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Articolo 21 - Editoriali
Il Nostro Fallimento
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di Paolo Flores dâ??Arcais

da L'Unità

Alla fine di luglio, lanciammo (Carlo Bernardini, Andrea Camilleri, Sandrone Dazieri, Domenico De Masi, don Andrea Gallo, Lidia Ravera, Marco Travaglio, Gianni Vattimo ed io) l'idea di un candidato alle primarie che non fosse espressione dei partiti, ma potesse rappresentare la stagione dei movimenti (troppo presto conclusa. Provvisoriamente, si spera). Indicammo anche un indirizzo mail dove raccogliere le adesioni. In due settimane le adesioni raccolte hanno raggiunto il numero di 130. Non è poco: è NIENTE. Forse meno dei parenti di primo grado dei firmatari l'appello. � vero che qualcuna delle adesioni è collettiva, ma è anche vero che qualcuno, per disperato entusiasmo, ha aderito due volte. Insomma, speravamo di interpretare un bisogno diffuso. Era invece solo il malinconico wishful thinking di una risibile minoranza di minoranza. Non si tratta di una sconfitta. Si tratta di un fallimento privo di sbavature, di un fallimento pieno e perfetto. Proviamo almeno a ragionarlo. I queruli laudatores della partitocrazia potranno, con questo nostro rotondo fallimento, portare nuovi vasi al loro pregiudizio, e sentenziare che la società civile é già tutta rappresentata - nel bene e nel male (per il centro-sinistra nel bene, ça va sans dire) - dagli apparati esistenti e dai loro leader. Riceveranno, per questo, l'unanime plauso di politici e media. � il minimo che si debba al servo encomio, tanto più se volontario. Vacche grasse, per il pensiero unico. Purché durino. Perché, a ben guardare, il nostro fallimento può voler dire l'opposto. Il giorno stesso in cui l'Unità pubblicava il nostro wishful thinking, Corrado Augias ospitava (nella sua rubrica su La Republica) la lettera di un «libraio di sinistra» che raccontava i commenti sempre più frequenti che ascoltava tra i suoi clienti, di disaffezione e ostilità verso un'opposizione subalterna, inciucista, omologata. Elettori di sinistra ormai decisi a considerarsi ex, decisi cioé a non votare più né Rutelli né Fassino né Bertinotti, tanto non cambierebbe granché rispetto allo schifo e alle macerie del vigente regime. E concludeva, il «libraio di sinistra», dopo una succinta silloge delle inadempienze dell'opposizione, che anche lui aveva deciso lo sciopero del voto. Lettere di questo genere arrivano a tutti i giornali democratici. Discorsi di questo genere li ascoltiamo sempre più spesso. Non solo tra «intellettuali», come i cantori del servo encomio immaginano e forse auspicano, ma tra le casalinghe a spesa nei mercati, tra i fedeli dopo la messa domenicale, nelle frequentazioni di ombrellone. Nella vita quotidiana di elettori antiberlusconiani, che sempre meno vedono nei Rutelli, Fassino, Bertinotti i rappresentanti possibili del loro abissale scontento, della loro indignazione senza più sponde.
Il nostro fallimento, insomma, è probabilmente assai più grande. Se pochi intimi hanno aderito all'appello per una candidatura che richiamasse la stagione dei movimenti, forse vuol dire che anche questa ipotesi viene sentita ormai come inutile, come interna a una opposizione partitocratica che si giudica definitivamente persa per una alternativa al regime, definitivamente compromessa e invischiata. Perciò, chi le prossime elezione le vuole vincere davvero (Prodi, ad esempio) sarà bene che di questo stato d'animo crescente tenga certosinamente conto. Perché basta che una piccola percentuale faccia seguire davvero agli attuali umori (giustificatissimi) lo sciopero del voto, perché i rosei sondaggi di oggi si rovescino nell'incubo di un regime trionfante. Che non farà prigionieri (già lo ha fatto in questi anni, ma al peggio antidemocratico non c'é mai fine).
Noi, il nostro piccolissimo contributo alla sconfitta di Berlusconi abbiamo provato a darlo (e continueremo, fino all'ultimo minuto di urne aperte). Ma le primarie, che avrebbero potuto essere momento di vera partecipazione e mobilitazione, senza un candidato della «stagione dei movimenti» sono un'occasione già consumata, una inutile conta per poter rivendicare, tra Rutelli, Fassino e Bertinotti, le rispettive quote di influenza. Su un candidato, Romano Prodi, che nessuno vuole come vero leader.
Che la nostra non sia ermeneutica tendenziosa lo dimostrano proprio le vicende delle ultime settimane. A tener banco, nella decadenza del paese, la questone Rai e quella Bankitalia. Prodi impedì qualche mese fa l'operazione bipartisan, auspicata da Berlusconi, che voleva Petruccioli alla presidenza e un suo uomo alla direzione generale (sembrava accontentarsi di Cattaneo, fedele solo al 99%, ma l'appetito vien mangiando). Oggi la stessa soluzione è stata «conquistata» da Rutelli-Fassino-Bertinotti. Romano Prodi polemizzò più volte con la mancanza di imparzialità di chi doveva essere arbitro nel gioco finanziario, e custode della tradizione liberale di Einaudi, Baffi, Ciampi. E non c'era ancora la prova provata delle intercettazioni, del verminaio di intrecci fra interessi indecenti, ammiccamenti, espliciti riferimenti a conti correnti di «ringraziamento», roba che se davvero si desse retta a Piero Ostellino (che per l'agire finanziario invoca libertà e repressioni sul modello americano) già sarebbero in galera eccellenti e intoccabili vecchi e nuovi (in proprio e in consorte). Ma il centrosinistra di Rutelli-Fassino-Bertinotti ha sguazzato per settimane nella palude della «cautela» (Rutelli un po' meno, questa volta, a onor del vero. Bertinotti un po' di più, a compensazione). Ben venga dunque il codice morale invocato da Biagi, Sartori, Sylos Labini, Tabucchi e Veltri. Ben venga, perché la loro coerenza garantisce che intendono qualcosa di serio e vincolante, qualcosa di inaggirabile e di incompatibile con qualsiasi logica di inciucio e di berlusconismo senza Berlusconi.
Speriamo che, al loro fianco, non si trovino solo i 130 (più nove firmatari) inguaribili donchisciotte che per il centrosinistra auspicavano delle primarie vere. Speriamo che il loro numero e la loro intransigenza impediscano ipocrisie di apparato, quei sì accompagnati da codicilli e distinguo che valgono peggio di un no, perché trifolano e diluiscono fino all'innocuità anche le proposte più energiche.
Codice morale e primarie vere potevano essere le due ali di un rinnovamento indispensabile. Che ne resti almeno una, per impedire che il nostro futuro sia solo tra l'immondo regime di oggi e un berlusconismo soft e senza Berlusconi domani.

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