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Articolo 21 - Editoriali
Italia, italia ! Ne parliamo nel 2011
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di Maurizio Calò*

Chiunque abiti in una città d’arte sa che affianco ai monumenti più rappresentativi si trovano sempre bancarelle piene di cappellini, felpe e magliette decorati con la scritta “Italia”. Eppure lì intorno non c’è mai fila, né si vedono turisti che esibiscano questi gadget che, tanto meno, si vedono indosso agli italiani. La moda non ha mai sfruttato l’abbinamento bianco, rosso e verde se non, forse, dopo l’esibizione delle scarpe di Chiambretti  di qualche anno fa. Ma anche di quei modelli, in giro, non se ne sono poi visti tanti. Pensare, invece, alla fortuna che hanno avuto i capi in blu, bianco e rosso che, guarda caso, evocano la bandiera francese.
C’è quindi, in Italia, una bella differenza con gli americani, capaci dell’alzabandiera a stelle e strisce ogni mattina con tutta la famiglia nei giardinetti delle loro ordinate villette, o con gli inglesi che chiamano familiarmente la loro bandiera Union Jack e guai a chi gliela tocca, o con i tedeschi che hanno affrontato pesi inenarrabili pur di riunificarsi.
Tanto distacco dal nome Italia, dalla sua bandiera e dai suoi simboli non può che corrispondere alla stima che gli italiani hanno delle loro istituzioni: un Paese forte e rispettato coinvolge i suoi cittadini in uno spirito unitario che proprio di onore, passione e orgoglio si nutre; un Paese debole rimane ai margini dell’attenzione e dei pensieri dei propri abitanti.
Non si può dare agli italiani tutta la colpa di questa situazione, ma occorre prenderne atto.
Invero, non si può apprezzare un parlamento che assegna la fiducia ad un governo con a capo un signore capace di chiamare la questura dall’alto del suo prestigioso incarico invitandone i funzionari a violare le leggi con la bugia di avere fermato la nipote di un importante capo di stato estero o che ritiene consentito distrarsi dagli affanni della carica con festini selvaggi, qualunque gioco erotico comportino, ma che in ogni caso non escludono la presenza di minorenni.
Né si possono dimenticare le performance dei partiti politici che a quel parlamento hanno nominato i loro aderenti, o sedicenti tali.
Tralasciando figure minori come i signori Scilipoti, che da fustigatore del berlusconismo nell’Idv al berlusconismo si è poi flessuosamente flesso, e Mele, che riteneva di assolvere i dettami cattolici dell’Udc intrattenendosi in albergo con due signorine alla volta tra nuvolette di polvere bianca, non possiamo trascurare la coerenza dei capi dei capi.
Il ridicolo del family day di qualche anno fa, promosso da esponenti politici che di famiglie ne avevano, o stavano per averne, almeno due, è superato solo dai risultati dell’economia.
Quando Berlusconi lasciò la poltrona nel 2006, il debito pubblico era al 106,5% e pendeva già una procedura di infrazione della CE per eccesso di deficit, salito al 4,5% rispetto al 3% fissato nel trattato di Maastricht.
Dopo la cura di Prodi e del compianto Padoa Schioppa, in soli due anni, fino alle elezioni del 2008, il debito pubblico scese al 102,5% con un avanzo primario del 6% ed il rapporto deficit/PIL scese al 2% rispettando abbondantemente i parametri europei.
Sono passati appena due anni e mezzo e ci troviamo con il debito pubblico al 118,5% (+16% !!!), il rapporto deficit/PIL al 5,5% (+3,5%) e l’avanzo primario al - 0,5% (- 6,5%).
Dice che c’è stata la crisi a decretare questa debacle dei conti pubblici e la crisi mondiale non si può negare, ma sprechi come l’italianità dell’Alitalia o i fasti del G8 trasferito da La Maddalena alla terremotata L’Aquila senza effettive ricadute sull’economia e tanto meno sull’occupazione, scesa alle percentuali peggiori dal 2004, tolgono credibilità alla gestione delle Finanze il cui Ministro si sente osannare da più parti senza che si rinvenga un solo provvedimento eretto contro la crisi che non sia stato, da una parte, lo splafonamento di ogni argine nazionale ed europeo e, dall’altra parte, il taglio orizzontale di ogni spesa. Le vecchie mamme insegnavano a non fare il passo più lungo della gamba e che, semmai una cosa si comprava a rate, era l’Enciclopedia Treccani e non la pelliccia. Forse al Ministero di Via XX Settembre è finito qualche orfano.
Taluni ritengono che la Lega Nord sia una faro di coerenza e affidabilità. Per esempio: hanno promesso che avrebbero fermato gli sbarchi degli immigrati a Lampedusa e ci sono riusciti. Ma a quale prezzo sono in pochi a dimenticarlo. Quel blocco è costato la dignità nazionale e un gran brutto compromesso con la nostra coscienza. Si è trattato nient’altro che di un’astuzia per aggirare le regole costituzionali sull’ospitalità. Si è affidata a Gheddafi la sorveglianza della nostra frontiera meridionale, fornendogli anche i mezzi navali per esercitarla, sol perché la Libia, a differenza dell’Italia, non ha aderito al trattato di Ginevra sui rifugiati. Se i libici ricacciano indietro i profughi dell’Africa subshariana, negando loro assistenza e asilo, nessuno può condannarli mentre noi, facendolo per l’interposta persona del Colonnello libico - cosicché tutti se ne sono accorti - abbiamo subito aspri richiami dalla comunità internazionale. Il centrodestra ha risposto un bel Chissenefrega e il popolo e la Chiesa non hanno voltato le spalle al governo.
