvio di polemiche, accuse e persino insulti, non è arrivata una sola parola decisiva per risolvere il caso. Aperto, si badi bene, non dallâ??interpretazione di Dâ??Alema, ma dallâ??ambivalente annuncio del premier nella conferenza stampa della fine dello scorso anno. A conferma che nessuno, in quelle file, è sicuro che lâ??assetto politico-istituzionale attuale possa reggere allâ??urto delle prossime scadenze elettorali. A cominciare dallo stesso Berlusconi che si è acconciato a collocare tra le «tante possibilità» del gioco politico proprio quellâ??ipotesi del Quirinale a lungo esclusa, anche con una certa arroganza, quando erano i suoi alleati del cosiddetto subgoverno (An e Udc) ad avanzarla, prefigurando una competizione non traumatica per la leadership.
Allora - si ricorderà, dopo la seconda clamorosa sconfitta alle amministrative - Berlusconi giudicò lâ??ipotesi di scarso potere, se non offensiva sul piano personale. Ed è tornata a liquidarla anche dopo il tracollo delle europee, anche sulla base della esclusione della soluzione presidenzialista nel processo forzato di revisione della Costituzione negoziato con Umberto Bossi. Appunto, se la scelta compiuta, in questa sede, per il premierato assoluto, non dovesse più corrispondere alle smodate ambizioni di Berlusconi, la stessa logica deformata del fai da te maggioritario dovrebbe indurre il centrodestra a cogliere lâ??occasione delle nuove letture parlamentari per correggere il tiro, essendo in tutta evidenza il premierato forte incompatibile con il presidenzialismo. Discutibile finché si vuole, e in effetti da sempre discussa dal centrosinistra, una trasparente correzione in senso presidenzialista restituirebbe almeno una qualche coerenza alla vocazione plebiscitaria del leader pigliatutto. Ma se questo ripensamento non câ??è, e non se ne ritrova traccia alcuna nelle veementi prese di posizione di queste ore, può voler dire solo che Berlusconi affida il proprio ruolo futuro, politico o istituzionale che sia, a una ulteriore alterazione del rapporto tra quei poteri dello Stato già pesantemente sbilanciati nel testo di riforma imposto dalla maggioranza in Parlamento. Questo, infatti, prevede un forte ridimensionamento dei poteri del presidente della Repubblica, a cominciare dalla nomina del capo di governo per finire allo scioglimento delle Camere, a tutto vantaggio del premier forte dellâ??investitura popolare. Al presidente della Repubblica resterebbero solo le funzioni di garanzia legate, più che altro, alla rappresentanza unitaria dello Stato. Ma per quanto residuale possa essere, questo potere resta pur sempre lâ??unico contrappeso allo strapotere della maggioranza. Lo sarebbe ancora qualora la stessa elezione del presidente della Repubblica rientrasse in una logica spartitoria tutta interna alla maggioranza? Questo, infatti, Berlusconi ha prefigurato nella sceneggiata di fine anno: «Ancora è tutto da sistemare il panorama futuro... Io sono a disposizione per il miglior assetto possibile, con gli uomini su cui bisogna contare. Vedremo come si mettono le cose».
Si vedrà, insomma, alle elezioni. A cominciare dalle regionali prossime venture, in cui Berlusconi comincia a giocarsi la reinvestitura a leader pigliatutto, come rivela lâ??ostinazione opposta alle liste dei governatori (che potrebbero sottrarre voti al suo partito personale) e lâ??ossessione di abbattere la par condicio per poter «vendere» la propria immagine come la Coca cola. Per finire, appunto, alle politiche, concepite non come una normale prova della democrazia dellâ??alternanza, ma alla stregua di un giudizio di Dio legittimante tanto delle forzature passate (leggi ad personam in primis) quanto di quelle future.
Lo schema, a ben vedere, è lo stesso già sperimentato nel 2001, quando Berlusconi impose il proprio nome nel simbolo elettorale della coalizione di centrodestra, con il recondito disegno di usare la maggioranza elettorale (non va dimenticato che il centrodestra non superò il 50% dei consensi) alla stregua di una investitura popolare. Allora il centrosinistra si lanciò alla rincorsa, con il nome del candidato Francesco Rutelli, anche se come mera indicazione politica e con lâ??esplicito impegno a portare a compimento il bipolarismo. Ma Berlusconi non si è certo fatto scrupoli nel trasformare quel surrogato di dialettica bipolare in un comodo alibi per lo stravolgimento dei vincoli e delle regole della incompiuta transizione istituzionale. E non è affatto detto che dietro la sortita di fine anno non ci sia un calcolo speculare. In fin dei conti, se pure dovesse essere approvata la revisione costituzionale berlusconizzata (e non è affatto scontato), di sicuro non sarà operativa al momento del voto politico del 2006, avendo il centrodestra interesse a fare in modo che il referendum oppositivo già annunciato dal centrosinistra non si svolga prima. Anzi, lâ??interesse è duplice, se si dovesse spacciare in campagna elettorale quel ticket interscambiabile, tra presidente del Consiglio e presidente della Repubblica, che la riforma costituzionale del centrodestra non contempla ma che a Berlusconi serve per dirottare sul piano plebiscitario il carattere politico della sfida bipolare. Che, poi, sia davvero lui a spostarsi al Quirinale o la candidatura tocchi al fedele Gianni Letta, è indifferente al fine di neutralizzare la voglia di competizione che cova nel centrodestra. E che forse spiega anche la reticenza degli alleati sul risvolto dellâ??allarme di Dâ??Alema che, da quella parte, investe lo stesso ruolo politico di quanti, in attesa di un qualche segno di crisi della potenza berlusconiana, si arrendono allâ??impotenza.

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