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Per non dimenticare gli eroi dell'antimafia di Rosarno
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di Carmine Fotia

Per non dimenticare gli eroi dell'antimafia di Rosarno

Quei bus carichi di neri che fuggono nottetempo scortati dalla polizia, quei neri nascosti tra gli ulivi e gli aranceti della Piana braccati dalle bande armate della ‘ndrangheta, quella cittadina lasciata in mano  alle cosche, sono il segno di una lacerazione nel tessuto democratico del paese che non riguarda solo la Calabria e il Sud. In quelle immagini, in quel luogo, in quel momento preciso sono precipitati, mescolandosi in un mix micidiale, tutti gli elementi  della dissoluzione della coesione sociale e della tenuta civile dell’Italia in atto da anni. Per una sorta di nemesi storica le “ronde” di cittadini invocate dai leghisti, si materializzano nei picciotti mandati dalla ‘ndrangheta a bastonare gli schiavi neri.
Quanti hanno invocato _ anche in buona fede e con ottime ragioni, come il direttore del Riformista Antonio Polito _ la restaurazione dell’ordine dovrebbero ora convenire che a Rosarno regna sì l’ordine, ma non quello dello stato e della legalità democratica, bensì l’ordine della ‘Ndrangheta.
La ‘ndrangheta, dopo averli bestialmente sfruttati, vuole gli immigrati fuori da Rosarno? Lo stato esegue, lasciando il campo a ronde armate che impongono la loro legge.
Come s’impara a scuola, a caratterizzare lo stato sono fondamentalmente tre funzioni: il controllo del territorio; l’amministrazione della giustizia; il monopolio dell’uso della violenza. Se analizziamo freddamente quanto accaduto nella cittadina calabrese troviamo che lì queste tre funzioni sono state delegate interamente all’organizzazione criminale.
Il controllo del territorio è assicurato dalla presenza delle ‘ndrine nelle quali si suddivide la ‘ndrangheta che sono presenti città per città, quartiere per quartiere, frazione per frazione, in tutta la provincia di Reggio Calabria: le stime più prudenti parlano di 112 cosche e circa 7.000 affiliati, altre parlano di alcune decine di migliaia di soldati. La presenza della ‘ndrangheta nei moti di Rosarno è certa, non solo perché tra gli arrestati vi è il figlio di uno dei boss di Rosarno, o perché gli investigatori hanno riconosciuto tra gli animatori della protesta diversi picciotti, ma perché la capillare presenza dell’organizzazione mafiosa impedisce che un simile evento possa verificarsi senza la sua presenza attiva o quantomeno il suo avallo.
L’amministrazione della giustizia è esercitata direttamente: la cittadinanza esige l’allontanamento degli immigrati? La sentenza è emessa dal tribunale mafioso ed eseguita in tempi record, la cui rapidità fa apparire dilettanti i sindaci leghisti che si gingillano con ordinanze amministrative.
La diffusione delle armi da fuoco e il tipo di armamento poi fanno pensare a un uso molto preciso della violenza armata, che non va letta solo nella sua immediata e terribile materialità sulle carni degli immigrati ma anche nel suo potente significato simbolico.
La ‘ndrangheta, come sanno bene gli investigatori, possiede arsenali micidiali, comprese armi da guerra e tuttavia sa modularne l’uso. Nell’arco di pochi giorni usa un ordigno rudimentale per intimidire i magistrati di Reggio Calabria, e utilizza armi “leggere” (fucili caricati a pallini, spranghe, bastoni) per impaurire e far fuggire gli immigrati. Se avesse voluto avrebbe potuto far saltare l’intero palazzo di giustizia e spianare i kalasnikov contro gli immigrati.
Se non l’ha fatto non è per remore morali, ma perchè vuole “amministrare” la violenza, graduarne l’intensità a seconda degli obiettivi che vuole raggiungere, proprio come fa uno stato.
Nel caso della bomba al Tribunale vuole con ogni evidenza restaurare percorsi processuali più accomodanti perché nelle regole del gioco mafioso ci sta che ti arrestano, ci sta che ti processano, ma ci sta che a un certo punto le cose si aggiustano. E così usa la bomba come primo “avviso”.
Nel caso di Rosarno, utilizza i picciotti come un vero e proprio esercito privato che interviene per “difendere” la comunità da un “pericolo esterno”. A Rosarno e in tutta la Piana di Gioia Tauro _  come ha scritto Antonello Mangano autore di una preziosa inchiesta su Rosarno “Gli africani salveranno Rosarno. E probabilmente anche l’Italia, Terrelibere.org 2009) _ il mercato delle braccia è sotto il totale controllo delle ‘ndrine così come è nelle loro mani, come sostiene l’ex-sindaco antimafia di Rosarno, Peppino Lavorato, tutta la filiera degli agrumi, dalla raccolta alla commercializzazione. 
Quando la vera e propria riduzione in schiavitù dei braccianti immigrati produce un degrado che appare insopportabile agli occhi della popolazione ecco che la ‘ndrangheta _ che ha imposto agli immigrati condizioni di vita contro le quali cent’anni fa i nonni dei Rosarnesi si ribellavano con le lotte bracciantili _ interviene presentandosi con il volto di chi difende quella comunità che essa stessa ha violentato.
Anche su questo occorre riflettere: una terra che diede vita a veri e propri eroi dell’antimafia come Giuseppe Valarioti, assassinato perché si opponeva all’infiltrazione delle cosche nei finanziamenti comunitari all’agricoltura; a una generazione di sindaci antimafia come Mimmo Tripodi a Polistena e Peppino Lavorato a Rosarno, che di quelle lotte furono i continuatori; quella terra, oggi, cerca di resistere attraverso l’azione straordinaria di un tessuto civile fatto dei giovani che animano i movimenti nati dopo l’assassinio di Francesco Fortugno,  di sacerdoti, di imprenditori e associazioni antiracket e di movimenti come  Libera o Msf.
A loro, io credo, la resa dello stato a Rosarno appare intollerabile.  A loro, ma soprattutto a noi, serve un movimento di ricostruzione democratica, un  moto civile che non li lasci soli. Noi di Articolo 21 possiamo dare un contributo mettendo anche questi temi al centro dell’Assemblea nazionale di Acquasparta, compiendo un piccolo gesto simbolico conferendo a questi eroi civili del nostro tempo il premio Paolo Giuntella.

 

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