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Articolo 21 - Editoriali
Il Boss Raccuglia e i ragazzi di Calatafimi
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di Onofrio Dispenza

"Pezzo di merda!". La ragazzina lo urla in faccia al boss Raccuglia che sta dentro l'auto che sgomma lasciando i vicoli stretti di Calatafimi per raggiungere gli uffici della Squadra Mobile di Palermo. La ragazzina non è sola. Sono tanti i ragazzi di Calatafimi che stringono con due ali di folla il corteo di auto cariche di uomini con il passamontagna sul volto che hanno appena catturato il numero due di Cosa Nostra. I ragazzi con il passamontagna che hanno catturato Raccuglia, l'uomo che ha messo la firma sul delitto più atroce di mafia, l'uccisione del piccolo Di Matteo, hanno gli occhi lucidi di gioia; una gioia doppia, tripla. Intanto, per avere messo le mani su Raccuglia, poi per aver sentito una inaspettata, fresca, coraggiosa solidarietà attorno a loro, ed ancora per aver raggiunto questo successo con sacrifici personali, perché i soldi per catturare i latitanti non bastano, si assottigliano ogni giorno di più.

"Pezzo di merda!". Urlato in faccia ad un mafioso, ad un boss è quanto di più offensivo si possa pensare. Eppure la ragazzina, e con lei tanti altri, l'ha fatto, l'ha urlato, come per cancellare per sempre il peso di un'ombra troppo oppressiva, come per comunicare a Raccuglia e ai suoi amici d'ogni livello che i giovani non ne vogliono più sapere di "Cosa loro". In quest'angolo di Sicilia, del resto, il coraggio è nel Dna, e loro lo ricordano a chi non esulta per la cattura del boss. Qui, a Calatafimi il 15 maggio del 1860 i garibaldini vinsero uno scontro decisivo con l'esercito borbonico. E poi, le lotte per le terre, con la mafia che sparava. E questi ragazzi, e queste ragazze con facce belle e pulite si fanno carico di questi passaggi della loro storia. E ne scrivono un altro, importante.

"Pezzo di merda!". In genere sono i boss mafiosi che si permettono di apostrofare così, di umiliare, le loro vittime, i magistrati e i poliziotti visti in tv mentre, con orgoglio, rivendicano il successo di un'operazione di polizia. Oggi è Raccuglia a prenderselo in faccia l'insulto meritato. Faccia scossa, quella del boss, da quella reazione inaspettata e senza paura, in un paese piccolo, piccolo, dove tutti hanno nome e cognome. E ci vuole coraggio. E questa sera i ragazzi di Calatafimi non hanno paura, stanno scrivendo una pagina importante della storia democratica, e forse non lo sanno. Un atto di coraggio e di ribellione che richiama alla memoria le feste dei giovani palermitani di Addiopizzo davanti alla Squadra Mobile per la cattura di altri latitanti della Cupola. Che richiama alla memoria un tempo più lontano e che sembrava irrimediabilmente perduto, quella Primavera palermitana che seguì la stagione delle stragi: catene umane smisurate per le strade della città e lenzuoli bianchi ai balconi per dire no alla mafia, per mostrare una indignazione infinita, un dolore infinito, ma anche una ribellione e una rabbia che avrebbero potuto dare la spallata alla mafia. Il tempo seguito alla Primavera palermitana avrebbe dato, però, altri segnali, avrebbe dato respiro ad una mafia stretta alle corde, indicato nuove strade a Cosa Nostra per curare le ferite e riprendere il potere, i dialoghi sotterranei e compromettenti con la politica e l'economia.

I ragazzi di Calatafimi, due ali di folla giovane non per i nuovi eroi quotidiani dei reality, o per una star della musica, ma per loro, per quei ragazzi con il passamontagna che non conoscono orario e fine settimana. Per quei ragazzi costretti troppo spesso a lavorare contro corrente per vincere sui poteri criminali. A loro i ragazzi di Calatafimi hanno detto"Non siete soli". Lo hanno detto con un lungo applauso e tanti sorrisi felici di liberazione. Ed anche con quel"Pezzo di merda!" urlato, con il cuore, al boss Raccuglia. E con la testa.

 

 

 

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