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Libia, epilogo dei militari
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di Ibrahim Refat

Libia, epilogo dei militari

Da Il mondo di Annibale
Si allarga l’area sotto il controllo dei rivoltosi in Libia. Le defezioni di soldati e di alti ufficiali delle forze armate si susseguono sia ad est che ad ovest del paese. Il chilometrico telegiornale serale della tv satellitare al-“Jazeera” è pieno di dichiarazioni di lealtà verso la rivolta del 17 febbraio rese dai transfughi davanti alle telecamere. Ciò che sorprende non è tanto la scelta di al-Jazeera di  rendere pubblica la propria scelta di campo, quanto   l’avanzata età dei generali e dei colonnelli libici che disertano.

Tutti o quasi hanno già superato i cinquant’anni. Alcuni sono dei veri derelitti, degni di un’armata Brancaleone e non di un esercito che un tempo si prefiggeva di liberare la terra santa della Palestina.

Alcuni non riescono ad alzarsi in piedi e quindi questi uomini attempati in divisa e con la barba bianca sono costretti a stare seduti quando leggono la dichiarazione di abiura.

Più che combattenti sembrano capi tribù invecchiati e costretti a vivere in trincea  in qualche parte nel deserto in attesa della morte e non della battaglia, come nel romanzo di Dino Buzzati.

Tre settimane fa Gheddafi, o al-makboul (il pazzo, come lo chiamava Sadat), invitava i palestinesi a ribellarsi e a marciare compatti sui confini di Israele per liberare la Palestina, seguendo così l’esempio della marcia verso il Palazzo da parte di milioni di persone in Egitto e Tunisia.

“Armiamoci e partite”, questo è il motto di Muamar Gheddafi salito al potere con un colpo di stato due anni dopo la sconfitta del 1967. La rivoluzione libica del primo settembre – assicurava lui- punta a riportare l’onore degli eserciti arabi e a distruggere lo stato di Israele.

Parole già annunciate all’epoca dei primi colpi di stato in diversi paesi arabi ad oriente dopo la disfatta del 1948. Siria, Egitto, Iraq per primi. Yemen, Algeria e Libia dopo. Nessuno di questi regimi militari riuscì a liberare un solo centimetro della Palestina.

Anzi, riportarono sonore sconfitte nelle guerre che ne sono seguite con lo stato ebraico e persero altri territori. In nome della causa della Palestina questi uomini in divisa rovesciarono governi democraticamente eletti dal popolo; e bloccarono le Costituzioni liberali nella stragrande maggioranza dei paesi arabi.

Promisero pure sviluppo e giustizia sociale. Ma in molti paesi arabi la soglia di povertà è attestata sul 40 per cento. Come nel caso di Egitto e Yemen.

Per contro il reddito procapite Israele è di 39 mila dollari. Il tasso di disoccupazione ufficiale nei paesi arabi è del 30-40 per cento contro un 9 per cento in Israele. Dunque, le classi dirigenti del post-indipendenza sono fallite tanto in guerra quanto nel processo di sviluppo economico.

Gheddafi destinava il 3,9 del Pil (50 miliardi di dollari) alle forze armate e alle sue milizie. Mubarak devolveva  al ministero dell’Interno il 15 per cento del budget statale, tre volte più di quello che spendeva per istruzione e sanità.  Dovunque, nel mondo arabo, gli uomini in divisa sono falliti.

Queste statistiche rivelano la miseria del nazionalismo arabo del quale la loro macchina propagandistica era intrisa. In nome dell’attesa battaglia con Israele e di complotti esteri inventati, i generali arabi repressero la società civile.  La gente adesso lo ha capito: sono regimi rapaci e feroci incapaci di offrire qualcosa di positivi. Ecco i perché  del susseguirsi delle rivolte delle masse.

Adesso ai popoli arabi non interessa più l’annientamento dello stato ebraico perché sanno che è soltanto un diversivo astutamente inventato dall’elite militare al potere.

Vogliono piuttosto riconquistare la loro dignità e il loro diritto a vivere e a prosperare in una società libera. Con buona pace di chi vede vocianti masse fondamentaliste all’assalto del mondo.


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