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Articolo 21 - Editoriali
Sciopero, perché ci sono sempre meno diritti per chi lavora
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di Roberto Natale*

Sei giorni di sciopero in due mesi. Da 15 anni almeno a questa parte non câ??era mai stata, nella categoria dei giornalisti, una vertenza cosi` aspra per ottenere il rinnovo del contratto nazionale. E non câ??era mai stata una vertenza che con tanta nettezza mettesse al centro la questione delle fasce deboli dellâ??informazione. Perche` la distanza in tema di aumenti di stipendio c`e` e pesa, ma non e` su di essa che si e` bloccata la trattativa. Gli editori, anzi, avrebbero concentrato volentieri la discussione soltanto sui soldi: pronti magari a mostrarsi â??generosiâ?, se il sindacato avesse accettato di mollare sullâ??ostinata difesa dei diritti del lavoro precario.

E invece i giornalisti italiani stanno tenendo: in grandissima maggioranza seguono le indicazioni della Fnsi anche in questa tornata di scioperi, di fronte a editori e direttori che non si vergognano nemmeno di regalare ricchi premi pur di dividere il fronte della protesta (come e` successo a â??Panoramaâ?, dove circolava lâ??offerta di un impianto televisivo â??home theatreâ? per ciascuno di coloro che avessero scelto di lavorare). Lo sciopero riesce perche` e` penetrato in profondita`, nel corpo della categoria, lâ??allarme per un processo di precarizzazione rispetto al quale nessuno puo` dirsi al sicuro. Eâ?? sempre piu` chiaro lâ??intento degli editori di â??smontareâ? le redazioni, di saltare il rapporto con i giornalisti â??garantitiâ? delle redazioni, quelli che - forti delle loro tutele contrattuali - possono puntare i piedi sui contenuti delle notizie. Molto meglio, invece, moltiplicare la rete di collaboratori, pagati una miseria a pezzo (si puo` scendere fino 5 euro per articolo) e impossibilitati a discutere alcunchĂ©, pena la fine del rapporto.

Del resto gli editori possono dire di interpretare un certo â??spirito del tempoâ?: dalla loro hanno la legge 30, quella che ha riscritto le regole del mondo del lavoro a vantaggio delle imprese, e fin qui hanno rigettato ogni ipotesi di ridiscutere con il sindacato dei giornalisti le sue modalitĂ  di applicazione al lavoro delle redazioni. Noi non ci rifiutiamo di ragionare sulla flessibilita`. Ma la Fieg vuole una precarietĂ ` senza fine e senza regole, in cui lâ??assunzione a tempo indeterminato arriva, se e quando arriva, dopo i 40 anni (come capita anche in tante redazioni Rai); spaccia per â??modernita`â? la polverizzazione dei rapporti di lavoro; liquida come chiacchiere prive di senso i discorsi sulla qualitĂ  e sulla formazione. Vale davvero la pena di rispondere agli editori con una compatta durezza. Ne vale la pena per noi giornalisti. Ne vale la pena per chi ci legge o ci ascolta, che merita giornali migliori e giornalisti meno ricattabili.

E ne vale la pena anche per la piu` generale battaglia che si sta combattendo in Italia nei rapporti fra imprese e lavoro dipendente. Vanno tenute a mente le parole usate da Carlo De Benedetti nellâ??intervista al â??Corriere della Seraâ? del 2 dicembre, in risposta alla richiesta di indicare un provvedimento di urgenza assoluta ad un eventuale prossimo governo di centrosinistra: â??Sul mercato del lavoro câ??â??e` unâ??elasticita` insufficiente. Treu ha iniziato, la legge Biagi ha incrementato, ma bisogna fare di piu`, molto di piu`.â? Un nome di riferimento dellâ??editoria e dellâ??impresa â??progressistaâ? non sa far di meglio che mirare ad un ulteriore indebolimento dei diritti di chi lavora. Si`, questa vertenza dei giornalisti non parla soltanto dei problemi di una categoria.

*segretario dell'UsigRai

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