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Articolo 21 - Editoriali
La cultura spenta da Murdoch
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di Giulio Gargia

da Avvenimenti

Prima ha comprato Cultnetwork, poi ha licenziato il direttore Fasoli, infine ha deciso di cambiare
il canale

Massimiliano Fasoli è un po?? sconcertato. Non tanto per essere stato inopinatamente sostituito dalla guida di Cultnetwork, unico canale satellitare italiano che programmava cultura 24 ore su 24. Ma perché, dopo di lui, anche il canale è stato licenziato. Nel senso che, da dicembre, sparirà dal panorama televisivo. Per espressa volontà di Murdoch, che lo ha comprato sei mesi fa.
Ci faccia capire, Fasoli. Cos??è successo davvero? Perché vi chiuderanno?
? quello che vorrei sapere anch??io. La prima motivazione, in questi casi, è economica. Ma Cultnetwork aveva dei costi di gestione limitatissimi. Uno staff di sole nove persone. Con 7 milioni di euro all??anno riuscivamo a garantire l??intera stagione televisiva. Significa che le nostre produzioni costavano 11-12mila euro l??ora, di media. Questi costi erano noti agli uomini di Murdoch quando hanno trattato per comprare il canale. Tant??è che pensavamo che volessero rilanciarlo, investire in una nicchia di mercato che può dare ottimi frutti, con un??audience qualificata e prestigiosa. E invece prima hanno rimosso me. E questo si può capire. Arriva una nuova proprietà, mette i suoi uomini alla guida. Ma poi, hanno deciso di licenziare tutti. Per cui, a dicembre, sulle frequenze di Cultnetwork non si sa quali programmi andranno. Insomma, non so dire i motivi veri, ma non si tratta di una normale ristrutturazione aziendale.
Lei ha un??ipotesi?
Posso solo immaginare: Murdoch ha una strategia globale, gioca a scacchi con le tv di tutto il mondo, può essere che questo marchio e queste frequenze satellitari gli servano per un piano in cui i programmi culturali non sono previsti. Magari cambierà anche il marchio Cultnetwork.
Ma fino ad ora di chi era il canale?
La proprietà era di una società di Filadelfia, il maggior azionista era Michael Kennedy, che gli affari principali li fa nel settore dei bicchieri di plastica. La tv era una sorta di lusso voluto dal fratello. Ma erano i padroni ideali. Una volta deciso il budget, non intervenivano mai. Anche perché dei problemi della cultura italiana davvero non gli interessava granché.
A Murdoch sì, se vi ha comprato...
Così sembrava, in un primo tempo. Da gennaio di quest??anno fino a giugno hanno trattato. L??affare è stato definito e al mio posto è stato designato un colombiano, Diego Londono, un uomo di marketing. Si pensava a una figura transitoria, in attesa di un nome del settore, invece adesso si è capito che vogliono smantellare tutto.
Insomma, morale: la cultura in tv è come la principessa di Castiglia, tutti la vogliono e nessuno la piglia.
Apparentemente, invece, l??interesse è molto alto su questi temi, soprattutto nella stampa. E devo dire che i nostri risultati, 650mila spettatori a settimana - secondo l??Eurisko - non sono affatto da buttare. Anche perché per noi cultura in tv non significava pedagogia. Cultura non dev??essere mai sinonimo di noia. Noi abbiamo parlato di cultura e arte come cronaca del divenire della nostra esistenza, riportando i mutamenti dell??industria del consumo dell??immaginario. Insomma, siamo stati una specie di coscienza critica della società mediatica.
Ma questo non dovrebbe essere il compito di un servizio pubblico ?
Da cittadino, direi di sì. Noi l??abbiamo fatto perché non lo faceva nessuno.
Qual è il maggior ostacolo alla diffusione della cultura in tv?
L??Auditel. Oggi in Italia le rilevazioni dell??ascolto sono strutturate in maniera tale da penalizzare innovazione e qualità dei programmi, e ancor di più dei contenuti. Se fosse abolito o riformato l??Auditel finirebbe lo strapotere delle concessionarie pubblicitarie e si aprirebbero nuovi spazi per chi vuole fare una tv diversa.

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