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Articolo 21 - Editoriali
Agguato a Belpietro nel paese smemorato
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di Alberto Spampinato*

Innanzitutto rinnovo la solidarietà al direttore di Libero, Maurizio Belpietro, un giornalista che esprime le sue opinioni senza peli sulla lingua, che svolge inchieste e racconta i fatti senza curarsi di compiacere chi non la pensa come lui, anzi compiacendosi di fargli le bucce e di coglierlo in castagna. Questo giornalista testardo e coraggioso, da otto anni vive sotto scorta. Spesso non mi trovo d’accordo con le posizioni del direttore di Libero, ma ciò non toglie nulla alla stima professionale e alla considerazione umana che ho per lui. Le sue argomentazioni e i fatti che racconta, spesso mi lasciano perplesso, ma mi aiutano a capire, e per un giornalista i fatti sono la cosa più seria, quando sono presentati con tutte le etichette a posto, ovvero spiegando qual è la fonte e permettendo al lettore di valutare il grado di attendibilità. Dunque a Belpietro rivolgo senz’altro le parole di Voltaire: “Non condivido per nulla le tue idee, ma mi farei uccidere perché tu le possa manifestare”.

Ebbene,la notte del 30 settembre scorso, Belpietro s’è preso una bella paura. Era rincasato accompagnato dalla sua scorta, si era appena chiuso l’uscio di casa dietro le spalle, quando ha sentito tre colpi di pistola sparati per le scale di casa. Il suo caposcorta ha poi raccontato che aveva aperto il fuoco contro un misterioso aggressore sorpeso con la pistola in pugno. La solidarietà e le parole di condanna non si possono lesinare di fronte a fatti così gravi, e neppure quando i fatti appaiono meno gravi. Ogni volta che un giornalista è minacciato per le cose che scrive, per le opinioni che esprime, nessuno dove chiedersi se condivide le idee del minacciato e se gli sta antipatico. Ogni persona pacifica ed onesta deve semplicemente esprimergli solidarietà, e ogni giornalista deve avverti anche il dovere di immedesimarsi e di mettersi al suo fianco.

So che spesso le cose non vanno così, e dobbiamo chiederci il perché. Conosco le obiezioni che hanno frenato alcuni di fronte all’agguato a Belpietro, i dubbi che nascono da ricostruzioni non del tutto chiare dell’episodio. Non mi sembrano ragioni sufficienti. Non possiamo nasconderci dietro i sospetti e le insinuazioni, non è serio. Non è la prima volta che un giornalista denuncia
minacce e attentati descrivendo circostanze che ci lasciano scettici, e che poi risultano confermate dalle indagini giudiziarie. Per fare solo un esempio, citerò l’ultimo caso, quello di Antonino Monteleone, che ha denunciato dei tizi che gli hanno bruciato l’automobile sotto casa perché aveva scritto articoli che li indicavano come appartenenti a un clan. Molti non volevano credergli. Chissà cosa ha combinato, dicevano. Ebbene, proprio negli stessi giorni dell’agguato a Belpietro la procura di Reggio Calabria, intercettando alcuni personaggi della ‘ndrangheta, ha trovato le prove inconfutabili.
C’è tempo per sapere come sono andate esattamente le cose fra il caposcorta e il misterioso aggressore di Belpietro. Stiamo ai fatti. Al momento i fatti sono quelli che conosciamo, e con essi dobbiamo misurarci: fino a prova contraria ci mostrano un giornalista vittima di qualcuno che – evidentemente – non la pensa come lui e cerca di metterlo a tacere con le armi. Mi stupisce che qualcuno si chieda da quale parte ci dobbiamo schierare, o rinunci a farlo insinuando che sia tutta una montatura. Se ragionassimo così non potremmo mai parteggiare per nessuna causa. Ci vuole coraggio e generosità per schierarsi subito, senza aspettare che la storia stabilisca chi ha ragione e chi ha torto. E nel nostro caso abbiamo da una parte un giornalista e dall’altro, senza dubbio un criminale.

