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Articolo 21 - Editoriali
Afghanistan, il cambio di rotta
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di Fernando Cancedda

Ci voleva il massacro di Kabul perché  ai piani alti qualcuno si chiedesse che cosa ci stiamo a fare, in Afghanistan. Che l'ipotesi di un ritiro delle nostre forze armate dai teatri di guerra si ponga solo in coincidenza con l'uccisione dei nostri soldati è già  indizio del modo irrazionale, oltre che demagogico al limite del razzismo, con cui media ed esponenti politici seguono e trattano le "missioni di pace".
Come se le stragi quotidiane di civili che le anzidette "missioni" comportano o il sostanziale fallimento in rapporto agli obbiettivi strategici dichiarati pesassero meno, sul bilancio complessivo, di qualche prevedibile, anche se umanamente tragico e doloroso, incidente di percorso. E difatti pesano meno, a giudicare dallo spazio che questi altri argomenti trovano nell'informazione televisiva di prima serata (su cui - non dimentichiamolo mai - si forma statisticamente il giudizio del settanta per cento dei cittadini elettori).
Ma amici "falchi" non preoccupatevi: nel giro di una settimana dai funerali, una rapida elaborazione del lutto provvederà a far capire al mondo che riproporre il ritiro era solo un gesto di circostanza. A Bossi e a Berlusconi è bastato un giorno.

Il copione infatti prevede che a chi finge di volere il "ritiro" si risponda immediatamente con la retorica del "non ci faremo intimidire, non lasceremo il campo ai terroristi,siamo lì per portare pace e democrazia", ecc. Che poi in Afghanistan, dopo otto anni di occupazione militare, sia aumentata l'insicurezza nella regione, l'elenco delle vittime militari e soprattutto civili si allunghi ogni giorno di più e la democrazia sia continuamente smentita dalla violenza, dalla corruzione e dai brogli, sono tutti dettagli insignificanti e per questo generalmente nascosti. Come si continua a nascondere il fatto che per i maggiori esperti di geopolitica il pericolo è rappresentato oggi dal Pakistan, più che dall'Afghanistan.

Altri affermano, non senza fondamento, che "il ritiro immediato sarebbe una catastrofe", magari ammettendo (non tutti) che le premesse della catastrofe sono tenacemente coltivate in anni di errori militari e politici. Si parla, più o meno genericamente, di "exit strategy", auspicando trattative con  talebani "moderati" per una decisiva alleanza anti "Al-Qaida". Ma la proposta più accreditata è l'ennesima conferenza internazionale di pace con partecipazione (scontata?) delle potenze regionali. Ottime iniziative ambedue, se chi ne parla spiega come fare per realizzarle e poi collabora concretamente a promuoverle. Si riuscirà a mettere allo stesso tavolo gli Stati Uniti e l'Europa dei ventisette, la Cina e la Russia, l'India e il Pakistan, l'Iran e i paesi arabi? Magari. Ma bisognerà pure mettere delle scadenze perché la proposta abbia un senso, o no?

In realtà si attende che  sia il presidente USA a suonare la ritirata. E meno male che Barak Obama, pur tra resistenze e difficoltà di ogni sorta, dà segni di cambiare rotta nella riconfermata lotta al terrorismo: azioni di "intelligence"  e conquista realistica del consenso locale (signori della guerra compresi) piuttosto che continuare ad inviare truppe per un'improbabile vittoria sul campo. Proteggere i civili dagli attentati e rilanciare economia e occupazione piuttosto che perseverare nell'assurda ambizione di trapiantare in loco la democrazia occidentale. E' quanto già pensano non solo la maggioranza dei cittadini americani ma anche gli esperti più autorevoli di geopolitica, come Moises Naim, che a Washinton dirige "Foreign Policy".

"Qui a Washington su un punto sembrano concordare tutti - ha dichiarato Naim ieri a Repubblica - voi europei non sapete che siete più in pericolo degli stessi americani. In fin dei conti dopo l'11 settembre 2001 non ci sono stati più attentati terroristici sul suolo degli Stati uniti, gli attacchi più gravi hanno colpito la Spagna e l'Inghilterra". Naim ha ragione, ma proprio per questo i governi europei e in particolare l'Italia non possono continuare ad avere un ruolo subalterno nell'iniziativa politica e diplomatica, limitarsi a subire l'iniziativa americana come è avvenuto di fatto in Afghanistan e in Irak. E' vero: non c'è tempo da perdere, prima che prenda forma la minaccia dell'Afpak, quella cioè di una grande potenza nucleare sotto la pericolosa guida del fondamentalismo sunnita. Se poi l'Occidente guidato da Obama fallisse nel confronto diplomatico con l'Iran e soprattutto nell'ennesimo tentativo, appena avviato, di mediare tra Israele e Palestinesi, quella sì sarebbe una catastrofe.

Ciò detto, non può essere la paura reciproca a governare le relazioni internazionali. In questo senso il grido di Giovanni Paolo II "Non abbiate paura!" ha certo significato e valore anche per chi, come me, è diversamente credente. Quello che l'ex vice segretario generale dell'ONU Pino Arlacchi ha definito "il grande inganno" della paura in un libro che consiglio a tutti di leggere, deve essere svelato e battuto. Oggi forse si comincia a capire che dialogare con tutti è anche una misura di prudenza. Si comincia a capire che o ci salviamo tutti o non si salva nessuno. Se invece dovesse prevalere ancora una volta la miopia degli interessi nazionali (o multinazionali), se il cambio di rotta resterà sulla carta, allora l'Italia e gli altri stati sovrani d'Europa dovranno pensare, insieme o da soli, a come liberarsi dal tabù della Nato.

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