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L'ecomafia e la politica collusa
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di Nello Trocchia

L'ecomafia e la politica collusa

I numeri sono da capogiro e confermano la crescita del fenomeno: oltre 20 miliardi di euro ogni anno di fatturato.  Questo il bilancio dell'ecomafia nel nostro paese. La denuncia puntuale contenuta nel rapporto di Legambiente, presentato in questi giorni. Sono due i settori gestiti: da una parte quello del cemento e dall'altro quello dei rifiuti. Una fotografia impietosa, ma anche nota. La politica, in questi anni, non ha mosso un dito, anche se è pronta a parlare di lotta dura alle mafie e di attenzione al tema. Le chiacchiere, in questo paese di venditori di fumo mediatico, non costano niente. Da anni magistrati e associazioni chiedono l'inserimento dei delitti contro l'ambiente nel codice penale. Da anni, la richiesta viene disattesa. Il parlamento che in 25 giorni ha approvato il Lodo Alfano, miseramente bocciato dalla Consulta, non è capace di approvare la norma, ora contenuta in una direttiva europea. Non solo. Risultano una manna per i clan che gesticono il ciclo del cemento i ripetuti annunci di condono edilizio. Basta un funzionario colluso e la misura, fintamente approvata per favorire la povera gente, diventa lo strumento in mano a speculatori e palazzinari, amici degli amici. Torna alla mente la frase di un dipendente del comune di Giugliano, finita in una indagine della magistratura( articolo sotto), profetico, dichiarava: " «La gente non capisce niente, vuole fare affari con la droga, invece si deve agire con i condoni, quelli sì sono guadagni, e rischi nessuno!». Una frase che vale come vademecum per i governi nazionali che parlano di antimafia e poi condonano abusi edilizi e fiscali. E anche per le ministre, solerti nel rilasciare comunicati stampa, e distratte quando il governo di appartenenza condona gli illeciti. Non trascurabile anche il tema delle intercettazioni. Il testo, ancora in esame, per i reati ambientali prevede forti limitazioni che preoccupano la magistartura e il mondo dell'ambientalismo. Sullo sfondo, un tema trascurato che dovrebbe rappresentare, in questa fase, un volano di sviluppo per rilanciare l'economia: le bonifiche. La pm anticamorra, da anni impegnata contro le ecomafie, Maria Cristina Ribera denuncia: " Le bonifiche? In Campania pari a 0". Il governo dei fatti.

Intervista a Pietro Grasso (procuratore nazionale antimafia)
Intervista a Maria Cristina Ribera( pm anticamorra a Napoli)
Intervista a Luca Palamara ( Anm)
Intervista a Antonio Pergolizzi(tra i curatori del rapporto)

www.federalismocriminale.it [ l'ecomafia nei comuni]

Sotto un'inchiesta pubblicata su Narcomafie di dicembre che racconta il business dell'ecomafia e il pacco regalo dei condoni edilizi

 di Nello Trocchia

Rifiuti, camorra e cemento. Un mix infernale, che trova nell’area a nord di Napoli il suo spazio di definizione. Siamo a Giugliano, terzo comune della provincia partenopea, rimbalzato agli onori delle cronache per la presenza di ecoballe. Qui, oltre al centro di raccolta di Taverna del Re, ci sono discariche illegali, le ultime localizzate grazie alle dichiarazioni del pentito Gaetano Vassallo. Qui oltre 100mila abitanti vivono, o sopravvivono, tra centri commerciali, stradoni, case e munnezza. Nessuna retorica: agli occhi di chi attraversa questa terra il paesaggio offre solo casermoni, cumuli di rifiuti e scorci orrendi. Una zona ribattezzata terra dei fuochi. Dalla efficace espressione di Legambiente è nato anche un sito (www.laterradeifuochi.it) che raccoglie segnalazioni e video sul quotidiano scempio del territorio: discariche abusive, incendi dolosi di copertoni e materiale tossico, che alimentano una nube nera che ogni giorno si addensa e copre il cielo. E anche il futuro.

“I condoni sì che son guadagni!”. Spazzatura e cemento, dicevamo. Fabbricando case a Giugliano è nato un clan, che qui è poi cresciuto e si è radicato. Sono i Mallardo, che con le costruzioni hanno scalato posizioni nello scacchiere criminale campano. A Giugliano la politica non esiste, non esiste l’amministrazione del territorio nell’interesse di tutti, qui la politica è il favore e l’esercizio di un potere. Senza distinzioni di partito o caseggiato. Lo dimostra l’ultima operazione, denominata “Puff Village”, degli uomini della Guardia di finanza, coordinati dalla pm della Dda napoletana Maria Cristina Ribera. Un’inchiesta che è la fotografia del disastro della politica, prima ancora che degli interessi della camorra. I clan ordinavano, l’amministrazione eseguiva. L’operazione ha condotto al sequestro di 98 unità abitative, il parco, l’obelisco e un hotel. L’accusa: lottizzazione abusiva con l’aggravante di aver favorito la camorra. Il sistema era semplice: i terreni non erano destinati all’edificazione, ma attraverso burocrati e amministratori compiacenti le regole sono state scavalcate. Villette vendute anche a 300mila euro e ora, secondo la procura, completamente abusive, con la Regione che spinge per abbatterle. Nell’area dove sorgeva, e dove ancora oggi se ne rintracciano le pietre, il tracciato della vecchia domitiana, epoca romana, incrocio di storia e tradizione, località Varcaturo. Una storia che inizia negli anni Settanta ed entra nel vivo negli anni Novanta, quando i terreni erano di proprietà di Eleonora Basso, donna legata al boss Francesco Rea, gran riciclatore del clan Mallardo. In un incontro al comune, presente anche un referente del clan Mallardo, un funzionario è fin troppo chiaro: «La gente non capisce niente, vuole fare affari con la droga, invece si deve agire con i condoni, quelli sì sono guadagni, e rischi nessuno!». Una frase che vale come vademecum per i governi nazionali che parlano di antimafia e poi condonano abusi edilizi e fiscali.

