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Articolo 21 - Editoriali
Prigionieri del Dio Auditel
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di Vittorio Emiliani

da L'Unità

� di nuovo polemica su Auditel dopo che è stato scoperto che una famiglia romana che faceva parte del campione si divertiva a "imbrogliare" i dati, aggiungendo o togliendo ascolto a suo piacimento. Un caso non isolato probabilmente. Dal 1° agosto Auditel cambierà le famiglie-campione aggiornando soprattutto le fasce sociali di riferimento. Ma i dubbi e le ombre su questo sistema restano e resteranno. Su tali meccanismi bisogna agire più incisivamente nel senso di una maggior trasparenza e affidabilità. Anche se in verità la Rai dispone, o disponeva, da qualche anno di un sistema di rilevazione, IQS, Indice Qualità e Soddisfazione. Ma come renderne pubbliche le valutazioni dal momento che sovente esse contraddicono quelle dell'Auditel?
Le quali invece fanno testo per gli spot pubblicitari essendo il sistema tagliato addosso alle Tv commerciali?
Ecco il primo punto critico: l'impatto maggiore i dati Auditel ce l'hanno infatti sui programmi Rai, nel senso che un'azienda pubblica finanziata per metà dal canone e per l'altra metà dalla pubblicità non può non tener conto di quei dati e al tempo stesso è bersagliata dalle critiche se asseconda troppo la tendenza a fare grandi ascolti con prodotti fortemente commerciali. D'altra parte, se la Rai non fa anche programmi di ascolto elevato, in grado cioè di attrarre spot a prezzo altrettanto elevato, non chiude i propri bilanci. Essa infatti fruisce, con 100 euro scarsi, del canone più basso e più evaso d'Europa. Questo è il nodo centrale, strutturale, della crisi di qualità dei programmi Rai. Nodo o catena perversa che invece attrae pochissimo i critici e gli osservatori della materia. La qualità in televisione costa, c'è poco da fare: una puntata di Montalbano con un cast importante, un valido regista, un protagonista decisivo, settimane e settimane di riprese, alla fine, costa un terzo almeno in più di una fiction ordinaria. Il discorso si ripete per "Perlasca" o per "La meglio gioventù" che tanto successo ha incontrato anche come film nelle sale. Meritatamente.
Per la struttura delle proprie entrate - dicevo prima - la Rai è dunque forzata a fare share, ascolti elevati. E infatti in Europa è la televisione pubblica che ne fa di più alti. Una palese assurdità visto che il suo ruolo strategico non è questo, bensì quella di informare in modo completo e imparziale, approfondire con dibattiti e inchieste, valorizzare anche con la satira il pluralismo politico-culturale, realizzare documentari e co-produrre film di livello, promuovere i giovani talenti, dar conto del meglio della vita musicale, teatrale, letteraria, ecc. Una "mission" da servizio pubblico analoga a quella storica di BBC: educare divertendo, o anche divertire educando. In ogni caso, comportarsi da grande azienda culturale. Solo che BBC ha entrate da canone che sono più che doppie rispetto a tutti gli introiti Rai (pubblicità inclusa). Le stesse potenti reti pubbliche tedesche come ZDF si avvalgono di un canone che è quasi doppio rispetto ai nostri 100 euro (scarsi, ed evasi o pagati in ritardo dal 21 per cento contro il 7-8 della media europea). Così è in tutta Europa - compresa, a quanto mi risulta, quella "allargata" (Slovenia, Polonia, ecc.) - dove i canoni risultano più elevati. Addirittura tripli nel Nord Europa scandinavo, col picco massimo in Islanda. E in tutta Europa il canone radiotelevisivo o televisivo si paga magari anche sulle Tv delle seconde case, senza fare una piega, pretendendo, è chiaro, qualità. Certo, da anni, in Gran Bretagna si polemizza sul calo di ascolti di BBC rispetto alle tv private e si cercano adeguati rimedi. E però la storica emittente di Stato - che ha pubblicità (e non poca) soltanto sul canale pay Channel 4 - continua a sfornare prodotti di tale livello da venderne, con l'aiuto della lingua ovviamente, per ben 500 milioni di euro l'anno.
Per tornare ad Auditel, se la Rai, o meglio i vari governi succedutisi, avessero tenuto il canone agganciato alla media europea, tutta questa ossessione per lo share del giorno prima non ci sarebbe: i 150 euro di canone della meno ricca Irlanda, per esempio, moltiplicati per 16 milioni di utenti darebbero un introito pari a 2.400 milioni di euro, vale a dire a oltre 4.600 miliardi di lire. A questo punto l'incidenza della pubblicità sulle entrate di Viale Mazzini sarebbe ridottissima. Basterebbero 130 euro per avvicinare i livelli tedeschi ed europei in genere. Sento già distinti professori come Angelo Panebianco parlare di "succhioni di Stato" e vedo incanutire ancor più il senatore Franco Debenedetti, privatizzatore ad oltranza dell'intera Rai. So soltanto che il duo Gasparri-Cattaneo aveva addirittura promesso di ridurre il modesto canone. Una bella pensata. Degna del coma in cui versa la Rai, culturalmente parlando.
Certo, a questo punto si dovrebbero mettere in campo strumenti di controllo della produzione Rai tali da poter esigere qualità, imparzialità, pluralismo in tutte le reti. Bisognerebbe allora tutelare questa grande azienda pubblica alla maniera inglese (la Fondazione così fortemente autonoma) o francese (il solido Consiglio Superiore dell'Audiovisivo), con organismi cioè che hanno poteri diretti di nomina, di rimozione, di intervento e di salvaguardia degli utenti. I quali in alcune Tv pubbliche, in Olanda per esempio, sono rappresentati nei Consigli di amministrazione. Non so cosa vorrà fare l'Ulivo per le prossime elezioni. Nel recente passato si sporse molto dal bancone della privatizzazione, addirittura 2 reti Rai su 3; abolì con un tratto di penna il canone autoradio (che gli automobilisti, grandi consumatori di radio, pagavano volentieri) privato Radiorai di una entrata autonoma fondamentale.
Con la Gasparri, il cordone ombelicale coi partiti viene riallacciato e irrobustito come non mai: 7 consiglieri su 9 del prossimo CdA saranno nominati dalla commissione bicamerale di vigilanza; gli altri 2, fra cui il presidente, li designerà il Ministro dell'Economia (con l'avallo della commissione). Un bilanciamento interamente partitico che già all'Authority delle Comunicazioni - in quel caso tutti eletti in aula - ha dato risultati paralizzanti. Ma la Rai per giunta è un'azienda, non un organismo di controllo. Vorrà l'Ulivo sbaraccare questa e altre parti della Gasparri, che o immobilizzano, o scassano, o rendono la Rai ingestibile? E applicarsi a fare "come in Europa"? Nell'Europa migliore, s'intende.

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