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Articolo 21 - Editoriali
Quella lunga lotta contro il muro di gomma...
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di Roberto Morrione

Se n’è andato con discrezione, dopo una lunga malattia affrontata con coraggio e in silenzio, portando con sé l’amore di Luciana e l’ultimo sorriso di Ilaria.
Non dimenticheremo Giorgio Alpi, il dolore, la dignità, l’orgoglio che ha trasfuso in 16 interminabili anni per onorare quella figlia partita un giorno per la Somalia e mai più tornata. Sedici anni affrontati da Giorgio e Luciana, sempre insieme, spalla a spalla,  per avere piena luce su quell’agguato nelle strade di Mogadiscio che spense la vita di Ilaria e di Miran Hrovatin, uccisi mentre si apprestavano a diffondere dal TG 3 la verità acquisita con il loro lavoro di cronisti. Una verità faticosamente emersa nelle sue linee generali e riconosciuta finalmente dal GIP di Roma che ha rifiutato l’archiviazione delle indagini, chiesta dalla Procura, confermando una volta per tutte quanto era già emerso negli anni sul piano giudiziario e giornalistico, che Ilaria e Miran furono uccisi in un agguato su commissione per impedire che l’inchiesta condotta sui traffici d’armi e di rifiuti tossici fra l’Italia e la Somalia fosse portata a conoscenza dell’opinione pubblica. Le indagini dunque proseguono e già a novembre si aprirà a Perugia un nuovo processo per fare luce sul depistaggio che, attraverso un testimone somalo oggi accusato di calunnia, ha portato in carcere un altro somalo con l’accusa di aver fatto parte del commando omicida. Un solo condannato, dunque,  quasi certamente vittima di una macchinazione, in 16 anni segnati da un muro di omertà, false testimonianze, indagini di  varie Procure arenate o chiuse senza plausibili motivi, inchieste di polizia bloccate senza valide motivazioni, destituzioni improvvise di magistrati particolarmente attivi, come avvenne alla Procura di Roma. E lo sporco ruolo giocato dai servizi segreti, con ostacoli di ogni tipo, coperture e false piste,  vergognosi silenzi e contraddizioni, nel crocevia degli interessi emersi fra la Cooperazione gestita dal governo italiano, allora nelle mani dello stretto entourage di Bettino Craxi e del PSI, faccendieri internazionali, entità mafiose coinvolte nei traffici sui quali Ilaria lavorava con nuovi elementi emersi in Somalia. In questa ignobile corsa a ostacoli si distinse, non casualmente, anche il potere politico, con la relazione della maggioranza berlusconiana nella Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Carlo Taormina, che nel 2006 affermò che il delitto di Mogadiscio non fu opera di mandanti, né dovuto all’inchiesta sui traffici fra Italia e Somalia, ponendo segreti, occultando la verità dei fatti, tentando di criminalizzare perfino i giornalisti che quei fatti e la logica che li legava avevano messo in luce. Contro le vergognose parole di Taormina si alzò più volte con parole vibranti di collera e di sdegno proprio la voce di Giorgio Alpi…
A  quella verità mancano così ancora i mandanti, il suggello della Giustizia bloccato dal muro di gomma e dei segreti frapposto da forze e soggetti potenti, ma che il coraggio e la determinazione di Giorgio e Luciana sono riusciti almeno a incrinare, lasciando aperta una porta che spetta ora a tutti noi di non far chiudere per sempre. Come ultimo monito morale e civile, Giorgio Alpi lascia infatti l’appello dell’Associazione che porta il nome di Ilaria rivolto alla politica, alla magistratura, al Capo dello Stato e aperto a tutti i cittadini (che in migliaia hanno già firmato) affinché sia fatta verità e giustizia su quell’agguato e sui cittadini italiani e somali che ne furono i promotori e gli organizzatori.
Ed è a quella lunga lotta contro il muro di gomma del potere che Giorgio Alpi, insieme con Luciana, ha dedicato giorno dopo giorno tutto il suo impegno, dando vita anche al Premio intitolato a Ilaria e dedicato alle inchieste televisive in cui Ilaria credeva e alle quali si era dedicata nel TG 3 con passione, sensibilità e coraggio. Giorgio Alpi capiva infatti perfettamente che alla battaglia per fare piena luce sulla morte di Ilaria si collegava strettamente l’impegno di non far morire quella scelta di giornalismo d’inchiesta, oggi costantemente insidiata, spesso colpita dallo stravolgimento del mercato, dall’appiattimento televisivo, dalla crescente subordinazione al potere alimentata dal conflitto d’interesse che domina il panorama italiano. Di qui la scelta del Premio, per fare esprimere i giovani, incalzare i grandi network dominati dalla logica distorta del mercato, aprirsi alle nuove tecnologie e alle multiformi realtà del mondo, far discutere sui contenuti che determinano il formarsi dell’opinione e della coscienza dei cittadini.
E il Premio e l’Associazione hanno combattuto al fianco di Giorgio e Luciana, sono cresciuti, hanno dato il loro contributo a quella battaglia civile per la buona informazione e per la difesa della Costituzione che sono oggi fra i pochi argini alla dilagante deriva etica e culturale che attraversa l’Italia e che rappresenta, solo apparentemente in modi diversi, lo stesso volto segreto della corruzione e dell’illegalità che Ilaria ha denunciato facendo il suo dovere di giornalista. Un’eredità pesante, ma essenziale, che ha il sapore dell’essere e non dell’apparire, dell’onestà intellettuale e professionale, ma soprattutto morale, della dignità di sapere compiere  e difendere scelte  civili basate sulla conoscenza e sulla memoria. Così erano in fondo padre e figlia, plasmati con gli stessi valori. Abbiamo soprattutto questo debito nei confronti di  Giorgio Alpi, esattamente come verso Ilaria e Miran. Continueremo ad onorarlo.
Roberto Morrione   

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