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Articolo 21 - Editoriali
Un camorrista... perbene? Napoli dalle idee confuse e dai facili eroismi
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di Iolanda Stella Corradino

Un camorrista per bene è il titolo dell’ultimo lavoro digitale del regista napoletano Enzo Acri. Un lavoro che ha suscitato scalpore prima ancora di uscire. Ma forse, viene da pensare, se il regista ha scelto un titolo simile, la polemica la chiede a gran voce.
Che il titolo sia ossimorico o provocatorio- mi auguro- sia indubbio. Di sicuro confonde, è fuorviante o traviante. Tra un manifesto elettorale e l’altro compare il faccione sottotitolato, in 6x3, del “camorrista per bene”.  Sconvolge, soprattutto oggi che la Dda di Napoli inizia ad indagare sulle possibili “infiltrazioni camorristiche” nelle liste per le regionali.
Ma, in ogni caso, che un camorrista si definisca per bene suona più come un’offesa, che come una provocazione. La trama poi, raccontata dal regista, è paradossale.
Siamo nella Napoli degli anni ’80, due uomini mettono su un gruppo paramilitare, una specie di ronda, che la sera va a caccia di spacciatori, gruppi di extracomunitari e piccoli criminali, lasciando a bocca aperta cittadini e poliziotti che si chiedono chi guidi le spedizioni punitive. I due in questione sono un camorrista ed un terrorista.
Interrogato sul senso del film il regista ha risposto, ad una giornalista del corriere del mezzogiorno, che «tutto il film va letto come una sfida, una provocazione dal sapore un po' forte. Quando i due ex criminali prendono le armi e danno vita a un'organizzazione per ripulire la città- commenta Acri- in fondo vogliono dire Noi al degrado di Napoli reagiamo così, con le armi, ma voi cittadini per bene, però, perché non denunciate?».
I cittadini per bene non denunciano. Sarà anche vero, ma i cittadini se denuncianti venivano, allora come oggi, immediatamente raggiunti dalla mano omicida dei camorristi per bene di quegli e di questi anni.
Probabilmente al regista sarà passato di mente che in quella Napoli degli anni ’80 nella lotta contro la camorra persero la vita cittadini illustri e per bene (loro si che lo erano) che rispondevano ai nomi di: Giuseppe Salvia vice direttore del carcere di Poggioreale, Antonio Ammaturo vicequestore della Polizia di Stato a Napoli, Pasquale Paola agente che accompagnava Ammaturo, Giancarlo Siani giornalista ucciso per degli articoli che aveva scritto, Salvatore Nuvoletta carabiniere ventenne ucciso per non aver accettato la corruzione dei colleghi della sua caserma, Marcello Torre sindaco di Pagani e Simonetta Lamberti . Loro hanno denunciato, loro hanno perso la vita, la stessa vita che il suo “camorrista per bene” ha tolto a tanti con una facilità impressionante e che lo ha portato in carcere a scontare una pena ventennale.
Per di più il regista del film propone il suo camorrista per bene come  la risposta a Gomorra, film “dalle scene irreali”- stando al regista napoletano Acri.
Quel che più lascia basiti è che se anche nelle persone di medio-alta cultura inizia a circolare l’idea della “giustizia fai da te” e se prenderà piede allora sì che potremmo ritrovarci tra qualche anno con ben più di un morto sui marciapiedi e gli abitanti di quartiere che difendono il killer di turno dalla polizia che tenta l’arresto con l’unica colpa, per l’ideatore di questo film, di non  aspettare le ronde punitive dei Barbetta di ieri o dei capi-zona di oggi. C’è da augurarsi che il camorrista non diventi mai l’esempio, l’eroe o il giustiziere, anche perché il malvivente sarà sempre solo giustiziere di se stesso.

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