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Articolo 21 - Editoriali
La Rai ritira gli inviati da Baghdad? Ci permettiamo di dissentire
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di Ferdinando Pellegrini

La RAI, così come le altre testate giornalistiche italiane, ha deciso di ritirare tutti gli inviati da Baghdad, a causa delle precarie condizioni di sicurezza per quanti cercano ancora di dire il più possibile, oltre alle agenzie e alle eveline, su questa guerra che sembra non finire mai. Ci rendiamo conto ed apprezziamo le preoccupazioni dell'azienda per l'incolumita' dei propri giornalisti, ma visto che c'è ancora libertà di espressione, ci permettiamo di dissentire dalla decisione di viale Mazzini. E' un dissenzo pacato e regionato, senza nessuno spirito di aggressivita' o di critica a tutti i costi. La direzione generale sa bene che noi stessi abbiamo più volte portato all'attenzione degli oganismi aziendali previsti, proprio quei problemi di sicurezza che hanno poi spinto a questa drastica decisione. Ma proprio per questo una serie di spiegazioni andrebbero fornite così da consentire un possibile ripensamento. Cominciamo dalla prima e forse più importante motivazione pratica per il mantenimento sul campo di un gruppo se pur    ristrettissimo di colleghi, quello della collocazione delle postazioni da cui    trasmettere. Quando l'EBU decise di lasciare l'hotel Palestine  per spostarsi in un luogo più sicuro, lo fece con molta avvedutezza. il Rimal hotel da cui si trasmette infatti è una sorta di bunker pressochè inattaccabile se non da una intera squadra di carri armati pesanti, tante sono  le precauzioni prese non
solo dall'ente europeo, quanto anche dalle varie società e dagli "esperti" americani che nel compound risiedono. Parliamo di strutture e di forze di sicurezza provenienti da vari paesi e soprattutto organizzate come un vero e proprio esercito privato.
La differenza con le strutture del Palestine  è del resto evidente a colpo d'occhio sempre che lo si voglia dare. La lettera poi inviata a tutti i giornalisti impiegati sul campo da parte della direzione generale con cui si intimava l'assoluta proibizione di lasciare un posto sicuro, ha aumentato poi le garanzie per l'azienda di una assoluta incolumità (a meno del lancio di una bomba ad alto potenziale, ma non ci sembra questo il caso).
Il problema si pone invece per il percorso aeroporto-città, considerato l'itinerario più pericoloso in assoluto, considerazione che condividiamo in pieno. Le scorte effettuate dai nostri specialisti presenti a Baghdad potrebbero essere considerate quanto mai affidabili, se non fossero però fatte con un tipo di auto assolutamente improponibile per le circostanze. Girare infatti con fuoristrada blindati in formazione da sembrare una minicolonna, rende il convoglio un targhet anzichè una forma di sicurezza.
In una delle raccomandazioni fatte da un'agenzia di sicurezza inglese, si suggerisce infatti l'uso di macchine civili il più possibile anonime, con le modalità di massima sicurezza, s'intende, così da rendere il meno individuabile il convoglio, suggerimento che ci sembra quanto mai saggio e soprattutto perchè viene da chi di sicurezza se ne intende.
Veniamo poi alle questioni deontologiche. Credo sia doveroso per uno strumento d'informazione pubblica, qual'è la rai, mantenere una presenza costante nell'osservazione di un conflitto che coinvolge, volenti o nolenti, il paese. Le possibilità informative che una permanenza fisica sul posto vengono afferte a qualsiasi operatore dell'informazione attraverso l'utilizzo di interpreti, stringer ed autisti di fiducia, sono tali che neanche la migliore delle agenzie o le più splendide immagini delle eveline possono dare. Vuoi per la scelta dei temi che via via il collega decide di affrontare o verificare, vuoi per quell'imponderabile senso che appartiene a qualunque giornalista, e che si chiama "fiutare l'aria, o sentire le emozioni che dall'esterno ci giungono". E questo vale anche nel caso di una assoluta prudenza che spesso consiglia di non lasciare il compound dell'albergo, così da non poter essere individuati per la strada come obbiettivi prioritari di sequestri, visto che tali siamo diventati. C'è infine da fare una valutazione politica. Il ritiro della stampa potrebbe avere anche il senso di abbassare la guardia e di accettare le condizioni che il terrorismo cerca di dettare. Se è vero infatti, e concordiamo pienamente, che il terrorismo va combattutto con ogni mezzo, anche l'uso di una informazione libera da condizionamenti è uno di questi mezzi, ed è doveroso da parte di ogni paese, soprattutto quando il mezzo è l'informazione pubblica, mantenere l'osservatorio privileggiato per chi a casa segue gli sviluppi di un avvenimento che ci coinvolge in prima persona sia per le scelte politiche fatte dal parlamento, al di la delle polemiche sulla loro bontà, sia per la presenza di un congruo numero di soldati italiani. Credo sia il caso di ricordare  che la presenza della stampa che non sia cassa di risonanza di questo o quell'interesse, è uno degli elementi fondamentali per riaffermare quella necessità di libertà e di democrazia che l'Italia rappresenta nel mondo.

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