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Diritti dei migranti: Governo perde, 3 a 0
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di Guido Melis*

Diritti dei migranti: Governo perde, 3 a 0

Se fosse una partita di calcio, la squadra del Governo l’avrebbe persa martedì alla Camera per 3 reti a 0. Sul tema sensibilissimo dei diritto dei migranti e del mancato rispetto da parte del regime libico delle elementari regole dettate dall’ONU (o, se si vuole, dei diritti essenziali della persona umana) la maggioranza ha cercato di fare blocco, evidentemente terrorizzata dalla semplice idea di turbare l’idillio economico tra il ras di Tripoli e il presidente Berlusconi. Ma le opposizioni, con l’aiuto decisivo della pattuglia finiana, hanno segnato ben tre gol, e non su punti secondari. Prima con l’emendamento Mecacci, che chiedeva niente di più che il semplicissimo rispetto delle norme internazionali e la riapertura a Tripoli dell’ufficio dell’UNCHR preposto a vigilare sulla loro applicazione (274 sì, contro 261 no); poi con le due mozioni Adornato (281 sì, contro 269 no) e Antonione, quest’ultima però rinnegata dal suo autore pidiellino e  ripresa dal gruppo Futuro e Libertà (291 sì, contro 270).
Proprio la mozione Antonione costituisce un vero paradosso, che merita d’essere raccontato, per comprendere meglio l’evoluzione (o se preferite, l’involuzione) della crisi. Perché l’on. Antonione, che l’aveva inizialmente scritta e firmata, fa parte della maggioranza berlusconiana; ma, dopo l’approvazione dell’emendamento Meccacci, ha preferito, pur di non accettare il richiamo ai diritti elementari dei migranti garantiti dall’ONU, rinnegare l’intero documento, subito ripescato e riproposto al voto dal gruppo finiano. Un caso abbastanza raro, sia consentito dirlo, di sdoppiamento della personalità.
A conti fatti, comunque, si possono esprimere sull’esito del voto tre semplici osservazioni:
1) poiché i documenti approvati col voto determinante delle opposizioni non mettevano affatto in dubbio il Trattato con la Libia, ma semplicemente ne chiedevano una applicazione equa, rispettosa del diritto della persona umana e degli standard internazionali di giustizia, chi ha votato contro ha voluto significare per acta d’essere del tutto insensibile al tema dei diritti e determinato ad accettare qualunque violazione dei diritti da parte libica pur di non turbare i rapporti d’affari instaurati con il leader di Tripoli.  Lo sapevamo già, ma è bene averlo visto in diretta nel voto alla Camera di martedì pomeriggio;
2) la maggioranza avrebbe potuto ragionare politicamente, cioè con qualche maggiore dose di furbizia. Poiché era palese che sarebbe potuta andare sotto (il clima teso della amera lo faceva presagire), bastava accettare la correzione minima proposta dalle opposizioni. Del resto una mozione, si sa, vincola il governo solo sino a un certo punto: dispiace dirlo, ma per lo più sono parole consegnate agli atti parlamentari. Avrebbe potuto dunque, la maggioranza, far finta di niente, e una volta passato l’emendamento Mecacci, come si suol dire, avrebbe potuto abbozzare, inglobandolo. Invece governo e maggioranza hanno preferito cercare la prova di forza e questo per la sola ragione che il Pdl ha subito il diktat della Lega: oltranzista come sempre, e forcaiola, quando si tratta di buttare a mare gli immigrati. Risultato: hanno perso clamorosamente la partita e adesso sono in mille cocci;
3) la maggioranza in quanto tale infatti da martedì sera non esiste più. Esisterà forse caso per caso una aggregazione di voti, che magari consentirà ancora qualche galleggiamento, ma la nave del governo è piena di falle e imbarca vistosamente acqua. Non c’è più un’unica linea, né una comune visione politica dei problemi sul tappeto. L’agonia politica di Silvio Berlusconi è cominciata ufficialmente sulle tre votazioni perdute e non sarà affatto facile arrestarla.
Sotto quest’ultimo profilo si può ben dire che il caso-Libia (che poi rimanda al caso immigrazione in tutta la sua drammatica gravità) abbia agito come una cartina di tornasole, mettendo in evidenza, qualora ve ne fosse ancora bisogno, che il re è nudo.
Se proprio sul terreno della politica estera (sinora rimasta abbastanza al riparo dai conflitti), e in una materia che alla fine di riduceva a domandare il rispetto dei diritti umani come ci obbligherebbe a fare la nostra stessa Costituzione, gli amici e sostenitori di Berlusconi non riescono più a ragionare e perdono così clamorosamente il controllo di sé stessi e della Camera, ciò vuol dire, lo si voglia o no, che siamo arrivati alla conclusione della tragedia (o piuttosto della commedia tragica) apertasi nel 2008.
In poco più di due anni è stato sperperato un patrimonio di consensi e dissipata una maggioranza parlamentare quale mai si era vista nella storia del Parlamento democratico. Sulla scena sopravvive a sé stesso un leader vecchio, egocentrico, incapace di gestire le sue pulsioni, ormai tragicamente lontano dai bisogni  del Paese.
Viviamo giorni da crisi dell’impero. E non è forse un caso che l’impero cada (cominci a cadere) sul terreno decisivo dei diritti degli immigrati e del rispetto della persona umana. Perché nell’Italia che verrà dopo Berlusconi, un’Italia finalmente da ventunesimo secolo, consapevole delle grandi sfide imposteci nell’epoca della globalizzazione, il tema cruciale dell’immigrazione, dell’integrazione dei nuovi cittadini, della convivenza di più culture e dell’inserimento di chi viene da lontano nella nostra società, sarà indubitabilmente quello decisivo.
Berlusconi e i suoi seguaci non lo sanno, ma votando come hanno fatto, e per di più perdendo, si sono automaticamente rivelati per quello che sono: una anacronistica classe dirigente di cariatidi destinata a scivolare fuori della storia.
                                                                            
tratto da www.migrare.eu

*parlamentare PD

 


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