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Articolo 21 - Editoriali
Caso Marcegaglia-Il Giornale. Dove finisce il giornalismo d’inchiesta e inizia il dossieraggio
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di Gianni Rossi

Che fine ha fatto il giornalismo d’inchiesta? E si può chiamare ancora giornalismo d’inchiesta lo “spulciare” nei segreti  privati di personaggi politici, dell’imprenditoria, della finanza, del mondo religioso, utilizzando documenti che riportano in qualche modo a “veline” o a dossier confezionati da settori oscuri di apparati riservati dello stato o, ancora, “assemblati” grazie ad intercettazioni spesso illegali? Qual è la deontologia, che sorregge questo tipo di giornalismo, che si va affermando nel nostro paese e che ha il fine ultimo di influenzare l’opinione pubblica e di apportare consensi alternativamente a questa o a quell’altra coalizione politica? C’è ormai in Italia da molti anni una “Zona Grigia”, una specie di “Terra di Mezzo”, nella quale i confini tra l’informazione di analisi e approfondimento si inabissano verso la partigianeria, la “disinformatia” tipica dei regimi dittatoriali, dove la verità è sinonimo di verosimile e dove le notizie per essere vere devono essere anche “utili” a qualche fine di potere.

Siamo dunque alla “palude mediatica”, dove anche i giornali cosiddetti di opinione, non solo quelli smaccatamente legati ai gruppi di potere in lotta tra loro, sembrano sprofondare seppure lentamente. Il caso ultimo del presunto “dossieraggio” in preparazione da parte del Giornale di Feltri, Sallusti e Porro ai danni della presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, pone dei quesiti inquietanti e aggrava questo scenario che, come abbiamo scritto negli ultimi due anni e abbiamo approfondito in due articoli del 21 luglio e del 17 agosto, purtroppo puzza di un “sentore di marcio e naftalina in questa guerriglia a suon di dossier avvelenati contro Fini e le minacce di ulteriori attacchi ai principali oppositori istituzionali al volere del “sommo capo”, Berlusconi”. Un sentore di marcio per chi è abituato professionalmente alle inchieste su depistaggi, stragi di stato, servizi segreti deviati e consorterie massoniche varie. Gli “scoop” giornalistici di questi ultimi mesi, infatti, puzzano proprio di “pacchetti avvelenati”, preparati da settori deviati dei servizi d’informazione e corpi speciali di polizia, carabinieri e guardia di finanza, ad uso e consumo di parti affaristico-politiche, con l’intento di liquidare gli oppositori all’attuale regime mediatico instaurato da Berlusconi.

Non sappiamo al momento quanto fossero reali le minacce, se di minacce si è trattato, per intimidire la Marcegaglia, colpevole agli occhi del Sultano di Arcore di averlo criticato sull’assenza di una politica economica e sulla sottovalutazione della crisi. Certo che la Marcegaglia, che conosciamo direttamente da 20 anni, da quando era leader dei Giovani Imprenditori di Confidustria (anche lì fu la prima donna al vertice), come una persona dal carattere forte e difficilmente influenzabile, deve aver sentito puzza di bruciato se ha poi rilasciato dichiarazioni piuttosto inequivocabili ai magistrati. Magistrati che ancora una volta, però, si sono comportati inadeguatamente nei confronti della libera stampa, come elefanti in una cristalleria, autorizzando perquisizioni nella redazione del Giornale e requisendo materiale dai computer dei giornalisti sospettati. Non è così che si affronta il problema delle “campagne stampa”,  che stanno spopolando nel nostro panorama mediatico. La via giudiziaria per riportare la libertà d’informazione nei canoni della decenza democratica e dell’etica sociale è quanto di più pericoloso possa esserci! 

