Clicca qui per il nuovo sito di Articolo 21 »
Ricerca con Google
Web articolo21.info
 
 
Articolo 21 - INTERNI
Una chiamata professionale alle armi
Condividi su Facebook Condividi su OKNOtizie Condividi su Del.icio.us.

di Roberto Morrione*

Una chiamata professionale alle armi

Nel 2007, quando Libera Informazione decise di realizzare un’inchiesta sulla presenza delle mafie nel Lazio, con un dossier che chiamammo provocatoriamente “Mafie& Cicoria”, l’informazione si occupava poco e saltuariamente del problema, in pratica non conosciuto dall’opinione pubblica. Eppure da anni era in atto una vistosa penetrazione della camorra, lungo il litorale tirrenico dalla Campania al basso Lazio, con un’invasione che seguiva la via del cemento, del turismo abusivo e della speculazione edilizia, ma che tendeva ad allargarsi ai settori della distribuzione alimentare e dei trasporti, con la complicità negli appalti pubblici di amministratori  ed esponenti politici compiacenti  e di un’imprenditoria locale debole quanto spregiudicata, stretta spesso nel ricatto dell’usura. Con il prezioso aiuto di Antonio Turri, bravissimo funzionario di polizia e responsabile di Libera Latina, collegato con il mondo del lavoro, con il tessuto commerciale sano e con la parte della società civile tesa ai valori della legalità, entrammo in contatto con i  cronisti sul territorio e con i magistrati e gli investigatori che , dalla DIA alla DNA, aprivano indagini ed eseguivano arresti. Presto il nostro dossier prese corpo e si estese praticamente a tutte le province della regione, perché scoprimmo che dal basso Lazio e da Latina dovunque vi fosse opportunità di sviluppo economico e di appalti si erano allargate le mafie, non più soltanto i clan della camorra, ma anche le famiglie calabresi della ‘ndrangheta, rivolte, in una sorta di patto di spartizione con i camorristi, alla ristorazione e al tessuto commerciale delle città, a partire dalla capitale. Fin dal primo seminario a Latina, peraltro, scoprimmo l’estrema debolezza del sistema dell’informazione locale, sia stampata che televisiva, diffusa tra la popolazione, ma pervasa da quei “comitati d’affari” che avevamo largamente incontrato in tanti incontri svolti nel Meridione, dalla Sicilia alla Calabria, alla Campania, alle Puglie, alla Basilicata. Un misto di interessi industriali, finanziari, speculativi, spesso al limite o fuori delle regole, legato a singoli esponenti politici e al consenso elettorale,  volto a condizionare e a dirigere verso i propri progetti il lavoro giornalistico, sfruttando il precariato giovanile, evitando inchieste e approfondimenti scomodi se non indirizzandoli contro il rivale politico o affaristico del momento. E insieme cavalcando gli aspetti più emozionali e consumistici del mercato editoriale, solleticando gli umori del pubblico con la più vieta e superficiale cronaca nera o con il gossip e la pubblicità mirata, secondo quei modelli che straripano ormai dalle reti televisive nazionali pubbliche e private. Eppure, frammisto a questa estrema condizione di subalternità, era evidente il potenziale professionale soprattutto giovanile, la voglia di “fare rete” di cronisti frustrati, ma onesti, di volontari, di associazioni, per tenere alta l’attenzione sui tanti lati oscuri e illegali del territorio, a partire dalla denuncia dell’avanzata degli interessi criminali con le connesse complicità politiche e amministrative.

Da qui dunque è partito il progetto di collaborazione con la Regione Lazio, che da tempo seguiva con preoccupazione l’estendersi degli interessi mafiosi, creando un apposito Osservatorio e poi una Casa della Legalità, affidata all’ex-presidente dell’Antimafia, Francesco Forgione. La Regione si era collegata con le istituzioni giudiziarie, chiedendo il rafforzamento della magistratura e di appositi presidi delle forze di polizia, nonostante un’opposizione politica pregiudiziale e una perdurante disattenzione dell’informazione e quindi dell’opinione pubblica. In questa direzione va la proposta di legge su un rinnovamento normativo e di controllo degli appalti, già approvata dalla Giunta e fermata poi dallo scioglimento del Consiglio regionale.

Che l’indifferenza dei cittadini fosse figlia in buona parte del vuoto dell’informazione era evidente da molti segnali. Basta pensare allo scetticismo, venato da aperta ostilità, con il quale fu accolta dalla generalità delle forze politiche, ma anche sulla grande stampa nazionale, la documentata denuncia dell’allora segretaria del Partito Radicale in merito all’invasione delle mafie nel cuore di Roma, a partire da decine di esercizi commerciali…Più tardi, a chiarire definitivamente le cose, vennero i sequestri di noti ristoranti e locali storici a Trinità dei Monti e in Via Veneto. Erano arrivate le ‘ndrine  calabresi, come un iceberg improvvisamente emerso su rotte di navigazione a torto ritenute sicure.

