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Articolo 21 - Editoriali
Anche quest'anno il 25 aprile ha piovuto
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di Massimo Del Papa

La mia storia del 25 aprile sono due. Una da trentenne una da quarantenne. La prima è del 1994, quando salii a Milano col treno della Cgil dalle Marche e veniva giù un'iradiddio di acquazzone, e lungo porta Venezia sfilavano cittadini choccati, spaventati, incazzati per l'avvento di Berlusconi col suo osceno arcimboldo elettorale, Lega secessionista al nord, fascisti nel meridione. C'erano centomila ombrelli che sembravano piangere, ma erano lì per non rassegnarsi. E c'erano sindacalisti, insegnanti, famiglie, il regista Nanni Moretti che filmava, facce deluse, facce qualunque. In treno un professore con me nello scompartimento diceva: ormai non crediamo più neppure in noi stressi.

Poi a un certo punto dal nubifragio comparve Bossi, sfilava fra le ali di folla ostile con passo elastico, provocatorio e gli ombrelli ebbero un fremito, da sotto le voci cominciarono a urlare, "vai via di qua buffone, vattene ad Arcore, vai affanculo!". Ma lui niente, torvo, cupo, impermeabile, provocatorio.

Il serpentone si srotolò per mezza Milano quel 25 aprile inondato, ma non c'era gioia, ci fu solo esasperazione e la consapevolezza che si aprivano anni drammatici, ancora più duri che in passato.

L'altro 25 aprile arrivò dieci anni dopo, a Montevegli. La Fondazione Caponnetto, cui nel frattempo mi sono legato perchè, da cronista, ho avuto la fortuna di raccogliere l'ultima intervista del grande giudice antimafia, mi manda in provincia di Bologna a tenere un breve discorso: "nonno Nino" aveva organizzato i comitati per la difesa della Costituzione insieme a don Dossetti, sapeva che questa Carta dei nostri diritti, questa Carta che ci dice che siamo vivi, che siamo qui a difendere una libertà costata sangue a chi ce l'ha regalata, questa Carta in Italia è il testo più utile e meno letto; non come in America, dove persino i ladri la conoscono: "Mi appello al V emendamento, Vostro Onore!".

Nella piazza di Montevegli, dove tanto per cambiare piove, dentro il mio impermeabilino tengo un discorso a pochi reduci della lotta partigiana: sono anziani, anzi proprio vecchi, ma ascoltano, applaudono, gli occhi sono ancora quelli di chi sapevano e sanno d'essere stati dalla parte dei giusti.

E' una piazza in bianco e nero, pure io, col mio impermeabilino, sembro un giovane candidato alle elezioni degli anni '50. Sa tutto un po' di Mondo Piccolo di Guareschi. Ma c'è un calore, davanti a quei pochi volti, che l'adunata dei centomila sbeffeggiati da Bossi non aveva. Il sindaco di Montevegli, Raffaele Donini, è un diessino giovane e perbene, poi diventerà il responsabile provinciale del partito. Uno di quelli che ti viene istintivo votare. Parla insieme a me della Liberazione, della Costituzione, di Antonino Caponnetto che sapeva bene come "a perdere una libertà costata sangue costa un attimo". Quel 25 aprile guareschiano lo difendo con più calore dentro.

E questo, questo che è arrivato sferragliando, fumando e sbuffando di furori, di polemiche assurde, di accostamenti ipocriti, che 25 aprile è stato? Un anniversario da crepuscolo degli dei, si potrebbe dire. Col regime che si sfascia, gli ammutinamenti dei servi, i si salvi chi può, gli eterni ritorni sul carro dei prossimi, probabili vincenti. Ma poi non si sa mai: meglio non vendere la pelle del nano finchè è ancora vivo.

Comunque sia, un 25 aprile di nuovo senza gioia. Neofascisti e neorazzisti lo avversano, pongono condizioni inaccettabili. Bossi non è più in condizioni di sfilare con passo provocatorio davanti ai cittadini che difendono la Memoria, ma non è per questo che ha dato ordine ai suoi di snobbare questo ricordo di democrazia. Quando un regime tramonta diventa più rabbioso, più becero e livoroso.

Anche quest'anno il 25 aprile ha piovuto.

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