Vanno cercate altre strade. Soprattutto, va prima risolto l’immane conflitto di interessi che sta alla base del sistema mediatico italiano, basato su intrecci societari che nulla hanno a che fare con il sistema in vigore nei paesi occidentali più avanzati, dove vige la figura degli “editori puri” o, quantomeno, si sono sviluppate società ad azionariato diffuso che si occupano, che “fabbricano” essenzialmente prodotti mediatici, sia tradizionali (carta stampata, agenzie, radio e TV), sia innovativi, come siti Web, piattaforme di scambio multimediale, software di comunicazione per telefoni cellulari e personal computer di ultima generazione (i-phone, i-pad ecc...). In Italia da alcuni decenni, solo qualche sparuto gruppo di giornalisti, che hanno dato vita prima al Gruppo di Fiesole e poi alla componente sindacale di Autonomia e Solidarietà e al sito di Articolo 21, si è occupato di questi temi. Sono state fatte proposte concrete su come affrontare in maniera moderna e senza ideologie il tema della libera concorrenza dei media, della loro autonomia ed indipendenza finanziaria e politica, delle interconnessioni tra informazione e comunicazione, tra nuove figure professionali e l’esplodere, grazie alle nuove tecnologie, di un “giornalismo diffuso”, che in pratica permette in tempo reale di avere informazioni su quanto accade nel mondo, oltre che  vicino a casa propria.

Al momento solo le grandi società che operano nei prodotti digitali per computer e nei software connessi sembrano attrezzate a sviluppare questa nuova era del “giornalismo diffuso”, con tutti i rischi che ciò comporta, ma almeno con alcuni fondamentali: chi fa TLC può anche operare sulle reti TV nelle differenti piattaforme, ma non produrre contenuti; chi fa editoria può a sua volta produrre per tutti, ma non può essere legata ad interessi esterni al settore, come banche, finanza, industrie o politica. Questa è l’evoluzione del mercato capitalistico avanzato, che apre nuove frontiere e scenari ancora inesplorati per la diffusione delle informazioni, del sapere, della cultura, e che sviluppa anche occupazione e accresce profitti. Non ci sono regole a livello internazionale, se non la cosiddetta “Free Net”, libertà di rete, a volte anarchica, a volte autoregolamentata.

In Italia, siamo al tempo del Medioevo mediatico, al tempo del “Padrone delle ferriere”!E così assistiamo non allo sviluppo di questo settore, ma all’uso strumentale e distorto delle informazioni e dei media, al trionfo di un solo “padrone” che determina il mercato delle notizie e all’affastellarsi di tanti vassalli. Da questa situazione scaturiscono gli ultimi “affaire” scandalistici come il caso del direttore dell’Avvenire, Dino Boffo, quello del presidente della regione Lazio, Piero Marrazzo, le foto “indiscrete” al portavoce di Romano Prodi, Silvio Sircana, le intercettazioni del segretario del PD, Piero Fassino, con alcuni dei “furbetti del quartierino” impegnati nel risiko bancario. Oltre al caso più inquietante dei dossier e delle intercettazioni illegali della Telecom. Insomma, quello che era lo “stile” Pecorelli, ovvero il metodo informativo del giornalista Mino Pecorelli (ucciso nel ’79 a Roma, in circostanze mai chiarite),  che con la sua agenzia-rivista OP (Osservatorio Politico) lanciava messaggi, usava dossier e veline dei servizi segreti deviati e di altri apparti piduisti, e forse ricattava anche i potenti di allora, quel metodo è oggi diventato “sistema”.

I “poteri forti” hanno bisogno in Italia di determinare il mercato dei media, per orientare l’opinione pubblica, specie in funzione dello loro scelte elettorali, ma non solo. Questa deriva mostra come la società della comunicazione è pervasa anche da “produttori” di notizie false, verosimili, o lesive della privacy. Al giornalismo autonomo, ancora legato ad un’etica professionale si sta affiancando, se non sovrapponendone un altro, che opera per “bande”, senza scrupoli e scambiando la fame di notizie a qualsiasi costo da pubblicare, con l’inesperienza, l’assenza di controlli sull’affidabilità delle fonti: si è passati dall’essere “i cani da guardia del potere” a “i cani da caccia per il potere”. Così non si può più andare avanti! Già invitammo in precedenza gli organismi che dirigono la professione, Ordine dei Giornalisti e FNSI, ad  operare in fretta una riflessione approfondita su questa mutazione genetica. Ora si spera che, in occasione delle prossime elezioni per il rinnovo dei vertici delle associazioni regionali e della stessa FNSI ( dal 25 al 28 novembre), questi temi vengano discussi e che si producano anche proposte concrete, come: uno statuto per le imprese editoriali, che separi nettamente gli interessi conflittuali con i “poteri forti” economici e politici; uno statuto per la tutela dell’autonomia professionale, che vada oltre le regole previste nel contratto collettivo di lavoro e rafforzi la libertà e la dignità dei giornalisti; la creazione di Consigli di sorveglianza per le imprese editoriali; l’ingresso nei CDA di rappresentanti dei giornalisti; la profonda riforma dell’Ordine dei giornalisti, che preveda l’accesso  più semplice e diffuso di chi lavora solo nella comunicazione e, inoltre, inserisca un sistema di regole per la effettiva e rapida tutela dei lettori e di chi potrebbe essere danneggiato da “campagne stampa”, dossieraggi e “mala informazione”.

