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Articolo 21 - IDEE IN MOVIMENTO
No Tav, ovvero sbatti il mostro in prima pagina
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di Livio Pepino

No Tav, ovvero sbatti il mostro in prima pagina Dopo gli scontri di domenica scorsa la grande stampa non ha dubbi: la verità è quella delle veline della Questura, del partito trasversale del cemento e della società costruttrice della linea ferroviaria (che ancora nel gennaio dell’anno scorso – non sappiamo se anche oggi – provvedeva, su richiesta del prefetto di Torino, alle spese per «l’alloggiamento delle forze dell’ordine preposte al mantenimento dell’ordine pubblico»…). Pochi si interrogano sulla esatta dinamica degli scontri della Maddalena e, in particolare, sul fatto se le pietre contro la polizia abbiano preceduto o seguito i lacrimogeni sparati nei confronti dei dimostranti che tentavano il preannunciato “assedio del cantiere”. Tutti, o quasi, danno per scontato che il lancio dei sassi sia stato il frutto di un piano programmato di gruppi di estremisti. Nessuno, o quasi, si interroga su quando e su come tutto sia iniziato, che peso abbia avuto la reazione di un movimento segnato dalla violenza dello sgombero di una settimana prima e quanti feriti ci siano tra i dimostranti (si parla di centinaia, anche gravi, che certo non si sono rivolti agli ospedali di zona…).

La ragione è semplice. Sbattere il mostro in prima pagina serve a far passare in secondo piano le 70.000 persone (7.000 secondo la Questura…) che hanno occupato domenica la Val Susa per dire no al Tav. La violenza (quella di Stato e quella che ad essa si oppone) va, nella mia cultura, contrastata. Ma ciò non giustifica l’accettazione di versioni di comodo, dirette a occultare il senso di una giornata che ha visto in Val Susa un movimento forte e consapevole, venuto per dire che non si fermerà.

Questo movimento ha dalla sua la forza della ragione. I sostenitori del progetto continuano a ripetere, senza preoccuparsi di argomentare, che la nuova linea ferroviaria Torino-Lione è un’opera necessaria per garantire il progresso, l’inserimento dell’Italia nella rete europea di trasporti e lo spostamento del traffico merci dalla gomma alla rotaia. Si tratta di slogan tanto suggestivi quanto privi di fondamento. Primo. La linea è stata progettata 20 anni fa: da allora il traffico merci lungo l’asse Francia-Italia è in calo costante (da 10 milioni di tonnellate del 1997 a 2,4 milioni del 2009) e inferiore alle potenzialità di assorbimento della ferrovia che già corre nella valle ed è utilizzata al di sotto del 30 per cento di quanto possibile. Secondo. Il trasporto su rotaia è certamente meno inquinante di quello su strada, ma il confronto va fatto tra reti esistenti o di agevole costruzione, mentre gli effetti collaterali di un’opera colossale che modifica la stessa conformazione di un territorio vanificherebbero ampiamente i vantaggi (del tutto ipotetici) del trasferimento dal trasporto stradale a quello ferroviario. Terzo. In tempi di crisi economica gravissima, come quella attuale, i 17 miliardi di euro necessari, ammesso che non lievitino strada facendo e che li si trovino, non potrebbero che essere sottratti alla spesa sociale e non servirebbero a rilanciare l’economia più di un serio progetto di risanamento del territorio, di messa a punto delle risorse idriche, di tutela del patrimonio artistico. Quarto. Quanto al progresso, la sua identificazione con le opere faraoniche aveva, forse, un senso prima delle trasformazioni epocali della fine del secolo scorso, non certo oggi (in nessuna parte del mondo).

Per questo la questione Tav non è chiusa e trascina con sé quella delle “grandi opere” e della loro inutilità. Un movimento sempre più ampio sta crescendo intorno a questa convinzione. Se la politica (di destra e di sinistra) continuerà a non capirlo e a riproporre acriticamente scelte effettuale venti anni fa in condizioni del tutto diverse perderà anche la sua residua (sempre più scarsa) credibilità.

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