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Articolo 21 - Editoriali
Disastro Urbani. Non c'è più un euro ai Beni culturali
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di Vittorio Emiliani

Il caso La Regina, al quale il ministro "inesistente", cioè Urbani, sta affannosamente applicandosi, potrà anche venire, in qualche modo, risolto. Con un arrangiamento. Ma è soltanto la punta emergente di un autentico disastro : quello del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali dopo un triennio ormai di cura-Urbani. L'ex soprintendente ai Beni Archeologici di Roma, Adriano La Regina, era stato trattenuto in servizio al compimento dei 67 anni e "prorogato" per altri tre su intervento diretto di Giuliano Urbani. Il quale però, secondo la sua Ragioneria, ha usato una procedura sbagliata non dando luogo ad una sia pur minima interruzione del rapporto tra il professor La Regina e il Ministero. Secondo altri invece, non ci sono proprio gli euro per remunerarlo nella nuova veste di "soprintendente speciale" ai beni archelogici della capitale perché delle due l'una : o il Ministero assume i 39 tecnici (soprattutto architetti e ingegneri) reclamati dalle Soprintendenze del Nord oberate di lavoro e allora non ci sono fondi per le "proroghe" speciali ; oppure non li assume o ne assume di meno, e il livello della tutela si abbassa ancor più.

"In realtà si abbassa in ogni caso perché il definitivo allontanamento di un personaggio come Adriano La Regina si ripercuote negativamente sulla cultura e sulla operatività della salvaguardia a Roma, e non parlo dei soli beni archeologici", osserva Giuseppe Chiarante, presidente della "Bianchi Bandinelli" e per molti anni coordinatore del Consiglio Nazionale dei Beni culturali. "La sua presenza infatti ha garantito  un disegno strategico, anche urbanistico, di vasto respiro". Da Firenze intanto è rimbalzata un'altra notizia grave e non meno sintomatica del "disastro" Beni culturali :non ci sono fondi per confermare fino ai 70 anni neppure la direttrice uscente degli Uffizi, Anna Maria Petrioli Tofani, e quindi la stessa se ne va. Dagli Uffizi e dall'Italia avendo subito ricevuto incarichi prestigiosi negli Usa. "Caro ministro, la sua gestione non ha prodotto per il momento nulla di buono, né di concreto", ha scritto di recente Libero Rossi segretario della Cgil Beni culturali al ministro che, sempre modesto, si era appena vantato sulla stampa di aver fatto per il settore "più che negli ultimi cinquant'anni". "Col suo sì al condono ambientale e paesistico, Urbani", rincara Rossi, "ha finito di esistere". Se mai fosse esistito.

Si sa che Urbani ha accettato molto di malavoglia la destinazione al Collegio Romano (avrebbe amato finire in Viale Mazzini, alla presidenza della Rai). Agli inizi ha dovuto convivere con un sottosegretario imprevedibile come Sgarbi subendone le esternazioni a volte insultanti. Poi è riuscito a liberarsene. Ma è rimasto in una sorta di vuoto pneumatico. Riempito da un plotone di consulenti e da un accentramento burocratico mai visto : mentre si chiacchierava di "devoluzione" e di "federalismo", al Ministero si nominavano ben 46 dirigenti centrali rispetto agli 8 che avevano Veltroni e Melandri (potendone promuovere 10).  "E adesso il ministro ha nominato altri cinque dirigenti centrali di staff", rincara un altro segretario del sindacato di settore, Gianfranco Cerasoli della Uil. "Assumono questo ruolo, fra gli altri, le segretarie-capo dei sottosegretari Bono, Pescante e così via". Qualcuno vi aggiunge, dato folkloristico (ma economicamente pesante) la formidabile moltiplicazione dei telefonini in dotazione a carico del Ministero, che con Giovanna Melandri era in tutto tre.

"Inoltre", chiarisce il segretario della Uil, "si sono create nuove Soprintendenze quali quelle di Lecce, per compiacere il sindaco Poli Bortone di An, e di Lucca, per fare un favore al presidente del Senato, Pera. Attenzione però : in genere i posti di dirigenziali negli Archivi e nelle Soprintendenze sono stati ridotti, alla faccia della tutela del territorio." Quant'è costata la "riforma" del vertice dei Beni culturali voluta dal governo Berlusconi, cioè questa abbuffata dirigenziale centrale? Secondo i sindacati, 1.358.967,25 euro, cioè 2 miliardi 313 milioni lire. E doveva essere a costo zero, ovviamente.  Tutto ciò mentre non ci sono euro né per altra spesa corrente né per i restauri. Il cosiddetto decreto taglia-spese di luglio ha ridotto del 46 per cento le spese di funzionamento e del 26 per cento quelle di investimento. Poi, in sede di legge finanziaria, è intervenuto un altro taglio del 10 per cento. Un Ministero tornato in serie B, o peggio. Lo stesso fondo speciale proveniente dal Lotto del mercoledì - una "invenzione" di Veltroni - che portava una bella dote alle Soprintendenze e ai loro progetti per i restauri ha subito una netta mutilazione (si parla addirittura del 50 per cento).