Oggi i giornalisti italiani non riescono più ad incidere sulle scelte editoriali, sulle innovazioni tecnologiche e di prodotto nelle loro aziende: possono solo, quelli contrattualizzati, difendere alcuni spazi, alcune prerogative, cogestire piani di ristrutturazione e prepensionamenti. Ma influire sul “prodotto”, su cosa si stampa o si manda in onda e in rete, no! E nei grandi giornali di opinione basta un direttore, ritenuto “progressista”, come Ferruccio De Bortoli del Corriere della Sera, che tenta di modificare anche le relazioni sindacali, ed ecco che il sistema entra in crisi: il giornalista di stampo “fordiano” è nudo, anzi è finito. Si è come stretti in una tenaglia: da una parte il giornalismo di “guerra” tra bande, dall’altra il giornalismo che scrive del presente, ma con lo sguardo ancora rivolto ad un passato che non c’è più. Il rischio è la destrutturizzazione del sindacato, come avviene in altri settori lavorativi, tipo i metalmeccanici, proprio perché non si guarda al futuro e non si progettano i cambiamenti, ma si ragiona ancora con le categorie ideologiche del Novecento, che però oggi non servono più per difendere gli occupati né tantomeno per far crescere l’occupazione e rendere più democratici i processi di produzione.

Forse siamo idealisti o forse siamo troppo “liberal”, ma nei paesi nei quali i media possono investigare su tutti e con mezzi leciti, non esistono ordini professionali né conflitti di interessi. Certo l’informazione, il settore delle comunicazioni, sono un “mercato” con regole dure, ma certe. Non tutto è oro quello che luccica nella parte del mondo più evoluta da noi. Basta pensare allo “Squalo”, a Rupert Murdoch, l’uomo più potente del mondo nel settore dei media, che può decidere da decenni delle fortune o delle cadute di governi e di potenti: in Gran Bretagna, l’ascesa del Thatcherismo e la sua caduta con il trionfo del New Labour di Tony Blair e poi la ricaduta di Gordon Brown a favore del conservatore David Cameron; negli USA, l’affermazione del “grigio ed insipiente” George W. Bush contro il democratico Al Gore e poi la “fiducia a tempo” verso Barack Obama, oggi visto come il fumo negli occhi, tanto da finanziare lautamente l’ala più conservatrice dei Repubblicani e di “sparare mediaticamente” contro il presidente democratico con la sua FOX TV e gli altri media. In Italia, attraverso SKY Italia, il tycoon dei “news media” si muove con molta abilità tra destra e sinistra, a seconda di chi potrebbe rendergli favori per tutelare il suo impero nella TV satellitare, a scapito del nemico-amico Berlusconi con la sua Mediaset. Al momento, però, non ha ancora deciso su quale “cavallo” politico puntare per il “dopo Berlusconi”. Troppi galli  a cantare nel pollaio della politica italiana! 

