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Articolo 21 - Editoriali
Israele, sconfitto Netanyahu. Il Likud a rischio scissione
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di ma.de.*

Sharon ha vinto a sorpresa una nuova battaglia, infliggendo di misura una sconfitta in seno al comitato centrale del Likud al suo grande rivale Benyamin Netanyahu, determinato a sostituirlo al più presto nella carica di capo del partito e del governo. Con 100 voti di scarto, i 3000 membri dell'esecutivo del più grande partito di destra hanno respinto la mozione di Netanyahu, che chiedeva di anticipare a novembre l'elezione del nuovo leader, confermando invece la scadenza naturale di aprile, sei mesi prima delle prossime elezioni politiche. L'ex-ministro delle finanze puntava invece a anticipare le primarie contando sull'onda dello scontento in seno al partito contro il ritiro da Gaza per battere Sharon e sostituirlo. Per il premier era invece, al contrario, importante allontanare il più possibile l'elezione del nuovo leader dalle immagini dei coloni cacciati dalle loro case nella Striscia per aumentare le proprie chances di sconfiggere lo sfidante.

L'esito del voto contraddice l'ultimo sondaggio, pubblicato ieri dal quotidiano israeliano Maariv, che prometteva al campo di Netanyahu l'appoggio del 50,7% dei membri del comitato centrale, contro solo il 42,3% a Sharon. Lunedì invece 1433 membri dell'esecutivo si sono pronunciati contro l'anticipazione delle primarie, 1329 in favore, ha indicato il ministro Zahi Hanegbi. La partecipazione al voto è stata del 91,4%. «Stasera abbiamo perso per pochi voti» ha detto Netanyahu dopo l'annuncio dei risultati, ''ma alla prossima occasione vinceremo». «Attorno a noi - ha aggiunto - abbiamo numerosi sostenitori, una corrente di idealisti, pronti anche ad andare contro il vento, a resistere alle pressioni pur di difendere l'ideologia del Likud».

Il rapporto fra Sharon e il suo partito rischia comunque di rimanere non facile: nemmeno stasera il premier è riuscito a rivolgersi ai membri del Comitato centrale. Sharon, dal ranch del Neghev, ha suggerito a un collaboratore di parlare alla platea mediante il suo telefono cellulare. Ma quando il collaboratore ha avvicinato l'apparecchio a un microfono, le parole del premier sono state coperte da fischi stridenti. Nemmeno un nuovo microfono ha risolto la situazione e Sharon ha dunque rinunciato. «Il premier voleva dire che vi ama»... ha poi informato il pubblico la parlamentare Ruhama Avraham.

Sul fronte palestinese, intanto, il presidente Abu Mazen punta l'indice verso il movimento Islamico Hamas che, con i suoi lanci di razzi contro Sderot e altre cittadine israeliane adiacenti a Gaza, ha provocato pesanti rappresaglie militari dello Stato ebraico. Abu Mazen ha rotto gli indugi e ha affermato con estrema chiarezza, secondo alcune fonti pare anche durante un colloquio telefonico con il capo di Hamas in esilio, Khaled Mashaal, che la responsabilità dell'esplosione che venerdì scorso ha causato la morte di 20 palestinesi a Jabaliya (Gaza) deve essere attribuita non a Israele ma al movimento islamico che aveva portato alla sua parata militare ordigni e razzi. Hamas continua a sostenere che la carneficina sarebbe stata provocata da missili sparati da aerei israeliani senza pilota, e che questo giustificherebbe gli attacchi per ritorsione contro il territorio israeliano: ma pochi ormai, anche fra i palestinesi, credono a questa versione.

E così Hamas si è trovato costretto a fare marcia indietro. Il movimento integralista ha annunciato la fine del bombardamento del territorio israeliano, e ha riaffermato la volontà di rispettare la tregua proclamata nel marzo scorso. Un annuncio sul quale senza dubbio hanno pesato le operazioni militari israeliane e il malumore crescente tra la gente, che dopo il ritiro da Gaza dei coloni e dei soldati dello Stato ebraico spera di vivere in un clima di pace e non di guerra. I dirigenti del movimento islamico sembrano avere commesso un grave errore di valutazione non prevedendo che Israele avrebbe reagito al lancio di razzi Qassam contro le sue città riprendendo i raid e gli omicidi mirati di suoi attivisti e lanciando una campagna di arresti in Cisgiordania. Negli ultimi due giorni sono stati incarcerati circa trecento miliziani e dirigenti di Hamas, e della Jihad islamica, tra cui importanti leader come Hassan Yusef e Mohammed Ghazal che dovevano rappresentare i candidati di punta dell'organizzazione in Cisgiordania alle elezioni legislative del 25 gennaio 2006.

Il passo falso di Hamas, frutto di una visione strategica evidentemente limitata, è stato accolto con una certa soddisfazione dalla leadership dell'Anp, che pure in pubblico condanna la violenza della rappresaglia militare israeliana. Gli ultimi avvenimenti sembrano dare più forza all'azione di Abu Mazen volta a mettere fine al caos e a togliere il controllo delle città palestinesi ai miliziani. Il panorama politico palestinese resta comunque instabile. Barcolla vistosamente il primo ministro Abu Ala che dovrà affrontare tra qualche giorno in Parlamento una mozione di sfiducia che rischia di porre fine al suo governo. Il ministro per la pianificazione, Ghassan Khatib, invece, ha escluso novità di rilievo. «A quattro mesi dalle elezioni è arduo pensare a un nuovo premier e a un nuovo governo. Dopo il voto di gennaio invece ci saranno cambiamenti importanti», ha previsto. Secondo fonti ben informate Abu Mazen potrebbe sostituire Abu Ala con l'attuale vice premier e ministro dell'informazione Nabil Shaath.

*da l'Unità

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