Questo compromesso con la nostra coscienza è un tipico prodotto dello sfascio della Chiesa, da sempre sentita come immanente nella vita italiana. Una realtà sempre stimata fino a quando, abbandonando progressivamente la socialità, ha finito con l’alternare al camauro il saturno, conservando le scarpe rosso Prada, e si è mostrata assai indulgente verso il governo del bunga bunga mentre troppo tardivamente tirava il freno sui preti pedofili. Emergono ora domande sulla chiesa impensabili fino a pochi anni fa: che coerenza c’è nel predicare la parola di Dio sulla scelta tra il bene e il male e sul libero arbitrio dell’uomo, da una parte, e poi, dall’altra parte, pretendere che quella parola divina, secolarmente interpretata, si trasformi in leggi laiche che si impongono a tutti e che poi, inevitabilmente, finiscono sotto la scure della ragione? L’infallibilità della Chiesa è ormai un miraggio che non si riesce ad aggiudicare ad una mera forza politica ed economica. Tanto economica e tanto politica che la magistratura ha dovuto occuparsi di transazioni dello IOR assai incoerenti con le normative antiriciclaggio.
Ma neppure la magistratura riesce più a convincere del tutto. Il numero delle inchieste contro Berlusconi ha evidenziato un accanimento che non può che appartenere a scelte politiche: il Premier, come il pupazzo del “tre palle un soldo” nelle fiere, è diventato il bersaglio della gara a quale giudice riuscirà a farlo condannare offrendogli così il destro per giustificare le leggi ad personam. Ed a questa competizione sembra appartenere quell’ostinata resistenza degli ermellini rossi ad accettare la separazione delle carriere senza la quale non è credibile l’indipendenza del giudice: finché pubblici ministeri e giudici risiederanno nello stesso palazzo, frequenteranno gli stessi corsi e concorsi e siederanno alle stesse mense, non sfuggiranno a quella sensazione di convivialità abituale che da sempre pone in dubbio l’imparzialità del decidente. L’irresponsabilità delle toghe è poi un privilegio intollerabile dopo il plebiscito popolare che già nel 1987 la voleva abolire.
E quanto si potrebbe ricordare, ancora, di manifestazioni sconcertanti del disonore e dell’indisciplina nella conduzione delle istituzioni in patente violazione con l’art. 54 della Costituzione?
Ci vuole poco a ricordare quel ministro che non si era accorto che gli avevano comprato la casa al Colosseo, o quel governatore, cattolico quant’altri mai, che al terzo mandato non riusciva a trovare tempestivamente un numero sufficiente di firme per presentarsi alle elezioni, ma le ha poi trovate lo stesso a modo suo. E quel sindaco, un tempo duro e puro, che ha consentito l’assunzione nelle aziende municipalizzate di 2.500 amici degli amici sino alle cubiste … O quel capo delle opere pubbliche che privatamente operava per i suoi compari … E quei tutori della legge che volevano ricattare il povero Marrazzo … E quelle escort a passeggio per i palazzi del potere con le macchine fotografiche come turiste … E le veline innalzate alle cariche pubbliche col metodo di Caligola col suo cavallo … E gli appalti della sicurezza che, a tutela della segretezza, segretamente finivano sempre agli stessi amici degli amici … E il trio alla Totò che, però, dava del tu alla Cassazione … E la Cassazione che al Trio Totò domandava ‘domani che faccio’? … E le mura di Pompei che crollano mentre il ministro preposto non accetta di crollare con loro … E la televisione dell’assoluzione sinonimo della prescrizione … E la CGIL che non firma i contratti con CISL e UIL, li critica, ma i vantaggi se li prende lo stesso … E la munnezza di Napoli che in tre giorni doveva sparire … E le case de L’Aquila che, invece, dovevano apparire …
Giochi di prestigio di un potere illusionista al quale, infatti, sempre meno italiani credono e, non trovando ascolto, soddisfazione, energia neppure in quella sinistra dell’abbiamo una banca e sotto i cui governi sono pur sempre cresciute le comunità montane al livello del mare, perdono fede e fiducia.
Non c’è da stupirsi se non si vedono in giro felpe e t-shirt inneggianti all’Italia.
Eppure resiste il Presidente della Repubblica che pacatamente, ma saldamente tiene alto il vessillo bianco, rosso e verde. Come un Generale Custer in una Little Big Horn assediata dalla corruzione.
E allora anche noi che per indole, formazione ed esperienza abbiamo scelto di non trascurare coloro che si sentono abbandonati e ormai privi di speranze, coloro che non credono più a nulla e rischiano di farsi travolgere dal pessimismo, non possiamo rimanere indifferenti di fronte all’esempio del Presidente Napolitano e dobbiamo imporci un gesto di solidarietà verso questi nostri sfiduciati concittadini. Fosse anche un solo piccolo gesto, comunque servirà.
Domani vado a comprarmi il cappellino dell’Italia.
E la felpa?
Possiamo parlarne nel 2011, per favore?

*Presidente dell’Associazione Migrare –
www.migrare.eu

 

 

 

 

 

 

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