Come i proventi dell'8 per mille destinato dai contribuenti allo Stato e in passato smistato in buona parte al decoro del Bel Paese e alla sua maggiore attrazione turistica. Quanto pesino queste secche riduzioni di fondi lo si può vedere da una recente indagine della Corte dei conti su di un ampio numero di Soprintendenze di settore : quasi il 75 per cento dei loro finanziamenti  impiegati nei restauri venivano da leggi speciali, essenzialmente da Lotto e 8 per mille. Un vero e proprio dissanguamento. Che va a tamponare la spesa corrente, a quanto pare. Come mangiarsi il grano in erba. In parallelo, al di fuori dal Ministero e dei suoi organismi tecnico-scientifici, Urbani ha creato, insieme al collega Pietro Lunardi patron delle Grandi Opere, una società per azioni, l'Arcus,  alimentata con le somme fornitele dal 3 per cento sui finanziamenti destinati alle grandi infrastrutture. In qualche modo, somme "figlie della colpa" visto che autostrade, trafori, pedemontane, tangenziali producono guasti nel paesaggio per lo più irreparabili.

Esse presentano però il vantaggio di dribblare le Soprintendenze e ancor più i Comitati di settore del Ministero, dai quali invece devono passare tutti i progetti di restauro "normali" degli organismi di tutela. Nei mesi scorsi l'Arcus, presieduta dall'ex capo di  gabinetto di Urbani, Mario Ciaccia, ha distribuito a pioggia i suoi primi 36 milioni di euro occupandosi anche di finanziamenti diretti ad attività musicali (attività, non edifici come teatri, auditorii, ecc.). E, guarda caso, 6,32 milioni di euro, un buon 17,5 per cento del totale, sono finiti a Parma, forse in omaggio al ministro stesso delle Infrastrutture, Lunardi, o forse perché c'è un'amministrazione di centrodestra, la sola importante nella regione.  Del resto, la destinazione di queste ingenti somme la decidono, di fatto, i due ministri. Non c'è nessun Comitato tecnico di settore, né Consiglio Superiore dei Beni culturali ad operare controlli, verifiche, tutte quella noiose procedure insomma della democrazia. Per non avere fastidi di sorta, il ministri Urbani ha provveduto a sterilizzare completamente il vecchio Consiglio Nazionale dei Beni culturali "epurandone" il vice-presidente Chiarante, rieletto alla unanimità. Ha nominato tre suoi componenti di fiducia e poi l'ha chiuso. Quello rieletto e rinominato nel 2004 non è mai stato convocato. Ora si andrà a rivotarlo con le norme previste dal nuovo Codice il 10 febbraio.

E allora l'Arcus, braccio esterno e autonomo del duo Urbani-Lunardi, tornerà anche più utile. A lor signori. "E' una delle situazioni più gravi di delega a privati di compiti chiaramente istituzionali", deuncia ancora Chiarante. Per la verità, pure le nomine operate dal Ministero, a raffica, non paiono tutte improntate a criteri di professionalità inattaccabili. Nelle direzioni centrali regionali c'è stata, per esempio, un'ampia immissione di quadri amministrativi che di un restauro o di un vincolo conoscono forse i costi ma niente più. Con la pressoché totale esclusione degli storici dell'arte, una figura che, del resto, anche il ministro Moratti stava eliminando assieme alle lauree specialistiche, assieme alla tradizione dei Corrado Ricci, degli Adolfo Venturi, dei Roberto Longhi, dei Brandi, degli Argan, degli Gnudi, dei Carli e così via. Robetta. In Piemonte il ministro ha paracadutato, cosa mai vista, il capo della sua segreteria, Mario Turetta. In giro per l'Italia sono stati designati a posti di rilievo archeologi classificatisi al ventiseiesimo posto nelle graduatorie del concorso o tecnici nemmeno annoverati, addirittura, fra i 64 architetti "idonei". Addio regole, addio procedure, addio garanzie tecnico-professionali. Non si può concludere senza ricordare i trasferimenti nel nulla inflitti a soprintendenti che avevano avuto il torto di esporre le loro critiche, o delle lettere di richiamo subito spedite ad altri che avevano espresso le loro motivate opinioni. Come si vede, il caso La Regina, grave, gravissimo in sé, è la spia di una autentica devastazione in atto.

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