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Articolo 21 - Editoriali
Ecco perché ti odiano
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di Simone Luciani

Pare che solo oggi, soprattutto tra i suoi più stretti seguaci, si siano accorti che esiste in Italia un sentimento di odio, anche discretamente diffuso, nei confronti di Silvio Berlusconi. Pare essersene accorto oggi (anzi, ieri) Fabrizio Cicchitto, che lo imputa a Repubblica, al Fatto, alle procure e chissà chi altro. Paiono essersene accorti oggi diversi editorialisti. Diamo a Berlusconi la fortissima attenuante di essere comprensibilmente sotto shock e di porsi solo oggi la domanda ‘ma perché mi odiano’. Tutti fingono di non capire, pur essendo persone colte e preparate.
E così, saltano fuori le spiegazioni più disparate. E sbagliate. C’è chi vede l’origine dell’odio nelle presunte collusioni con la mafia e la loro diffusione a mezzo stampa. Chi nella poca attenzione ai ceti sociali più deboli. Altri in alcune voci del curriculum di Berlusconi (e, francamente, la tessera P2 non è oggetto di cui menar vanto). Altri ancora nelle riforme promesse e mai fatte (neanche una). Tutti questi sono motivi molto forti di dissenso politico e morale dal leader Berlusconi e dall’uomo Berlusconi. Ma non sono le vere ragioni dell’odio.
E’ vero, l’odio si batte con l’amore, come ha detto ieri il premier. Eppure, sono due dimensioni che si pongono sullo stesso asse, che è quello emotivo, e non certo quello razionale. Difficilmente l’amore può esistere laddove non c’è l’odio. Si pensi alla figura più limpida, amata, solare, pulita della storia: anche attorno a essa, l’amore sarà accompagnato dall’odio viscerale, magari da parte di esigue minoranze. Perché, dunque, questi due sentimenti così forti circondano Silvio Berlusconi che, col rispetto che è dovuto a una figura istituzionale, difficilmente può essere considerato un grande della Storia alla stregua di Gesù, Alessandro Magno o Napoleone? Per l’estrema personalizzazione del suo agire politico. Fin dalla sua discesa in campo, Berlusconi non ha fatto altro che costruire non solo il proprio consenso o la sua comunicazione, ma perfino la sua azione politica, attorno a se stesso e alla sua immagine. Solo così poteva governare con coalizioni che andavano dal cattolicesimo liberale al leghismo. Solo così (giacché i risultati conseguiti sono stati tutt’altro che brillanti, tanto da non essere mai riconfermato per due legislature consecutive) ha potuto resistere. E’ stato lui a presentarsi come uomo di successo, e ciò doveva bastarci per dargli in mano un paese, al di là di ogni ragionevolezza e razionalità. E’ stato lui a mettere in gioco la propria vita privata (un tantino edulcorata, come abbiamo saputo con certezza durante la scorsa primavera) e a farne motivo di campagna elettorale. E’ lui ad aver costruito la più forte formazione politica italiana, variamente composta (ex socialisti, ex democristiani, ex laici, perfino ex comunisti) e tenuta assieme, solidamente e non con la colla, unicamente attorno alla sua immagine.
E’ vero ciò che dicono alcuni colonnelli della PDL: i loro elettori non odiano le persone che guidano i partiti d’opposizione. Non li odiano perché quasi nessuno di loro esprime una così forte personalizzazione. Qualcuno, come Prodi, non l’ha mai cercata. Altri, come Veltroni, non l’hanno trovata. Dunque, perché odiarli? Piuttosto, l’odio viene convogliato verso figure ‘archetipiche’, come ‘i comunisti’ (senza che si sappia chi siano), o verso figure idealizzate (Santoro o Repubblica dipinti come l’incarnazione del male). Figure di volta in volta indicate da un leader che fonda la sua popolarità nella dimensione emotiva e dell’immaginario.
E’ per questo che di fronte a una così estrema personalizzazione, voluta dallo stesso Berlusconi, il premier deve accettare che ci sia chi lo ama svisceratamente ma anche chi lo odia con tutte le sue forze. Questo, ovviamente, non implica che un folle possa scagliargli in viso una statuetta del Duomo, né che suoi avversari politici possano lasciarsi andare a commenti bene che vada infelici, male che vada terrificanti, in ogni caso sbagliati. Ma non necessita neanche di sconcertanti attacchi agli organi di stampa da parte dei più diretti collaboratori di Berlusconi.
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