Murdoch è davvero l’uomo più potente del pianeta, senza dover intrecciare i suoi interessi con la politica attiva. Sul suo impero mediatico “non tramonta mai il sole” e come fosse un moderno “Roi Soleil”, Luigi XIV, anziché “lo stato sono io”, potrebbe ben vantarsi col dire che: “i governi li faccio io”! Tutto questo che stiamo vivendo, comunque, in parte era già stato previsto e spettacolarizzato anche dal cinema. Basti pensare a due opere prodotte nel ’97 e nel’98: “Agente 007, il domani non muore mai” di Roger Spottiswoode e “Nemico pubblico” di Tony Scott. Nel primo, James Bond combatte contro  un tale Elliot Carver, magnate dei media nei cinque continenti (appunto come Murdoch, che di fatto “non vede mai morire il domani” sul suo impero), interessato a distruggere governi e carriere dei potenti della terra con i suoi giornali e TV; ma la reazione del controspionaggio inglese lo travolgerà, quando cercherà di scatenare una guerra tra Cina e Inghilterra, grazie anche ad “inganni mediatici”, solo per guadagnare soldi ed audience. In “Nemico pubblico”, un brillante avvocato di colore, di Washington, si ritrova causalmente coinvolto in una operazione di controspionaggio, per essere venuto in possesso di un nastro che contiene la registrazione del capo della NSA (l’agenzia per la sicurezza nazionale USA) mentre uccide un membro del Partito Democratico, contrario alla sua nuova legge sull’ordine pubblico, ritenuta illiberale. Braccato dagli agenti del controspionaggio, al protagonista non resta che fuggire. Tutti i suoi “profili”, dalla carriera, alle carte di credito, la fedina penale, la vita privata e affettiva, vengono deformati e stravolti da un “grande fratello” telematico e lui stesso viene seguito e intercettato dovunque. L'unico uomo in grado di aiutarlo sarà un esperto del settore che si è ritirato a vita privata, dopo alcuni casi sconvolgenti (è lo stesso Gene Hackman, protagonista del film cult di Francis Ford Coppola, “la Conversazione” del ‘74).

In entrambi i film vengono mostrati i pericoli per la democrazia, quando vengono utilizzati  dagli esperti della “Zona Grigia”  mediatica mezzi sofisticati, tecniche di controllo e di distorsione delle informazioni, allo scopo di “disinformatia” e di conquista del potere. Sono questi i pericoli che corrono le istituzioni democratiche e la stessa Carta Costituzionale e che dobbiamo contrastare subito come movimenti di opinione, forze sociali, sindacali e partiti di opposizione, altrimenti qualsiasi lotta democratica per il cambiamento dei governi sarebbe un’inutile esercizio di retorica politica. Servono ovviamente nuove leggi, sul sistema elettorale e quello mediatico, sulla libertà del WEB, sulla RAI svincolata dai partiti, sui conflitti di interessi. Nel frattempo, prepariamoci ad altre scorribande nella guerriglia mediatica, come anche l’esperto “principe” delle intercettazioni, il “superpoliziotto informatico” Gioacchino Genchi ha previsto nell’intervista con Lucia Annunziata, il 3 ottobre, “profetizzando altri attacchi mediatici e dossier in arrivo contro gli avversari e i critici di Berlusconi. Ecco, Genchi in un altro paese, e forse in un’altra epoca, sarebbe potuto essere la cosiddetta “Gola profonda” per tutti quei giornalisti d’inchiesta alla Carl Bernstein e Bob Woodward, i due coraggiosi inviati del Washington Post che fecero scoppiare lo scandalo Watergate, fino a portare alle dimissione del presidente americano Richard Nixon nel 1974. Per più di 30 anni quella “Gola profonda” non ebbe un nome e la sua identità fu svelata solo il 31 maggio del 2005, quando William Mark Felt, il numero due dell'FBI nei primi anni Settanta, rivelò che era lui, come fu poi confermato dallo stesso Woodward.

E’ quello il giornalismo d’inchiesta che deve farci da esempio, che usa i mezzi a disposizione leciti, seppure riservati, le fonti dirette, e non si piega a nessun diktat del potere costituito, ma  anzi vuole controllare i “poteri forti” e far emergere i retroscena degli scandali e delle verità nascoste. Un giornalismo al servizio dell’opinione pubblica e della difesa del sistema democratico, e non al servizio del potente di turno o per un proprio tornaconto inconfessabile.

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