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Articolo 21 - Editoriali
Bagnasco e la Chiesa trasformata in lobby
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di Simone Luciani

Domani le pagine dei giornali discuteranno sul senso del monito lanciato dal presidente dei vescovi italiani sull’aborto che, a suo dire, non potrebbe non orientare il voto cattolico alle prossime regionali. Come se davvero ci fosse da discutere di presunte “soppressioni della vita” o della consumazione di “delitti incommensurabili” (parole di Bagnasco). Né si intravedono straordinarie novità nell’eco di voci estasiate che, come di consueto, segue le parole di qualunque prelato graduato. Semmai, va segnalato che un dirigente del PD (l’autorevole costituzionalista Stefano Ceccanti), stavolta, ha battuto sul tempo perfino Gasparri.
Non è una novità nemmeno che i vescovi, evidentemente in pausa dalla loro missione di pastori di anime, non trovino di meglio da fare che tentare di influenzare il voto italiano. Tuttavia, su questo punto si apre una questione senz’altro più interessante da dibattere rispetto ai contenuti del coretto di applausi gregari che, in stile sit-com, si è levato al solo fiatare di Bagnasco: è legittimo che il presidente dei vescovi italiani intervenga in modo così chiaro per orientare il voto (per essere più completo avrebbe potuto solamente fare nomi e cognomi dei candidati)? E, soprattutto, è opportuno?
Sulla legittimità andrebbero interrogati i costituzionalisti. E, ovviamente, il dibattito non potrebbe non riflettere le posizioni etiche, politiche e religiose degli studiosi nell’interpretazione dell’articolo 7 (quello che stabilisce l’indipendenza e la sovranità di Stato e Chiesa nel loro rispettivo ordine, e conferma il regime concordatario). Va ricordato che, in questo caso, le parole di Bagnasco non suonano come un semplice orientamento di voto da parte dei cattolici: il riferimento all’aborto, infatti, va collegato al tema della pillola abortiva, sulle cui modalità d’applicazione le regioni potrebbero trovarsi a decidere tra poco. Dunque, un vero e proprio tentativo di influenzare un provvedimento delle istituzioni italiane.
Sull’opportunità, invece, la situazione è molto più chiara. E’ proprio necessario che la Conferenza Episcopale Italiana si occupi di politica (ovviamente, non di “alta” politica), e intervenga nel dibattito per dare le pagelle e per scrivere alla lavagna i nomi dei buoni e i nomi dei cattivi? E’ proprio necessario farlo, in un momento talmente fragile per le istituzioni italiane che qualunque desiderio arrivi da Oltretevere rischia di innescare una gara fra chi cerca di esaudirlo prima? E’ indispensabile che, in un clima nel quale candidati e maggiorenti di un partito anche stavolta non ci hanno risparmiato passerelle nelle stanze vaticane, gli alti prelati non trovino di meglio da fare che inserirsi in questa evidente debolezza per chiedere (e ottenere) ciò che vogliono? Insomma, dopo aver sostenuto che Gesù crocifisso sia il simbolo di una tradizione culturale e non di una religione, è proprio utile (ai credenti, prima di tutto) farne il marchio di una lobby?
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