Alcuni hanno avanzato l’ipotesi che l’aggressore potrebbe essere un terrorista, il ministro dell’Interno ha detto che forse siamo a un passo del debutto di una nuova stagione di violenza politica. Queste ipotesi, ai fini del nostro discorso, non cambiano le cose, ma rischiano di aumentare la confusione e, perfino, per assurdo, offrono un alibi a chi non riesce a dare solidarietà a un giornalista così schierato solo perché non parteggia per la sua parte politica.

Questo modo di ragionare è pericoloso. Questo sì ci riporterebbe al periodo più buio degli anni di piombo, ai tempi primordiali in cui ci fu perfino simpatia per i brigatisti che sparavano ai capireparto nelle fabbriche. Alcuni a sinistra li ammiravano come veri rivoluzionari, altri li giustificavano benevolmente come “compagni che sbagliano”. Erano rivoluzionari falliti divenuti nient’altro che criminali. Il tremendo equivoco fu chiarito una volta per tutte il 24 gennaio del 1979, dopo l’assassinio a Genova dell’operaio dell’Italsider Guido Rossa, ucciso dalla Brigate Rosse. Da allora non ci sono stati più dubbi per chi vuole guardare le cose per quel che sono. E oggi chiunque si sente scheirato dalla parte della giustizia, della legalità, della democrazia, non può dubitare che chi, per qualsiasi motivo, esprime il dissenso con la violenza e con le armi sia solo un criminale. Quella dolorosa stagione ha prodoto un’ecatombe di quasi 400 vittime, ma ha anche iniettato nella società italiana robusti anticorpi. Molti di noi sono immunizzati dal rischio di considerare un eroe romantico chi cerca di far valere le proprie idee con le armi in pugno. Ma su alcuni gli anticorpi non hanno vinto, ed è un fatto che non dobbiamo trascurare. I giovani di oggi, coloro che non hanno vissuto quella stagione, che non la conoscono, farebbero bene a studiarla per non ripetere le grandi sbandate e i madornali errori che fecero i loro coetanei di allora.

Il caso Belpietro mi ha fatto riflettere sull’approssimazione con cui vengono trattate le vicende dei giornalisti minacciati in Italia.
Tutti i giornali, com’era giusto che fosse, hanno dedicato pagine e pagine all’episodio e ai commenti. Ma sui giornali che ho letto nessuno ha ricordato i moltissimi giornalisti minacciati in Italia. Alcuni hanno citato i più noti che sono costretti a vivere sotto scorta (Vittorio Feltri, Roberto Saviano, Lirio Abbate, Rosaria Capacchione) ma si sono fermati a questo. Non hanno detto che oltre ai giornalisti sotto scorta, che sono una diecina, ci sono i giornalisti minacciati o coinvolti in gravi forme di intimidazione,che sono molti di più: in Italia sono centinaia, come abbiamo documentato nel Rapporto dell’osservatorio FNSI-OdG “Ossigeno per l’Informazione”, presentato il 23 settembre a Napoli e consegnato al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha espresso il suo apprezzamento. Questo allarme era già stato lanciato un anno fa nel precedente Rapporto del 2009.
Solo un servizio dell’ANSA, il primo ottobre, a proposito del caso Belpietro ha fatto una citazione eloquente degli incontestabili dati di Ossigeno. Immaginate che effetto avrebbe fatto sugli ignari lettori e sui telespettatori leggere o ascoltare nei telegiornali che in Italia ci sono centinaia di giornalisti minacciati! E’ desolante vedere che neppure i grandi giornali si preoccupano di contestualizzare fatti di cronaca così importanti, come sarebbe doveroso. Nessuno ha ricordato i dati di Ossigeno. Nessuno ha ricordato i casi clamorosi più recenti di cui gli stessi giornali avevano parlato: ad esempio, il caso di Sandro Ruotolo, minacciato insieme a Michele Santoro e a Marco Travaglio non appena Annozero avviò l’inchiesta sulla cosiddetta trattativa fra Stato e mafia; ad esempio, il caso di Nello Rega, giornalista di Televideo Rai, minacciato da un anno da Hezbollah al quale finora non è stata data un’adeguata protezione.

Che paese è quello che ha una stampa così distratta? A me sembra un paese smemorato, abituato a nascondere la polvere sotto il tappeto, dove già se n’è accumulata tanta.

da www.narcomafie.it

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