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Articolo 21 - Editoriali
Nel paese dei bavagli
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di Federico Orlando*

Nei giorni di lotta contro il dittatore Ahmadinejad, i giornalisti di tutto il mondo furono cacciati  dall’Iran, per lasciare alla polizia e ai guardiani clericali di reprimere nel sangue  il dissenso. A marchiare il regime era bastata l’immagine  della ragazza diciottenne col cuore spaccato da  una pallottola e  gli occhi increduli davanti all’abisso. La Cina, altro regime di liberali e democratici, ha proibito a internet di usare software in cui ricorrano immagini e storie pornografiche, poi ha dovuto fermarsi, perché s’è scoperto che con la scusa (vecchissima anche nelle  tirannie occidentali) della pornografia, si volevano epurare parole quali libertà, democrazia, stampa indipendente, pluralismo,  ben più pericolose, per il regime, di falli, vagine e altre  zone erogene. Perfino  il pastorale Molise, ex feudo  dc e da dieci  anni  berlusconiano, ha “ordinato” a tutte le rassegne stampa  di non leggere  i titoli di un giornale inviso, Il Nuovo Molise. (Che è,  già nel titolo, una contraddizione in termini).
     Ora la Federazione della stampa  annuncia per lunedì 13 luglio una giornata di sciopero nazionale contro la legge bavaglio delle intercettazioni. La annuncia più o meno nelle stesse ore in cui Berlusconi chiede agli industriale di non dare pubblicità ai giornali suoi “nemici”, e che sia chiusa la bocca (ma non sono espressioni usate al tempo di Matteotti?) a quelli che criticano le sue notti brave, di cui i bravi Tg di stato invece non parlano; e nelle stesse ore in cui Napolitano chiede  una tregua per il G8, come se a ridicolizzare l’Italia fossero le cose scritte sui giornali e non gli atti e i comportamenti del premier; e nelle stesse ore in cui una parte della destra chiede che si approvino la legge contro il testamento biologico per riguadagnare le (mai) perdute simpatie della chiesa, e le norme  – made in China – con cui il pacchetto sicurezza obbliga i provider di internet a bloccare testate, blog, siti che osino ridicolizzare le leggi (scrivere, per esempio, che molte norme  sulle intercettazioni o sulla sicurezza sono schifose norme illiberali).
     Ciò ricordato, è doveroso ricordare anche che nella terra del Duce sono molti i politici che amano la libertà di pensiero e di informazione al modo di Ahmadinejad, Putin, Hu Yntao e via  imbarbarendo. Itala gente  dalle molte vite, come cantava il poeta retore dell’Ottocento, molte sono anche le vie che sappiamo seguire  per imbavagliare i disturbatori. C’è, ovviamente, l’editto bulgaro, che però è il solo a fare notizia e quindi scandalo, al punto da far quasi venire a uggia le sue vittime; e ci sono gli editti della spartizione delle spoglie, che, quando a spartire è la destra, vanno  sempre ai più  estremisti e disponibili del branco. Ci sono le forche all’editoria (particolarmente efficienti in regime di ridotta pubblicità e di tagli ai finanziamenti), che comportano  l’eclisse da un giorno all’altro del direttore che aveva fatto de La Stampa il più laico  e più leggibile giornale d’Italia; o che costringono il direttore del Sole-24 Ore ad accettare come  vicari e vicedirettori uomini non scelti da lui ma imposti dalla Confindustria; e ci sono i  maldipancia  trans-tiberini contro Famiglia Cristiana alla quale non piace “papi”, che invece piace a tutti gli altri, che preferiscono prendersela piuttosto con chi osa proclamarsi “cattolico adulto”; c’è la scomparsa dalle firme assidue  di scienziati miscredenti come Odifreddi, la rarefazione delle presenze di filosofi laici come Giorello, l’improvviso  fiorire  su  Facebook, accanto  alla  biografia del senatore Ignazio Marino, di riquadretti sulla sua presunta  battaglia per l’eutanasia, quasi opera  di intelligence volta a  distruggere l’immagine di uno scienziato cattolico sì ma indipendente.
       Dobbiamo continuare?  Non c’è lo spazio. Meglio  chiedersi come mai di queste cose e delle infinite altre che stanno realizzando l’Italia formalmente bigotta e sostanzialmente monoculturale  che piace a chiesa e governo, non parlino i nostri giornali: se per censura o autoimbavagliamento,  suggerito da editori, ministri, cardinali (perfino la più gloriosa casa editrice del dopoguerra , la Einaudi, rifiuta  di pubblicare un libro critico nei confronti del premier, che da tempo ha  incorporato la casa torinese nella sua Mondadori); e come mai si taccia  sui cambiamenti nei cartelloni dei teatri stabili, via via che gli enti locali vengono conquistati da amministrazioni di destra; e come la  satira e la comicità siano demonizzati ( a meno che si tratti di bagaglini) perfino in una piccola ma già brillante tv come La 7. Che  sostituisce il non omologabile Crozza  con  altro attore più “ragionevole”. Nulla di tutto questo fa  notizia, specie  nel gran mondo della Rai, cui più che la libertà critica è consustanziale la spartizione: non ricordo manifestazioni di massa di giornalisti Rai contro la “normalizzazione” dai tempi della presidente Moratti, quando arrivarono a Milano da tutta Italia in oltre mille e, col patrocinio di Montanelli, “alzarono la voce”, come si disse allora e  mai più. Oggi sono frustrati giornalisti già di sinistra ad alzare la voce contro la sinistra, scoperta  giustizialista, eversiva, chiacchierona, sprogrammata. Quei  bravi colleghi scrivono ora sui giornali della destra,  forse è il loro  riscatto sociale. A loro nella repubblica bicipite (la  ruota dentata e la  tiara)  spetta la  funzione di Andrej Wizinskhi nei processi contro i compagni deviazionisti. Noi non crediamo che la storia si ripete, ma nel  1923-24, quando in Italia i giornalisti si chiamavano  anche Amendola e Gobetti e Zanetti ed Emery e non vollero stare al gioco delle tre carte, la cornice somigliava a  quella  di oggi. Per fortuna è  diverso il personaggio raffigurato nel quadro, che fa ridere di più. (Fuori d’Italia, s’intende).

da Europa del 2 luglio 2009

 

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