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Lanciano, Bari, Castelnuovo Cilento. Ma che in che paese viviamo?
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di Valter Vecellio

Lanciano, Bari, Castelnuovo Cilento. Ma che in che paese viviamo? In che paese viviamo? Quelle che seguono sono tre storie, che qualche interrogativo lo dovrebbero sollevare; sarà per questo che non ne hanno sollevato nessuno. Prima storia. I sindacati della polizia penitenziaria denunciano quelli che definiscono i “bassi livelli di sicurezza del supercarcere di Lanciano, in Abruzzo: negli ultimi sei mesi è stata sequestrata droga, rinvenuti un coltello, due telefoni cellulari, varie Sim Card; una pistola finta realizzata col sapone e tinta con lucido delle scarpe, identica ad una vera, infine un tentativo di evasione. Meno male che si tratta di un carcere di massima sicurezza!
   I rappresentanti sindacali di Sappe, Ugl, Uilm, Cgil, Osapp, Sinappe, Fsa-Cnpp (praticamente tutte le rappresentanze sindacali), denunciano che gli agenti in servizio non riescono e non possono garantire il livello minimo di garanzia a causa della vistosa carenza di organico: oltre 300 detenuti pericolosi, 150 agenti. E’ stata inoltre scoperto, dicono, un intreccio amoroso tra due detenuti e personale sanitario femminile.

   Seconda storia, da Bari. Vittima il signor Roberto Greco: operaio, una vita tranquilla fatta di lavoro, famiglia e le soddisfazioni che ci si può permettere con uno stipendio che al massimo concede un cinema o una serata in pizzeria. Roberto è sposato con Alba, da lei ha avuto due figli, Anna 14 anni; e Giulia, di 10. Il 19 luglio scorso un parente lo chiama al telefono, mentre lui è al lavoro: “Guarda che tua moglie e le tue figlie stanno lasciando casa in compagnia di alcuni uomini”. Roberto si precipita a casa, la trova vuota: moglie e figlie sparite.

Cos’è accaduto? Alba è innamorata di un altro. Non una persona normale: un ex detenuto, un malavitoso legato a una qualche cosca del clan Strisciuglio; poi si è “pentito”; quegli uomini erano agenti in borghese, hanno nascosto Alba e le figlie in un qualche posto “protetto”. E però Roberto non sapeva nulla: né della tresca, né dei suoi sviluppi, nessuno si è dato pena di avvertirlo. Ci ha messo un paio di mesi, Roberto a ricostruire l’intera vicenda, e prima di poter vedere per qualche ora le figlie. Ora chiede: “Come hanno potuto permettere che mia moglie portasse con sé anche i bambini, in un luogo segreto, lontano dal padre e dalla loro casa? Senza avvisarmi prima, senza una spiegazione. Io sono un semplice operaio, onesto, mai caduto nella tentazione di fare soldi in modo facile. E come ricompensa lo Stato mi tiene all’oscuro di tutto e lontano dai miei figli. Lo so, l’unica cosa che posso fare è avere fiducia nella giustizia e credere che prima o poi mi verranno restituiti i miei bambini”.

   Terza storia. Lo avevano legato ben stretto, mani e piedi al letto di un ospedale, e così era rimasto per oltre ottanta ore. L’uomo era ferito, nudo, privato di assistenza, letteralmente abbandonato; e in questo modo allucinante è morto Franco Mastrogiovanni, un maestro elementare di Castelnuovo Cilento, il 4 agosto 2009 a Vallo della Lucania, nel reparto di psichiatria dell’Ospedale San Luca. Mastrogiovanni era stato ricoverato quattro giorni prima, per un trattamento sanitario obbligatorio. Ne avesse o meno necessità, qui importa poco. Importa che il suo mortale calvario è stato documentato dalle registrazioni delle telecamere della video-sorveglianza del reparto. A sei medici e dodici infermieri viene contestato il sequestro di persona, falso e morte, conseguenza di altro delitto (il sequestro). Continuano a  essere in regolare servizio. L’Azienda Sanitaria si è costituita parte civile e ha avviato un procedimento disciplinare per ottenere la rescissione dei contratti dei medici e degli infermieri coinvolti, “tenendo presente la gravità di quanto accaduto, confermata dal video”. Dunque?

Dunque l’ostacolo pare sia un qualcosa di tecnico e di burocratico che impedisce l’allontanamento dei dipendenti coinvolti: le norme in vigore all’epoca dei fatti – legge ordinaria e contratto collettivo di lavoro – impediscono di procedere a livello disciplinare almeno fino alla sentenza di primo grado. Tutto congelato e quasi tutti i medici e gli infermieri coinvolti lavorano a contatto dei malati mentali, dopo aver “scontato” una sospensione di due mesi disposta dall’autorità giudiziaria. Al loro posto, colpevoli o innocenti che siano (ma il video è indiscutibile), ci resteranno per molto tempo: del processo non si vede la fine…
   Torniamo alla domanda iniziale: in che paese viviamo? Alzi la mano chi può e sa rispondere senza far ricorso a volgarità.

 
 



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