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Articolo 21 - Editoriali
Il gioco delle parole e il prezzo della vita
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di Giorgio Bocca

da L'Espresso

Quella cui partecipiamo non è né una guerra santa per la democrazia e la libertà, né una ricostruzione. � l'ultima delle guerre imperialiste
 Vogliamo far un po' di chiarezza in questa faccenda dei resistenti iracheni che ora sono terroristi, assassini, bestie selvagge, creature del demonio e ora valorosi mujaddin che combattono l'invasore sovietico al fianco dell'eroico Stallone divo hollywoodiano, paracadutato in loro aiuto sulle montagne dell'Afghanistan?
Vogliamo smetterla di affidare alla Cassazione, ai neofascisti, alla stampa forzista, ai riformisti benpensanti, l'immutabile esercito nominalistico per cui chi si oppone all'occupante prima è, come nell'Italia della Resistenza, un bandito al soldo di Mosca o di Londra, da fucilare senza processo, da impiccare e solo al momento della resa un combattente dell'esercito di liberazione?
Vogliamo finirla con questo gioco delle parole per cui gli alleati dei nazisti, i collaborazionisti di Salò diventano per la giustizia berlusconiana dei belligeranti, ma belligeranti di che e di dove se dalla liberazione di Roma l'esercito di Mussolini fu praticamente assente dalla guerra e comunque sempre e dovunque agli ordini dei tedeschi?
Dicono: i kamikaze, gli uomini bomba di Al Zarkawi non sono la stessa cosa dei fratelli Cervi o dei martiri delle Ardeatine. Lo ha detto anche Massimo Rendina, uno dei dirigenti dell'Anpi, l'associazione dei partigiani italiani. Ma non mi pare una grande scoperta che ci siano delle differenze fra una resistenza antifascista, in un paese europeo di antica civilizzazione cristiana, e una islamica, in uno Stato inventato dagli inglesi il secolo scorso, con enormi spazi incontrollati, 600 mila tonnellate di armi abbandonate dal dittatore Saddam Hussein, l'appoggio esterno della risorgenza islamica di tutto il mondo, che ha scelto il terrorismo, il sacrificio totale della propria esistenza, come unico mezzo per liberarsi dall'occupazione occidentale che gli islamici chiamano cristiana.
Certo, questa guerra sfugge spesso alla nostra comprensione, i suoi modi di essere ci risultano spesso di un estremismo incomprensibile, gli uomini bomba per noi sono degli alieni. Ma questa guerra c'è, coinvolge il mondo intero, ha colpito il cuore del nostro sistema di vita e non possiamo consolarci o ingannarci con le parole, ignorando il dato di fatto essenziale che siamo noi, i virtuosi cittadini dell'Occidente, a occupare le città e i villaggi dell'Islam e non viceversa; che sono i nostri eserciti, le nostre multinazionali, i nostri interessi, a sbarcare in tutti i paesi della mezzaluna e del drappo verde.
Quella a cui partecipiamo non è né una guerra santa per la democrazia e per la libertà, né una ricostruzione, è l'ultima delle guerre colonialiste, imperialiste, in cui i missionari cristiani avevano spesso la funzione di informatori degli eserciti.
Con l'inasprirsi della guerra gli americani che ne sono protagonisti hanno mano a mano recuperato la dura sincerità delle guerre, si sono decisi a chiamare le cose con il loro nome, i giornali americani sono pieni di notizie di opinioni sulla guerra 'sbagliata', le centinaia di morti non sono eroi da cerimonia, da riportare in patria con pubbliche onoranze e commentari eroici. Sono il prezzo crudele delle guerre, sono le bare tutte eguali, sono le letture tutte eguali e sbrigative che l'uomo del Pentagono Donald Rumsfeld spedisce alle famiglie accompagnate da un assegno di 12 mila dollari che per il governo di Bush è il prezzo di una vita.
Solo noi continuiamo a parlare di un nostro soldato, morto mentre su un elicottero impugnava una mitragliatrice per sparare contro i ribelli, a dire che era lì, come uomo di pace e di opere buone. Ma il gioco delle parole non serve neppure oggi per resuscitare i morti.

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