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Articolo 21 - Editoriali
Piazza Tahrir e Piazza Tienanmen, due vicende molto simili e due conclusioni speriamo diverse
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di Cecilia Brighi

La foto del giovane egiziano che  al Cairo, da solo,  si è messo di fronte ad un enorme  sorta di enorme camion della polizia attrezzato da idrante, bloccandolo, ha fatto il giro del mondo. Infatti  ha fatto venire alla mente, immediatamente, la straordinaria immagine di quel giovane cinese con in mano due buste di plastica che da solo, durante la sanguinosa repressione di Piazza Tienanmen, ha osato bloccare una fila di carri armati.
Quella foto del ragazzo egiziano sicuramente non è stata pubblicata ne in Cina ne in Birmania.
Anche il giornalista americano Nick Kristof,  Premio Pulitzer  per i suoi reportage sulle proteste e sulla repressione di Tiananmen, non appena arrivato a Piazza Tahrir ha dichiarato “la piazza mi ricorda dolorosamente, lo stato d’animo vertiginoso a Piazza Tienanmen prima che iniziasse la repressione.”
Sicuramente oggi comparare la situazione cinese a quella egiziana è sicuramente un’operazione complicata. La Cina è in crescita vertiginosa, anche se il divario tra gli inclusi e gli esclusi aumenta e la repressione di anni  e le drammatiche condizioni di lavoro soprattutto nelle zone industriali per l’esportazione hanno prodotto oltre che ai morti, ai dissidenti in carcere, un  diffuso malessere sociale.
 La censura  o il camuffamento delle notizie mostrano come, sempre, i regimi autoritari siano in grande sintonia. Da anni nelle sedi internazionali i governi di Egitto, Cina Birmania, Pakistan e molti altri si schierano dalla stessa parte condannando  le giuste manifestazioni, rivolte pacifiche o le denunce delle violazioni dei diritti umani o sociali in una  alleanza trasversale che mette insieme Cuba, Pakistan, Egitto, Algeria, Birmania, Zimbabwe etc.
In Cina e in Birmania le cose non potevano  quindi andare diversamente in questi giorni.  Non è un caso che sin dal secondo giorno delle manifestazioni egiziane il governo cinese abbia censurato su internet la parola Egitto ed i siti che riportavano le notizie delle manifestazioni siano state oscurati. Come riporta anche il New York Times, i due maggiori siti web cinesi:  Sina.com e Netease.com e sul sito cinese come Twitter hanno bloccato la parola Egitto. Nei primi giorni secondo un blogger cinese Zhao Jing Mubarak  sui blog , era stato soprannominato  Mu Xiaoping.
I pochi articoli pubblicati sui giornali in lingua cinese hanno bloccato le rivolte pacifiche mediorientali come “rivolte contro il governo” e quindi indirettamente mettendo chiaramente in guardia coloro che volessero emulare quello che sta avvenendo dall’altra parte del mondo  Uno dei titoli del Global Times, il giornale di lingua inglese  è stato: Le rivoluzioni colorate non produrranno una democrazia reale. L’agenzia ufficiale cinese Xinha  ha  semplicemente dato la notizia del rimpatrio dei cittadini cinesi presenti in Egitto.
Non c’è dubbio però che Piazza Tahrir, al Cairo assomiglia ormai molto a Piazza Tienanmen, dove centinaia di migliaia di giovani studenti e di lavoratori si erano accampati pacificamente per chiedere democrazia, diritti, salari dignitosi, e eliminazione della corruzione del potere. Lo stesso silenzio è calato, si fa per dire sui media birmani, che da sempre raccontano solo delle grandi manifestazioni militari della giunta e che in questi giorni hanno pubblicato le foto della prima sessione del Parlamento fantoccio, eletto con elezioni farsa il 7 novembre scorso.
Non c’è dubbio che per i dittatori  la sola idea che parole come  democrazia, libertà, diritti, possano essere pronunciate   da qualche parte nel mondo da masse di popolo fa immediatamente scattare una luce rossa di pericolo.  E hanno ragione. La democrazia è come l’acqua. Difficile fermarla. Come tutte le cose esistono dei punti di rottura e di non ritorno.  Prima o dopo i cambiamenti non possono che avvenire.

 

 

 

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