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Nuovo anno, ma in carcere si continua a morire
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di Daniela de Robert

Nuovo anno, ma in carcere si continua a morire

Uno. Pierpaolo Cuillo è il detenuto numero uno del nuovo anno. È suo il primo nome dell’Osservatorio permanente sulle morti in carcere del 2010. Sabato 2 gennaio nel carcere di Altamura in provincia di Bari si è tolto la vita, asfissiandosi con il gas delle bombolette per cucinare. Questa l’ipotesi più probabile, che però deve essere ancora confermata. Per i 64.810 detenuti, l’anno nuovo non è diverso da quello vecchio: le prigioni sono sempre sovraffollate ogni oltre tollerabilità e ogni dignità e nel mondo prigioniero si continua a morire. Sono 175 le persone che affidate alla giustizia hanno trovato la morte dietro le sbarre nel 2009. Per overdose, per cause da accertare, per omicidio, per malattia, ma soprattutto per suicidio. In 72 hanno scelto di impiccarsi usando lenzuoli fatte a strisce o di respirare il gas delle bombolette fino a morirne. Mentre i tentati suicidi sono stati 785. Per arrivare a questi livelli bisogna tornare al 2001, quando la delusione per il mancato atto di clemenza, tanto a lungo invocato e discusso dalla Chiesa e dal mondo politico è sfociata in un altissimo numero di suicidi.
Succede anche fuori, dirà qualcuno. È vero, ma in carcere succede più spesso, venti volte più che nel mondo libero – ci dicono le statistiche.
E così il luogo che per la Costituzione italiana dovrebbe essere una tappa per ricominciare a vivere in modo diverso diventa invece una tomba.
La morte violenta di Stefano Cucchi ha sollevato un velo su una situazione che molti preferirebbero ignorare. Ma non è più possibile.
Allora speriamo che tra i buoni propositi della politica per il nuovo anno ci sia anche la voglia di ripensare il carcere e le pene. Per una giustizia che non sia solo uno slogan a buon mercato di qualche campagna elettorale, ma uno strumento per restituire sicurezza, dignità e speranza.

 

 


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