Così è partito il viaggio per l’informazione antimafia che, non senza problemi organizzativi,  ha toccato Latina, Nettuno, Fondi, Rieti, Frosinone, Viterbo, Colleferro, facendo tappa agli Stati Generali di Libera a Roma, per concludersi nella capitale in un incontro con la Federazione Nazionale della Stampa, l’Unione Cronisti e le redazioni più coinvolte nell’impegno antimafia. Un percorso innovativo, che ha permesso di oltrepassare porte finora sbarrate e che ha in sé molti significati.


Innanzi tutto quello di una sorta di “chiamata professionale alle armi” per tante redazioni e molti giornalisti, attivi a livello nazionale come nei territori, affinché escano dalla morsa dei condizionamenti imposti dall’alto, da una distruttiva autocensura, da un appiattimento conformista e opportunistico volto solo a “fare carriera” e a compiacere acriticamente la gerarchia del potere. Riscoprire la bellezza del descrivere liberamente i fatti e la completezza delle notizie, alla ricerca della verità su aspetti della realtà artatamente nascosti o difficili da raggiungere, è una sfida che coinvolge l’essenza stessa del mestiere, la vocazione profonda di una scelta che non è solo professionale, ma che risponde a un’etica insieme morale e civile, cioè alle radici della democrazia. Una sfida difficile, ma non impossibile, che chiama a esaminare criticamente i limiti  dell’informazione calandosi in una realtà che non è fatta solo di condizionamenti, di opportunismo, di servilismo verso il potente, ma che si può saldare con la società civile, in alleanze sociali e culturali, in collegamento con le istituzioni e in particolare con il potere giudiziario. All’azione in prima linea della magistratura chi pratica e crede nel mestiere del cronista non può non essere fisiologicamente attento e sensibile...

La costituzione di punti attivi di una rete civile, che è stata la costante dei seminari e dei convegni svolti sul territorio insieme con la Casa della Legalità  e l’Ufficio Stampa della regione Lazio, è

l’altro aspetto positivo del progetto. Nelle varie zone si sono costituiti punti di riferimento organizzativo e di coordinamento fra i professionisti dell’informazione, le associazioni e tanti giovani volontari attivi con poche risorse, ma con conoscenze e accessi alle nuove tecnologie multimediali del web e sempre, nonostante le delusioni e l’avvilente condizione del precariato, con una motivazione ideale. Unire in momenti di grave crisi questo patrimonio potenziale con strutture istituzionali attive sul territorio, è di per sé un oggettivo investimento per il futuro.

E infine entra in campo, affiancando l’impegno della società civile, un soggetto centrale come la Regione, che può colmare il vuoto che, nonostante le parole e le promesse, il governo ha creato sul terreno del contrasto alle mafie, che stanno invece certamente prevalendo su scala nazionale.

Infatti se è vero che magistratura e forze investigative stanno conducendo con  successi anche clamorosi la loro lotta repressiva contro il crimine organizzato, questo impegno, peraltro rivolto essenzialmente a colpire le strutture di Cosa Nostra, già indebolite e in parte in crisi, mentre non sono sostanzialmente intaccate le strutture ramificate della camorra e della ‘ndrangheta, non ha affrontato finora nei modi corretti, cioè sul piano del controllo finanziario e bancario e del rafforzamento legislativo, il sistema di contiguità politico-amministrativo-imprenditoriale che ha fatto crescere a dismisura la presenza di capitali illegali nell’economia del Paese. Per non parlare delle oscure vicende che incombono tuttora sul passato e sul futuro giudiziario del premier e di segnali fortemente negativi come il permanere della situazione a Fondi, con il reiterato rifiuto governativo di sciogliere una struttura amministrativa dominata dalle mafie, secondo il rapporto del prefetto e dello stesso ministro dell’Interno. In questa inquietante direzione va infine la Finanziaria, con l’emendamento che, mettendo all’asta i beni sequestrati alle mafie, dopo pochi mesi dalla mancata assegnazione sociale prevista dalla legge vigente ( voluta da Libera con la firma di un milione di cittadini) di fatto riconsegnerà alle famiglie mafiose ciò che a prezzo di molto sangue innocente era stato loro tolto.

E’ fra queste contraddizioni che le Regioni, ma anche la rete dei Comuni e delle Province, possono acquisire un nuovo ruolo centrale nella denuncia, nel controllo e nella repressione dell’enorme riciclaggio dei capitali sporchi, saldandosi con un approccio pulito e radicale di buona amministrazione alla questione morale e alla lotta alla dilagante corruzione, vero cancro delle prospettive di sviluppo economico e sociale.

La positiva collaborazione fra Libera Informazione e la Regione Lazio anche da questo aspetto assume la funzione di apri-strada, per altre situazioni altrettanto gravi che coinvolgono amministrazioni democratiche del Centro-Nord nella preoccupante indifferenza e nell’ignoranza da parte dei cittadini di una questione così vitale per i loro diritti e il loro futuro. Senza una buona informazione e una partecipazione consapevole dell’opinione pubblica le mafie avrebbero davvero vinto la partita.

*da Liberainformazione.org

 


Letto 1512 volte
Dalla rete di Articolo 21