Sintonia tra speculatori e controllori. È la stessa procura a rilevare che «il settore immobiliare è proprio uno degli ambiti in cui prevalentemente le organizzazioni camorristiche riciclano i proventi delle attività delittuose». Sono due le modalità che danno solidità all’impresa criminale. Da una parte favorendo le aziende di costruzione controllate dai clan; dall’altra occupandosi della gestione, dalla locazione alla vendita, dei fabbricati abusivamente realizzati. Il rischio, ammette sconsolata la stessa procura, «per questi criminali di incorrere nelle maglie della giustizia (e, quindi, di perdere l’investimento a causa di sequestri o, ancora meno, di essere privati della libertà personale) è davvero esiguo». Torniamo a quei terreni di proprietà di Rea che passano di mano a due società di costruzioni. La sanatoria e le concessioni vengono gestite con il benestare dei Mallardo, prima, e dei Nuvoletta di Marano, poi, che curano i loro interessi nell’ombra e seguono l’intera partita. Un giro di affari da 40 milioni di euro.
Quei terreni erano a destinazione turistico-alberghiera, dal momento che insistevano in area a vincolo archeologico e militare (da cui il nome Puff Village: per rispettare le volumetrie è stata abbassata l’altezza degli appartamenti), ma si è poi fatto in modo che la destinazione venisse convertita in residenziale. Quanto scoperto dalla finanza ha dell’incredibile: fotografie aeree ritoccate, bollettini postali con date precedenti all’introduzione dei macchinari con cui sono stati stampati, falsi documenti relativi a pratiche di condono, concessioni edilizie rilasciate a persone già decedute. Il campionario è da scuola del crimine, con il lasciapassare della macchina amministrativa e burocratica. Per la prima volta, precisano le Fiamme gialle, è stato accertato il diretto coinvolgimento di organizzazioni camorristiche nella speculazione edilizia.
I reati contestati vanno dalla lottizzazione abusiva, falsi in atto pubblico e truffa edilizia aggravata dalle finalità di agevolazione camorristica dei clan Mallardo e Nuvoletta. L’amministrazione ha prestato il fianco, rilasciando concessioni in sanatorie illecite in quanto fondate su richieste di condono false perché relative a lavori non ancora eseguiti alla data dell’apparente inoltro della richiesta. Falsificazioni che con abili escamotage, foto taroccate e timbri contraffatti, dovevano scomparire. Quello che emerge è la sinergia di intenti e interessi tra gli speculatori e i controllori: solo una collusione degli apparati amministrativi del comune ha permesso la realizzazione dell’ennesimo scempio. Controllori che a Giuliano non mancano di salire agli onori delle cronache. Nel dicembre scorso 17 vigili urbani della cittadina sono stati condannati per vari reati, tra cui quello di corruzione, a oltre 122 anni di carcere: coprivano i condoni edilizi con prestazioni sessuali o in cambio di soldi. Insomma, l’abuso a Giugliano è di casa.

La regola non esiste. Nell’ultima inchiesta Puff Village gli indagati sono 38 e non mancano i primi cittadini. Pasquale Basile, sindaco nel 1990, e allora presidente della commissione edilizia che rilascia le concessioni per la costruzione delle abitazioni. Giacomo Gerlini, ex Ds, primo cittadino della città nel 1993, e all’epoca presidente della commissione edilizia che firma la seconda concessione. Francesco Taglialatela, Pd, all’epoca commissario edile, oggi consigliere comunale. Tra gli indagati anche l’attuale direttore generale dell’ospedale Cardarelli di Napoli Giuliano Perpetua, che era presidente di una delle cooperative che hanno gestito l’edificazione: la Solemar. Indagati anche molti tecnici ancora in forza al comune e imprenditori come Antonio Nugnes, al quale è stata sequestrata una nota in cui risultava scritta, accanto alle cifre della contabilità del Parco Obelisco la dizione “Mariell Nuvol”. Più chiaro di così.
Il giro di passaggi di mano si conclude con la vendita dei terreni alla società di costruzione Obelisco, i lavori terminano nel 2002 e poi inizia la vendita delle villette. La ricostruzione della vicenda è stata favorita dal racconto di due pentiti, Salvatore Izzo, appartenente al clan Nuvoletta, e Gaetano Vassallo, legato al clan dei Casalesi e fedelissimo dei clan Mallardo di Giugliano. Una vicenda che ricorda quella del comune di Casalnuovo, i palazzoni abusivi e i falsi condoni. In quel caso scattò il commissariamento per infiltrazioni mafiose del comune. Storie di malapolitica e camorra imprenditrice. A pagare, i malcapitati che avevano deciso di comprare casa. «Abbiamo visto le carte, erano in regola». Qui la regola non esiste e quando arriva la magistratura sembra seminare nel deserto, in attesa della prossima storia di abusi e camorra.


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