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Articolo 21 - INTERNI
Le donne fanno
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di Maria Luisa Busi*

Le donne fanno

Ma parliamoci chiaro. Chi sta reggendo sulle spalle il nostro paese? Ma le avete viste le donne per strada? Le vedete le donne negli uffici, nelle banche, negli ospedali, nei supermercati, nelle case? La vedete o no la fatica delle donne, la vita da funambole, sempre in bilico, sempre incerte se ce la faranno a fare il passo successivo? E poi ce la fanno, ce la fanno sempre. Nonostante tutto. Nonostante la crisi economica morda persino i consumi alimentari, nonostante ci siano più precarie che precari, nonostante la più bassa occupazione femminile, nonostante siano più preparate e meno pagate, nonostante un welfare tra i peggiori d’Europa, nonostante un paese che si riempie la bocca della parola famiglia, mentre accetta che quasi un milione di donne lasci il lavoro perché costrette, alla nascita del primo figlio.

Le donne fanno. Terza persona plurale del verbo fare. Il verbo che piace di più alla propaganda di questi tempi. Solo che le donne fanno davvero.

Arriverà cosi tanta gente oggi e domani a Siena che han dovuto spostare la location per la due giorni dello SNOQ, acronimo del movimento senonoraquando, quello delle donne che han portato un milione di persone nelle piazze italiane, il 13 febbraio scorso, tanto per capirci. Per chi se ne fosse dimenticato, l’inizio di un nuovo Risorgimento civile.

Diciamoci la verità. Pochi credevano che sarebbero andate avanti. Molte invece sì. Ne erano certe. Perché le donne fanno. E le donne sanno quando si può, quando si deve. Hanno detto: si sa, le donne non sanno fare squadra….Si sa le donne sono nemiche delle donne, hanno sibilato. Ma cosa volete che dica un paese maschile e maschilista, ripiegato in se stesso, conservatore, rattrappito, asfittico, vecchio e un po’ triste, che per anni e da anni gira come un criceto su una ruota che un ditino muove, e a ogni giro c’è un attacco alla magistratura, e poi alla Costituzione, e poi a una qualche Istituzione dello Stato, e poi alla scuola pubblica, e poi ai precari. Un paese dove un Ministro della Repubblica si permette di definirli «l’Italia peggiore…». E guarda caso, se lo consente con una donna.

E hai appena finito di inorridire per le feste eleganti a base di lap dance che spuntano le strutture Delta. Ma non riesci a prendere ossigeno che si ricomincia, un altro giro, e sempre la stessa ruota e il dito, sempre quello, che fa girare noi tutti criceti e facendoti girare infilano di striscio, come giocolieri maldestri, un’altra bella norma ad personam che quando li scoprono la ritirano, come bambini colti col dito nella marmellata. Scusate, si scherzava. E mentre cerchi di risollevarti e non sai più se dal pianto o dal riso, stiam pur certi che ripartono, e le loro televisioni dietro e quelle che controllano pure, nel paese con il più sfrontato conflitto di interessi del mondo occidentale, ripartono con l’attacco alla magistratura e alla Corte Costituzionale e ce ne sarà forse ancora un po’ di nuovo anche per il Capo dello Stato e poi per la scuola pubblica e poi per gli omosessuali e, ci mancherebbe, anche per le donne. Come dopo quella domenica 13 febbraio, che si poteva fare come al solito e prolungare il pranzo domenicale e magari vedere le trasmissioni demenziali in televisione, quelle giovani donne in sottoveste a febbraio negli studi televisivi dove a febbraio fa freddo e loro lì a darsi sulla voce nell’arena di turno di conduttori piacioni che le invitano per fare tappezzeria, e loro lì perchè non c’e’ altra immagine che passi, altre storie che si impongano, mica si può invitare un’attrice che recita Plauto in teatro! Lì, facendosi strumento di una subcultura che le vuole ospiti sottomesse e semimute, le gambe attorcigliate come equilibriste a discutere di argomenti su cui cercano di mimare una qualche competenza. Mai vista una rettrice di Università alle quattro del pomeriggio. Eppure basterebbe fare tre telefonate. Perché sono solo tre, in tutta Italia.

