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Articolo 21 - Editoriali
Unione: passaggio a Nord-Est
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di Vittorio Emiliani

da "Unità", 13 aprile 2006

C'è per l'Unione una "questione settentrionale"? Il voto delle politiche in Lombardia, nel Veneto, in Friuli-Venezia Giulia e anche, in misura minore, in Piemonte risponde di sì. L'ha già detto molto lucidamente, in sede di cronaca, Oreste Pivetta sull'"Unità" di martedì ("L'Ulivo ha un problema: il Nord"). Laddove il centrosinistra aveva conquistato alle ultime regionali la maggioranza dei consensi, oppure ridotto le distanze, il 9 e 10 aprile ha registrato invece (con alcune eccezioni) distacchi sensibili che sembrano, nelle consultazioni politiche, di tipo strutturale. Si ripete in qualche modo quanto avveniva alla sinistra negli anni '60 e '70, allorché essa conseguiva successi consistenti, a volte generalizzati (si pensi al giugno 1975), alle amministrative, ma, alle politiche, rimaneva più distante dalla conquista della maggioranza.

Il discorso lì era diverso, c'era di mezzo la legittimazione del Pci quale forza democratica di governo, che poi avvenne durante la tragedia più alta del terrorismo interno, cioè dopo l'assassinio di Aldo Moro da parte delle Br. E però anche oggi il centrosinistra viene visto al Nord come più affidabile alle comunali o alle regionali (probabilmente per un livello più alto della propria classe dirigente) che non alle politiche. Siamo così di fronte ad un'altra spaccatura del Paese, con un confine che passa, più o meno, sul Po. Più volte nei dibattiti televisivi post-elettorali quest'area settentrionale è stata definita "la più moderna e avanzata del Paese". Nelle cifre del reddito e nella densità delle imprese può essere, in buona parte, vero. Anche se poi Emilia-Romagna o Toscana non sembrano "meno moderne" vantando semmai economie più equilibrate e un grado di diffusione di strutture e di consumi culturali e sociali probabilmente superiore. Ma prendiamo per buona quella definizione. In Lombardia e nel Triveneto, un quarantennio fa, si coglievano ancora segni precisi della tradizione di buongoverno mitteleuropeo: nell'attenzione all'Europa, nella fedeltà fiscale, nel senso dell'amministrazione, in una solidarietà cresciuta fra riformismo socialista e cattolico.

Come mai oggi questi segni sembrano archeologia, cancellati, vanificati, travolti da pulsioni anti-europeiste, di tipo localistico e autarchico, da un individualismo e da un egoismo sociale fortemente diffusi e ormai radicati. I quali fanno del denaro e del successo facile i nuovi idoli. Tutto ciò si traduce in abbandoni precoci degli studi, nell'indifferenza verso gli altri, soprattutto verso i più deboli, nel muro di separazione alzato verso quegli immigrati che industria e servizi hanno attratto qui in massa. Senza minimamente pensare alle grandi difficoltà e sofferenze della convivenza e dell'integrazione multiculturale, ma facendo prevalere su tutto la immediata convenienza economico-produttiva: mi serve, me lo prendo, loro si arrangino, il resto si vedrà. Fra questa società e la sinistra antagonista non c'è in mezzo un solido spessore riformista.

La Chiesa stessa, parlando quasi ossessivamente di famiglia istituzionale, di divorzio e di aborto, ha finito per rattrappire la parte più positiva del suo messaggio: la dottrina sociale, il senso della comunità. La Lombardia, in particolare, e la sua capitale sono state per decenni, dal dopoguerra, il più importante laboratorio sociale e politico del Paese. Lì nacquero le prime giunte di centrosinistra in cui le culture cattolica e socialista comunicavano e cooperavano con fervore a progetti di reale cambiamento. Con una capacità di elaborazione e di dibattito che oggi sembra come spenta e che, oggettivamente, manca poi all'intero Paese. Si parla molto di modello-Roma. Fuor di apologetica, la capitale registra effettivamente - come documenta un recente studio del Censis - forti sviluppi nel pil, nell'occupazione, anche giovanile, nelle politiche culturali, nel turismo, nella multimedialità, e così via. Essa cresce, mediamente, molto di più del Paese e in un clima positivo di dialettica sociale, di cooperazione istituzionale. Chi potrebbe parlare oggi di un modello-Milano o di un modello-Lombardia o Veneto, se non nel senso del "laissez faire" più disastroso dal punto di vita urbanistico, e quindi pure dei trasporti, che sta saccheggiando in modo folle la collina e la pianura lombarda e quella veneta?

In gran parte del Paese non si premia più il profitto d'impresa e si esalta invece la rendita fondiaria, immobiliare, largamente parassitaria. In tutta Italia, ma soprattutto in queste regioni oggettivamente di punta per molti aspetti, ha vinto il modello comportamentale trasmesso a giovani e meno giovani dalle Tv commerciali, in particolare da Mediaset e (bisognerebbe finalmente pensarci a fondo) da una Rai profondamente omologata nei contenuti e nei messaggi alla televisione berlusconiana. A forza di concorsi a premi milionari (in euro) dalle vincite del tutto casuali, di reality show volgari, rissosi e diseducativi, di intrattenimenti sempre più scadenti, la Rai ha perso (a parte Raitre e qualche altra frangia) gran parte della propria identità concorrendo a spingere gli italiani a "bersi il cervello" anche di fronte a crisi di fondo come l'attuale che richiedono capacità di sacrificio e volontà di rimontare insieme la china. 

Quel Nord va indagato più a fondo dalle forze riformatrici (quelle vere), va reinterpretato, va capito, non per adeguarsi - come sta in parte avvenendo, purtroppo - ad un andazzo ormai generale, bensì per proporre, in modo comprensibile e chiaro, modelli e stili di vita diversi, spesso alternativi, i quali restituiscano alla politica una dignità che sembra annegata nel tifo e nella violenza verbale da stadio. Il Paese aveva nel Nord, aveva nel Triangolo, aveva in Milano punti di riferimento importanti, anzi fondamentali.

Che oggi sono decisamente indeboliti e oscurati. Se da queste elezioni riceverà spinta decisiva il Partito Democratico (e mi pare che sia così), è indispensabile che alla sua base ci sia di nuovo una elaborazione forte capace di far convivere in modo dialetticamente stimolante le diverse componenti e di affrontare insieme, nella conoscenza, nel dibattito, nel dialogo coi giovani, coi nuovi ceti dirigenti (da promuovere, finalmente!), anche punti nodali come la "questione settentrionale". Che è tanta parte del sistema-Paese.

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