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Notizie “non notizie”: dal mondo di Eternit, l’Aquila e la (non) ricostruzione, il paese che frana
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di Valter Vecellio

Notizie “non notizie”: dal mondo di Eternit, l’Aquila e la (non) ricostruzione, il paese che frana

Ci sono “notizie” che sono, a tutti gli effetti, “non notizie”. Nel senso che pur regolarmente diffuse attraverso agenzie di stampa, muoiono lì: nessuno, o quasi, le riprende, le sviluppa, le sottopone all’attenzione dell’opinione pubblica. Viene in mente quello che scriveva George Orwell nel suo “Looking back on the Civil War”: “...Un mondo in cui il Capo o la cricca al potere controllano non solo il futuro, ma il passato. Se il Capo dice, di questo o quest’altro fatto: non è mai accaduto, bene: non è mai accaduto...”. Invece sono cose accadute, che accadono. E che sarebbe bene conoscere.

Eternit
Gli scarti di lavorazione dell’eternit di Bagnoli a Napoli venivano portati nella discarica di Pianura, in un’epoca in cui pare non fossero necessarie autorizzazioni particolari: è uno degli argomenti di cui, nel corso del processo di Torino, ha parlato l’ex direttore dello stabilimento Roberto Petacco, intervenuto come testimone della difesa al processo contro i vertici della multinazionale dell’amianto. Petacco, che fu in carica dal 1979 al 1984, ha precisato che le eccedenze gettate via erano comunque poche rispetto alla quantità di materiale che veniva riutilizzato. Il processo di Torino riguarda oltre duemila morti provocati – secondo l’accusa – dall’amianto prodotto nelle sedi eternit di Cavagnolo (Torino), Casale Monferrato (Alessandria), Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli).
Petacco ha detto che a Bagnoli "enormi aspiratori" permettevano di raccogliere le polveri in modo che potessero essere riciclate, "mentre mi risulta che in altri stabilimenti venissero disperse nell’atmosfera".  Mentre la maggior parte degli scarti veniva macinato e trasformato in materia prima, le eccedenze ("saltuariamente", venivano "conferite a una ditta napoletana che si occupava di portarle nella discarica. Non mi risulta che ci fosse bisogno di autorizzazioni particolari per i rifiuti in cemento".
 
Terremoto/ricostruzione: L'Aquila peggio di Indonesia. I risultati di una ricerca 'Microdis'

Ricostruzione più lenta che in Indonesia, mancanza di luoghi di ritrovo per una comunità morta assieme al sisma e cittadini che vogliono lasciare la propria abitazione. Sono i dati che emergono dalla ricerca "Microdis-L'Aquila", condotta alla fine del 2010 su un campione di 15mila persone, in centinaia di insediamenti abitativi, dalle università di Firenze, delle Marche e dell'Aquila. Il progetto, coordinato dal Cespro e finanziato dall'Unione Europea attraverso l’università belga di Louvain, è stato curato da David Alexander, uno dei massimi esperti europei in materia di grandi disastri.
Dallo studio emerge che, a quasi due anni dal terremoto, sono ancora numerosi i problemi relativi alle abitazioni, all’occupazione e quelli fisici dei terremotati. In particolare il 73 per cento degli intervistati ha lamentato la "totale mancanza di posti di ritrovo per la comunità, con i giovani tra i 18 e i 30 anni e gli over 70 che sono i meno integrati. Il 71 per cento, inoltre ha detto che " la vecchia comunità è morta assieme al terremoto". Il risultato di questa situazione è che il 68 per cento degli intervistati vorrebbe "lasciare al più presto la propria abitazione".
Altra problematica quella relativa all’approvvigionamento di servizi essenziali, mancante in oltre il 50 per cento degli alloggi esaminati. Circa il 35 per cento dei complessi residenziali, inoltre ha servizi igienici in cattiva condizione.
Diversi i disagi anche dal punto di vista della salute, sia fisica che psicologica, dei terremotati: secondo lo studio soffre o ha sofferto di stress il 43 per cento degli intervistati, percentuale che arriva al 66 tra le donne. A ciò si aggiunge l’aumento della depressione e del senso di isolamento ed emarginazione. Altro dato preoccupante è l’incremento della dipendenza da alcol o droghe.
Il sisma, inoltre, stando ai dati di "Microdis-L'Aquila", ha contribuito anche ad un forte incremento della disoccupazione aumentata del 6 per cento circa. A 22 mesi dal terremoto, infatti risulta occupato solo il 65 per cento degli intervistati. Tali problemi si ripercuotono sulla sfera economica, con il 46 per cento che denuncia un calo di reddito. Scendono del 6 per cento anche le iscrizioni all'università e le facoltà più colpite sono quelle di scienze e di ingegneria. Alexander, che è anche membro della commissione nazionale sulle calamità naturali della  Gran Bretagna, critica "la poca attenzione delle istituzioni agli aspetti sociali del terremoto, nonché il difetto di separare le attività di protezione civile e quelle di ripristino e ricostruzione".
L'esperto sottolinea come il meccanismo per assegnare gli alloggi non abbia "dato molta attenzione alla preservazione del tessuto sociale. Il risultato, conclude, è stato un notevole aumento del senso di isolamento, abbandono e impotenza dei residenti". Tutto questo ha portato anche ad un "aumento degli atteggiamenti xenofobi".
 
Geologi, paese frana ma nulla cambia in salvaguardia
“Mentre il territorio italiano continua a franare, nulla sta veramente cambiando nelle politiche di salvaguardia e di manutenzione del territorio. Questo ci porta a pensare che le vittime che ogni anno siamo costretti a contare continuino a rimanere vane". Così il presidente dell’Ordine Nazionale dei Geologi, Gian Vito Graziano, a poche ore dagli eventi accaduti in Calabria.
"Siamo pienamente consapevoli che il ‘sistema Italia’ ha acquisito una capacità di comprensione e di analisi dei fenomeni franosi ed alluvionali non inferiore a quella di altri paesi sviluppati, ma occorre mettere in atto una nuova strategia d'intervento".
Il presidente dei Geologi non pone l’accento solo su aspetti tecnici, ma mira a comprendere "soprattutto la sfera sociale e politica, che è quella dove si registrano i maggiori ritardi. La consapevolezza della reale portata del problema del dissesto idrogeologico deve condurre ad un nuovo sistema di governo del territorio, che preveda l'attivazione dei presidi territoriali, l'implementazione delle reti di monitoraggio, la ridefinizione ed il potenziamento dei servizi tecnici dello stato ed un complessivo riordino dell’impianto normativo. Ma ad ogni evento ci preoccupiamo soltanto di trovare le risorse per ricostruire, mai quelle necessarie a mettere a sistema le capacità e le conoscenze".

 


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