Si poteva dunque stare lì, davanti a quello specchio deformante che dai, sì, un po’ ci ha deformati, fin dai tempi in cui ci aspettava a casa silente e quando lo accendevi ti diceva gaio: corri a casa in tutta fretta c’è un biscione che ti aspetta. Ci ha trasformati un po’, e lo abbiamo lasciato fare, riuscendo talvolta a tirar fuori il peggio da noi : l’indifferenza per il bene comune, l’irresponsabilità, la pigrizia, la maleducazione, la mancanza di rispetto per le donne, quindi per tutti. Ci hanno provato con forza a cambiarci la testa, prima piano piano, poi con determinazione crescente, fino a fabbricare una macchina perfetta in ogni suo meccanismo: la macchina del populismo mediatico, la macchina del consenso. La notizia è che non ci sono riusciti. Molte e molti hanno posto distanze, letto libri, giornali liberi, sono andati al cinema, a teatro, si son collegati con internet al mondo reale, o semplicemente han parlato con gli altri, con quelli che come loro non ce la fanno, con chi non ha il posto all’asilo nido, o con chi ha la vita scritta a matita per un contratto ogni tre mesi, mal pagate, mal pagati, senza orizzonte, che non possono pagare l’affitto, figuriamoci fare un figlio. Ognuno si è difeso come ha potuto, in questi anni un po’ infelici, da quella macchina ancora attiva che vuole “inculcare”- quella sì- che l’immagine è tutto, tanto che quel che appare diventa reale, la finzione si sovrappone alla realtà e diventa il vero. E quel che più conta per costruire il consenso, di donne e uomini: farli diventare consumatori, un imperativo di questa nostra società liquida. Molti l’hanno oscurato, come si copre un defunto, con un sudario, quello specchio deformante e deformato, che trasmette una realtà che ha dell’osceno, nella nudità del re. L’hanno fatto con il velo dell’indignazione prima, della ribellione pacifica poi, persino con un’arma micidiale: la risata. E la voglia di partecipare è divenuta bisogno di diffondere l’antivirus: senso e civiltà, regole e diritto. Lo hanno fatto coi referendum, attraverso la rete, scavalcando la tv ostile o complice, che nicchia o non informa. E le figlie e i figli hanno così spiegato ai padri e alle madri, e loro ai nonni, ai conoscenti e agli amici qual era la posta in gioco: che siamo opinione pubblica, e non un pubblico. Così la brezza è diventata vento. Così non ce l’han fatta. E il così fan tutti, il chissenefrega, non ci ha mangiato come un alien.

Ma tutto è cominciato lì, non dimenticatelo. Tutto è cominciato dalle donne, quel 13 febbraio. Perché le donne fanno. E quando fanno non fanno solo per loro, fanno per tutti. E questo deve rimanere storia. Sono state le donne a dire basta a un’Italia che non c’e’, che non è maggioranza. Sono state le donne a non voler più farsi dire non solo chi sono, ma chi siamo tutti, uomini e donne in questo paese, chi siamo, cosa dobbiamo provare, cosa ci deve emozionare, cosa dobbiamo ignorare.

Sono state le donne a fare uscire tutti dalla solitudine che ci stava divorando, quella che ti prende quando ti accorgi che vivi la vita di un altro, che ti vogliono consumatore e non cittadino della tua stessa vita. Per questo quel 13 febbraio le donne sapevano già, con quel senso che sanno dare le donne alle cose, che da lì cambiava tutto. E tutte e tutti quelli che c’erano stritolati allegramente in Piazza del Popolo a Roma come in centinaia di piazze italiane, hanno risposto che non siamo né bambini né cavalli che hanno bisogno della caramella o dello zuccherino per digerire le notizie più pesanti, quelle della politica e della cronaca, come ha detto il direttore del più importante telegiornale della televisione pubblica, per giustificare notizie di primario interesse come quella della medusa cubo nei mari australiani, mentre se ne nascondono altre.

E davanti a quella moltitudine sembra vederlo lo stupore che diventa rabbia e balletto di cifre e denigrazione sloganistica: «le solite snob della sinistra, poche radical chic». Ma cosa vuoi che dicano, col paese che sfugge, che non crede più al pifferaio magico e al suo specchio deformante! Nessuno ci credeva alla vigilia che potessero arrivare a tanto, a quei numeri, a quella massa, a radunare un popolo, le donne, quando si muovono. Quando decidono di dire basta. Finirà lì, qualcuno ha detto, dopo quel 13 febbraio. Tanto poi si dividono, si dissolvono, pluff, come bolle di sapone. Si sa, le donne non sanno far squadra. Come se quelle piazze che non bastavano a contenere tutte e tutti - struccate e allegre sessantenni, fichissime arrabbiate ventenni, tacchi alti, scarpe da ginnastica, piumini e cappotti, collane di perle e piercing sulla lingua, capelli rasta e taglio alla Carfagna, volti di rughe serene e labbra e zigomi gonfi come pane e passeggini con neonato e cani al guinzaglio e la suora sul palco e la sindacalista, la regista e l’insegnante, la precaria e la ricercatrice, la disoccupata e la professionista e madri e nonne e single e mariti con la panzetta e compagni e fidanzati e amici… come se quella ritrovata agorà non fosse che una cosa soltanto: L’Italia che chiede rispetto e uguaglianza. Se fosse la loro direbbero la migliore. Noi diciamo semplicemente quella vera. Perché le donne fanno. Oggi, domani. Sempre.

* l'Unità - 9 luglio 2011


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