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Articolo 21 - Editoriali
Aspettando Giuliana: pensiamo al ruolo e all'aggiornamento della figura professionale dell'inviato di guerra
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di Maurizio Torrealta

Desiderio fortemente che l'annuncio dell' imminente liberazione di Giuliana Sgrena si traduca in realtà,  e  con questa speranza nel cuore vorrei provare a porre delle domande su quello che sta  succedendo agli inviati occidentali in Iraq. E per farlo vorrei svolgere alcuni passaggi di un  ragionamento.

 A)      Se analizziamo le immagini piu'  famose che hanno rappresentato il conflitto in Iraq ci rendiamo conto che le  2 o 3 immagini più conosciute come ad esempio quella dell' uomo incapucciato sopra la seggiola, torturato nel carcere di Abu Graib o quella di Saddam nella sua cella, non sono state scattate da giornalisti ma da militari. La terza immagine, quella più famosa, quella  che  mostra un medico bianco che ,con i  guanti  di gomma, ispeziona  la cavità orale di un Saddam Hussein, è una immagine  costruita dal  Dipartimento  dell ' Informazione dell'esercito e  non potrebbe essere diversamente,  il medico che ispreziona Saddam è alto , illuminato dalla  luce, biondo, asettico ,Saddam è nel buio, più basso, sottomesso ,  circondato come una bestia dalla  barba incolta e dai capelli arricciati. Prendiamo spunto da questa evidenza per ipotizzare che in questa guerra più che in altre la  capacità informativa dei giornalisti si è notevolmente  ristretta.

B) Quasi tutti gli inviati sopratutto quelli televisivi (eccetto Giuliana Sgrena  e pochi altri ), sia per  i continui  collegamenti che devono realizzare  nelle diverse edizioni dei telegiornali , sia per la peggiorata situazione di sicurezza, difficilmente lasciano  le  zone adiacenti all 'albergo dove si trovano e ancora più raramente  raccolgono informzioni autonome su quello che sta succedendo nel Paese.  La maggioranza di questi non è in grado di parlare  l'arabo  e se deve spostarsi lo fa solo con la scorta .   Non voglio discutere qui delle giustissime ragioni che rendono questa scelta necessaria anzi indispensabile  nello scenario che  ho appena  descritto.

C) Quello che vorrei suggerire alla riflessione dei colleghi è la possibilità di  immaginare un modello produttivo differente. In altre parole varrebbe la pena di  ridiscutere profondamente la  figura dell inviato di Guerra , sempre pronto a partire  per zone  di conflitto e sempre poco attrezzato a capirne le profonde  ragioni e a seguirne  gli sviluppi in momenti successivi.

D) Se  guardiamo bene il modo in cui ha lavora Giuliana Sgrena ci rendiamo conto che lei  è l' esatto opposto dell'inviato  di guerra: per andare nelle  zone calde non aspetta che scoppi un conflitto anzi  spesso segnala le tensioni e gli atriti prima che assumano  la forma del conflitto e  se ne   occupa anche nei periodi successivi.  Ha creato contatti ed e' in grado di seguire l' evolversi di una situazione nel tempo senza dover dipendere dalle valutazioni di terzi, conosce l' arabo, i suoi   articoli  testimoniano la  sua ricerca autonoma e la sua  indipendenza di giudizio.

E) Non vale la pena di farsi promotori presso le nostre redazioni di un modello produttivo diverso? Un modello che si sottragga a questo tuttologismo e a questo presenzialismo che la figura dell Inviato di Guerra  rischia di incarnare. Un modello diverso che  proponga  un inviato per aree  geopolitiche  che conosca,  almeno a livello base, la lingua del paese e possa in  missioni successive creare la rete di contatti e di conprensione che  permetta poi non solo da valutare autonomamente la situazione  ma anche di  fare valutare ad altri il  nostro  lavoro e la  correttezze dei nostri servizi. Un modello di lavoro  diverso che permetta,  se lo meritiamo (e questo è senz'altro il caso di Giuliana) la stima  e la garanzia  di una rete di persone che vivono e lavorano  nell'area di cui ci occupiamo..

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