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Articolo 21 - INTERNI
Grazie presidente Napolitano
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di Valter Vecellio

Grazie presidente Napolitano

Per la tensione che lo anima, per la politicità nel senso più alto, nobile e autentico che il termine può avere, il discorso del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al meeting di Rimini di Comunione e Liberazione, ci ha richiamato alla mente l’intervento – non meno accorato, sofferto e partecipato – di un altro grande vecchio di questa Repubblica: quello del presidente Sandro Pertini, all’indomani del devastante terremoto in Irpinia: quando accigliato e dolosamente ferito, si rivolse al paese, per chiedere conto della tragedia, perché era potuto accadere quello che è accaduto, e per responsabilità di chi.

   Parlava al meeting di Rimini, il presidente Napolitano, ma in realtà ha parlato all’intera classe politica e a tutto il paese. E ha trovato il modo, le parole, i tempi per dire cose importanti che era giusto dire e che andavano dette.

   Tocca un punto fondamentale, il presidente Napolitano quando, retoricamente, si domanda se “abbiamo, noi qui, in Italia, parlato in questi tre anni il linguaggio della verità?”. Certo che no, e non solo in questi tre anni che – semmai – sono stati l’anello più forte e più debole insieme, più vistoso e più doloroso di una catena che viene da lontano, nata si può ben dire – sessant’anni fa - . Si condivida o meno l’analisi radicale circa la “peste” italiana, quello che il presidente Napolitano dice è che non esiste, non può esistere, in Italia e ovunque, democrazia senza verità, verità senza conoscenza. Un trinomio imprescindibile, che non può essere scisso. Una è la fondamentale condizione per l’esistenza delle altre due.

   Non deve poi sfuggire un altro elemento: il costante richiamo del presidente Napolitano all’unità d’Italia, al paese nato dalle lotte del Risorgimento e poi della Resistenza e dalla Liberazione dal nazi-fascismo. Non solo un atto dovuto per rendere l’omaggio alla parola d’ordine di questa edizione del meeting. Il trasparente, evidente richiamo era ai fatti di questi giorni. Politici mentecatti e in evidente stato confusionale, per sopperire alle loro crisi politiche che ci si augura siano ineluttabili, in questi giorni hanno scagliato parole d’ordine forse non pericolose (ma chissà?), certamente irresponsabili. E segnatamente ci si riferisce al leader della Lega Umberto Bossi. Di cui ha molto colpito l’insulto, quello “str….”, scagliato all’indirizzo del leader dell’UdC Pierferdinando Casini con contorno di calci da dare a presunti giornalisti felloni. Certo, un ministro non si comporta così, non si esprime così. Chiamare Bossi facchino significa offendere a sangue la categoria di onesti lavoratori, che certamente non lo meritano. Ma la cosa grave, quello che avrebbe dovuto colpire e inquietare – e colpisce che non abbia colpito e inquietato – è l’esplicito riferimento al fatto che l’Italia in crisi ha ormai fatto il suo tempo e che ora è giunto il tempo della Padania. Ecco: un ministro della Repubblica, queste cose non le può dire e non si deve permettere che le dica. Un presidente del Consiglio che abbia senso dello Stato, chiama quel suo ministro e lo induce a dimettersi. Si dirà: solite sparate di Bossi. E’ appunto questo il guaio: “solite”. Non ci si deve assuefare, non va considerata “solita” sparata leghista. Perché non è solo l’esternazione di un personaggio su cui è legittimo interrogarsi sul suo stato di salute. Giorni prima anche Roberto Maroni si era espresso in analoghi termini. E Maroni è il ministro dell’Interno, non un signore che è uscito dal bar dopo essersi fatto un aperitivo di troppo.

   Il presidente Napolitano ha reagito a questi silenzi, a queste omissioni, a questi “vuoti”; e ancora una volta gli dobbiamo essere grati per averlo fatto.

   Infine: nel suo discorso a Rimini il presidente Napolitano ha trovato il modo per “notare come in queste settimane, sospinto da alcuni impulsi generosi, si stia prospettando in una luce più positiva il tema della riforma - in funzione solo dell'interesse nazionale - e del concreto funzionamento della giustizia. Anche perché alla visione del diritto e della giustizia sancita in Costituzione repugna la condizione attuale delle carceri e dei detenuti”.

   Grazie, Presidente Napolitano.


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