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Gratteri, Panizza, Baldessarro contro la 'ndrangheta che e' in mezzo a noi
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di Giulia Fresca

Gratteri, Panizza, Baldessarro contro la 'ndrangheta che e' in mezzo a noi Un magistrato, un prete, un giornalista ovvero tre uomini liberi contro la ndrangheta: Nicola Gratteri, don Giacomo Panizza, fondatore del centro assistenza disabili ”Dopo di noi” di Lamezia Terme e Peppe Baldessarro, intervenendo all’incontro sul tema “La Calabria, i calabresi e la ‘ndrangheta: ma che fine ha fatto la “società civile”? si sono confrontati su una domanda non semplice e per nulla affatto scontata.
«nei giorni scorsi c’è stata la sentenza per coloro i quali hanno chiesto di essere giudicati con il rito abbreviato nel processo Crimine e la struttura, l’idea, della “provincia” è rimasta. È da decenni ormai che parliamo di una struttura sovraordinata ai locali che, già nel processo celebrato a Locri nei confronti di Giuseppe Zappia più altri, meglio conosciuto come il processo al summit di Montalto del 26 ottobre 1969, egli stesso dirà: “Qui non c’è ‘ndrangheta di Mico Tripodo, non c’è ‘ndrangheta di ‘Ntoni Macrì, non c’è ‘ndrangheta di Peppe Nirta o di Piromalli, qui la ndrangheta è di tutti e siamo tutti. Si deve essere tutti uniti, chi è d’accordo rimane, chi no, se ne può andare!”. Quindi già allora i vertici della ‘ndrangheta avevano pensato ad una struttura sovraordinata. Poi ci sono stati altri processi nei quali si è tentato di dimostrare l’esistenza di tale struttura che non era altro che la riunione annuale al santuario di Polsi. La sentenza di Locri, ha consacrato che già da allora, la ‘ndrangheta era unificata, con gli stessi riti, regole e sentenze, come abbiamo dimostrato in questo procedimento, fino alla ratifica della nomina del capo Crimine del 2 settembre del 2009 a Polsi. Ma in altre indagini, processi e sentenze troviamo intercettazioni ambientali, telefoniche, dichiarazioni di collaboratori di giustizia che parlano del Crimine come ad esempio nell’indagine “Olimpia”; dove si parla dell’incontro di Polsi o nell’operazione “Primavera”; in cui si parla dei mandamenti, del crimine, della provincia, del tribunale della ‘ndrangheta che chiude i locali per indegnità, che autorizza e legittima l’apertura di nuovi locali come ad esempio nell’operazione “Armonia”. L’arresto di Domenico Oppedisano non è la scoperta del “Riina della Calabria” o come dicono alcuni “abbiamo scoperto la cupola come cosa nostra”. Oppedisano è solo il custode delle regole, è colui che apre e chiude i locali, anche del nord. Egli osserva e fa osservare le regole».
Ma a che punto sia davvero la lotta alla criminalità non lo si può ricavare dalle esaltazioni che spesso alcuni giudici si lasciano sfuggire ai media ed infatti «con quello che è oggi il sistema penale e processuale detentivo e soprattutto scolastico e culturale, noi con tutti gli sforzi che stiamo facendo attualmente stiamo pareggiando la partita- ci ha detto Gratteri - Non possiamo parlare di vittoria perché non possiamo misurare la presenza, la forza e la pressione delle mafie dal numero dei catturati né ci si può lasciare andare a facili entusiasmi con frasi del tipo “stiamo sconfiggendo la ‘ndrangheta” perché ciò non è vero. La forza della ‘ndrangheta la si misura del grado di permeatività nei commercianti e nelle attività che nascono o muoiono». Ma è la società civile che deve smuovere le coscienze e far si che le cose possano davvero cambiare. Del resto la Calabria è terra di “carriere”, chi viene in questi tribunali certamente diventerà un grande nome della Statolasciando però immutate le condizioni di partenza. «La società civile calabrese non sa dove deve andare- ha detto don Giacomo Panizza- non ha una comunità di destino. A Lamezia Terme la la gente ha preferito i clan ai rom, abbiamo navi inabissate nei nostri mari e mentre qualcunno chiede di conoscerne il contenuto, i pescatori dicono “lasciateci pescare”, abbiamo una terra bellissima distrutta dall’abusivismo edilizio che, si sa, è possibile anche grazie ad ingegneri, dirigenti tecnici ed imprese. SE la società civile non ha una bussola, la ‘ndrangheta, al contrario ha un obiettivo ben preciso e lo persegue. Sta a noi, con la forza del coinvolgimento e della consapevolezza, riuscire a dare un senso alla vita. Bisogna partire dalle domande semplici come “è normale essere legali, accoglienti, non pagare il pizzo?” Se invitiamo la gente a farlo essa risponde, se la giudichiamo invece si nasconde». È una regione di esempi, positivi e negativi. «È una Calabria fatta di storie- ha detto il giornalista Peppe Baldessarro- e di vergogne che si provano nel raccontarle come quelle dei professionisti che pur commettendo reati vengono “graziati” dagli ordini di appartenenza o dei mafiosi e dei politici che si incontrano e di questi che continuano ad essere rieletti, ma anche di preti che, dicendo il falso per proteggere un mafioso trovano il silenzio della Curia. Occorre essere uomini, persone perbene, ed essere felici di dirlo, non eroi». Dall’incontro è emersa una “società civile” calabrese senza spina dorsale, adagiata sulla sponda del bisogno e del “così è”.«Negli anni ’70, quando la maggior parte dei sequestri avveniva per meno calabrese– ha detto Gratteri- la borghesia, impaurita, si è chiusa in sé consegnando la gestione della cosa pubblica a rozzi e caproni. E mentre gli analfabeti governavano i comuni, i boss mandavano i figli all’università. Oggi la pubblica amministrazione è piena di figli di ‘ndranghetisti, laureati e “puliti” a cui occorre rispondere con la cultura vera e la forza della indifferenza».

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