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Articolo 21 - Editoriali
A cosa servono i giornalisti
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di Pasquale Chessa

così come gli buoni costumi,
per mantenersi,
hanno bisogno delle leggi;
così le leggi, per osservarsi
hanno bisogno de’ buoni costumi

Machiavelli Discorsi 1.2

«Surtout pas de journalistes»: ecco che cosa disse Dio ad Abramo quando gli impose di sacrificare Isacco. «Soprattutto niente giornalisti… Mi raccomando Abramo, ciò che succede qua, sul Monte Moria, sono cose che non possono diventare una notizia, devono rimanere incondizionatamente private, inacessibili, segrete». Come facciamo a saperlo? E perché Dio parla francese? Dio parla in francese perché la sua risposta è un’«invenzione», nel senso di ritrovamento o piuttosto «scoperta», del filosofo francese Jacques Derrida, elaborata attraverso  ragionamento apodittico che si fonda sulla notazione di Kirkegaard sul silenzio di Abramo (… Abramo infatti non dice niente a nessuno nemmeno a Sarah che sta per sacrificare il figlio prediletto …). Un silenzio che isola Abramo dal suo spazio familiare fino a farlo diventare estraneo allo spazio pubblico.

Mantenere segreta una relazione invisibile, singolare e unica, perciò indicibile, è il patto su cui Dio stabilisce il primato assoluto, il potere trascendente della sua presenza, annullando la possibilità che quell’evento diventi una notizia, poco importa se buona o cattiva.

Ecco cosa ho visto salendo sulle spalle di Derrida (sapete la storia dei nani che salgono sulle spalle dei giganti, ma per vedere più lontano). Derrida parla del fondamento della religione: ma se è vero che la Bibbia funziona come un giornale, prototipo di ogni reality, la sopvrapposizione fra media e religione e non è poi così indebita. Diciamo che il problema centrale è lo stesso. «Surtout pas de journaliste». Soprattutto niente giornalisti, appunto. Non si tratta di buttarla in politica, come faceva dire Guareschi al Cristo di Don Camillo, ma si tratta di individuare il punto di rottura fra il sistema di potere (la politica l’economia le istituizioni la società), e il potere della notizia.
Perché la notizia è potere. Un potere forte che riverbera sull’economia sulla politica sulla società. Ma mentre il potere politico, economico, sociale religioso si legittimano attraverso se stessi, il potere della stampa per essere pieno ed efficace ha bisogno di una condizione necessaria: la libertà. Senza enfasi, direi una libertà elementare, minima, diciamo con la minuscola, ma che sia efffettiva. Nella storia del nostro tempo questa libertà, imperfetta se volete, si realizza solo in quelle società aperte che noi definiamo democratiche.

Semplice, no? No! Non è per niente semplice. La democrazia, come si sa infatti, è un sistema imperfetto, anche se non se se ne trovano di migliori. Ma il barometro morale, l’indicatore etico, la cartina al tornasole del funzionamento di un sistema democratico risiede proprio nel funzionamento del sistema dell’informazione.
Torniamo per qualche riga alla Bibbia: ciò che conta nell’episodio di Abramo e Isacco è l’Angelo. Dio sa bene che se vuole dare un senso alla chiamata di Abramo, dovrà lasciare che la notizia trapeli. Cioè : Dio stesso non esisterebbe senza la notizia della sua esistenza.

Per farla breve: è il sistema delle regole fondamentali perché fondanti che garantisce la libertà di stampa. Una libertà sempre in bilico, per definizione. Perché soggetta alle regole del potere democratico. Perché costretta a seguire le regole del potere economico. Perché condizionata dal pubblico, dal suo pubblico, dal pubblico a cui parla, di cui è al servizio. Esposta quindi ai conflitti del potere, primo su tutti il «conflitto di interessi». Vedete voi bene, che casino! Se sovrapponiamo questa specie di mappa che ho cercato di tracciare con la Bibbia in mano nientemeno, alla stato dell’arte della stampa oggi in Italia diventa cruciale chiedersi perché: «Soprattutto niente giornalisti».
Ecco, i giornalisti disturbano. Le regole che difendono i giornali sembrano privilegi. Il potere professionale dei giornalisti sembra un arbitrio da punire per legge, mentre il potere economico dei padroni dei giornali figura come un bene pubblico da preservare.

Forse sarà vero che quello del giornalista è diventato il peggiore mestiere del mondo ma, come per la democrazia, di meglio le società umane non sono mai riuscite a inventare.

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