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Articolo 21 - Editoriali
Le mani sulla cultura e gli oscuri interessi sulla Siae
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di Diego Cugia

L'appello a Prodi degli scrittori italiani non è una lagnanza vittimistica di una categoria di privilegiati che (nei casi di eccellenza in cui il miracolo si realizza) riesce a raggiungere il traguardo della fine del mese grazie ai proventi della propria creatività. Non parla di questo, della soddisfazione dei bisogni di una categoria. Parla di un immenso vuoto determinato, con scientificità, da una politica che considera i narratori, i drammaturghi, i poeti, un vero e proprio intralcio sulla via della conquista del potere. 

Il grande letargo popolare è la chiave per addormentare la Storia con un pensiero pressocché unico, un arcipelago consenziente costellato da qualche atollo di dissidenza che stia lì, ben sorvegliato, a testimoniarne la presunta democraticità.
In questi anni di governo Berlusconi, si è insediato un regime mediatico che ha bisogno di tanti piccoli, variegati imbonitori, e di meno testimoni possibili.  

Lo scrittore con un suo seguito di pubblico, l'autore non disimpegnato, gli artisti che hanno in repertorio testi di denuncia, ma anche il giornalista-testimone che pone domande imbarazzanti, che dubita delle verità ufficiali, tutte queste esperienze indipendenti della cultura italiana non potevano che essere "avvisate" e diffidate in ogni modo (anche i più spudorati, come l'isolamento, la perdita del posto di lavoro, del teatro, del finanziamento pubblico) da politici che, anche per limiti personali, sono insofferenti alla cultura, alla libera circolazione delle idee, a chiunque riesca il miracolo artistico di stupire ed emozionare le platee. Se vi riescono con lazzi innocenti, dileggi, caricature, bene. Ma se ardiscono ad avere la libertà di dire che due più due fanno quattro (che Orwell considerava la prima libertà dalla quale discendono tutte le altre) allora no, "2 + 2 =4" lo può dire solo il Capo. E in questa campagna elettorale chiunque ha potuto vedere il presidente del Consiglio dire, in tutta libertà (la sua) che due più due fanno qualsiasi numero serva al Capo per dimostrare che Lui ha ragione e tutti gli altri torto, tanto che non ci saremmo stupiti se la Moratti avesse abolito la Matematica. 

Scrivo queste righe di commento all'appello degli scrittori a Prodi, quando manca una notte alle operazioni di voto che ci diranno se la cultura, il concerto di voci, gli autori, ma anche la semplice testimonianza di un evento di quelli scomodi per qualunque governo, verranno definitivamente cancellati come interlocutori dalla politica del mio Paese.  

Se Romano Prodi, come mi auguro, sarà il nuovo Presidente del Consiglio, voglio sperare che lui per primo (dopo questi infiniti cinque anni) accolga di buon grado, da spirito democratico qual è, queste spine nel fianco: il giornalismo d'inchiesta e non i passatori di veline, il Teatro in tutte le sue forme, il Cinema, la Televisione di attualità e di denuncia, compresi la Satira e i Varietà, e ogni altra espressione della creatività italiana, anche la più corrosiva per lui, come una cartina di tornasole del pluralismo e della libertà d'informazione; e più le nostre penne incideranno nel sangue pesto dei problemi sociali non risolti, più dovrà stare sereno, perché se "il potere politico si fonda sull'insicurezza dei cittadini", come scriveva Sciascia, e come si è puntualmente verificato in questa legislatura, la sicurezza di governare con giustizia la possono avere solo quei governi che lasciano che cultura si coniughi con libertà. 

Concludo con una breve esperienza personale, perché nell'appello degli scrittori a Prodi c'è anche un riferimento alla Siae, nella quale gli scrittori e i produttori di cinema, teatro, radiotelevisione mi hanno eletto come loro rappresentante in CdA. Proverò a riassumere in poche righe il senso di un'avventura affrontata con grande entusiasmo, ma che è stata oggetto di attacchi così manifestatamente ingiusti, scorretti e spropositati, da destare più di una preoccupazione. Un CdA votato dagli autori ed editori italiani, in piena libertà, non poteva non scatenare diffidenze in politici che letteralmente non capiscono che gli autori devono vivere dei proventi delle loro opere e non delle briciole delle mense del potere. In questi cinque anni, la Siae (purtroppo con la complicità di frange di autori che hanno privilegiato il rapporto col Principe a quello con i colleghi) è stata bersagliata da decine d'interrogazioni parlamentari e di ricorsi giudiziari, che ne hanno letteralmente paralizzato l'attività.

L'aver recentemente scelto un Presidente-Avvocato, noto ed illustre come Giorgio Assumma, ha lievemente placato questa rivolta contro l'autonomia della Società della quale, in ogni occasione, si reclamava il Commissariamento. In più di venti ricorsi siamo stati accusati di brogli, appropriazione indebita, conflitti d'interesse, e qualunque altra nefandezza, e siamo stati intimiditi anche a livello personale, con minacce (certificate da atti giudiziari) che avremmo pagato in solido, coi nostri beni (chi ne ha) per i più pittoreschi motivi. Dopo tre anni, il 90% di questi ricorsi sono stati rigettati, respinti, archiviati. Per quelli ancora in corso, è ragionevole ritenere la stessa fine. Intanto siamo giunti a un anno dal termine del nostro mandato, e i propositi di modernizzare la Siae, di rendere questa Azienda dei Frutti delle Idee più snella, competitiva, e con un'immagine meno "deformata" da quella che ne hanno i cittadini, sono potuti andare a segno solo in minima parte. La Siae è stata paralizzata dalla politica, nel tentativo di "derubarla", sia della propria autonomia, sia dei suoi proventi finanziari.

E noi in trincea, con gli avvocati, a difenderla. Ricordo, per chi non lo sapesse, che la Siae non attinge ad alcuna forma di finanziamento statale e che noi autori gestiamo esclusivamente i nostri proventi. Sono fiducioso che il presidente Prodi, se verrà eletto, vigilerà affinché la Siae venga restituita alla gestione dei suoi associati, ed ai lavoratori dell'Ente, senza il quale la cultura italiana tornerebbe  "menestrella" a piatire le briciole di sedicenti e improvvisati  "tutori". Dica no alle mani sulla Cultura, Presidente. No a chi, per poter emergere e fare nell'ombra i propri interessi, ha tentato con tutti i mezzi di oscurarla.

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