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Articolo 21 - Editoriali
I furbetti del decretino
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di Simone Luciani

Trattati come deficienti. Così ci si sente, ad ascoltare le spiegazioni dei vari esponenti di governo che fanno passerella nei telegiornali sulla sottile ma essenziale differenza fra decreto interpretativo e decreto innovativo (si chiama così?). Perché, se oggi scopriamo di non saper leggere l’italiano e di non saper interpretare una legge (noi e gli incaricati di tutti gli altri partiti che non siano il PDL romano –dunque, anche quelli del PDL non romano-), apprendiamo che l’unico ad aver capito il senso profondo delle varie leggi sulle elezioni sarebbe questo tale Milioni, il personaggio sbertucciato in ogni angolo del web perché mentre scadevano i termini per la presentazione delle liste lui “stava a magnà ‘na cosa”. 
Fatta questa premessa, e sedata l’irritazione, la domanda è: che lezione si trae, dall’approvazione di questo decreto? La prima è questa: le regole non sono uguali per tutti. E’ l’espressione più inflazionata del momento, eppure fotografa la realtà. Ci sono centinaia di fessi –a questo punto dobbiamo pensarlo- che da Milano a Reggio Calabria si scapicollano per raccogliere firme, far mettere timbri e fare tutto ciò nei tempi previsti, e c’è qualche personaggio che se ne fotte altamente in attesa di una sanatoria (ma, ricordiamolo, questa pare essere la corretta interpretazione, a detta del governo).
C’è una seconda lezione da trarre, ed è assai più inquietante della prima. Perché non riguarda coloro i quali, fessi, hanno rispettato le regole e si vedono messi sullo stesso piano di qualcuno che le regole non ha rispettato. Riguarda invece i tanti che, proprio come Milioni e i suoi amici, le regole non sono riusciti a rispettarle, e sono stati esclusi. La loro casistica, magari, non è compresa nel decreto, e la loro situazione non verrà sanata. Il che significa che da oggi in Italia vige un principio: il governo, tramite decreto, può stabilire quali liste siano ammesse a competere in un’elezione e quali non lo siano.
Con ciò non si vuole sottovalutare il problema, gravissimo, che avrebbe causato l’esclusione della PDL a Roma e provincia e di Formigoni in Lombardia. Ci saremmo senza dubbio trovati di fronte a elezioni drogate e falsate, e a centinaia di migliaia di cittadini privati delle liste che più li rappresentano. Né la gravità del problema è attenuata dal fatto che i responsabili di questo immenso casino, diretti e indiretti, siano tutti nel centrodestra, a vari livelli. Fatto che però avrebbe dovuto almeno portarli a tentare di percorrere la strada politica, e non quella antidemocratica (come definirlo, un decreto che consente al governo di selezionare i partiti che partecipano a un’elezione?). Quale? Ad esempio, avrebbero potuto chiedere scusa ai propri elettori e assumersi interamente le proprie responsabilità (e non è stato fatto), e poi piatire (è il termine giusto) dalle opposizioni una convergenza, o quantomeno un’astensione, su un disegno di legge da presentare con tempi contingentati (e non imporre un decreto). Le opposizioni avrebbero legittimamente potuto non accordare alcuna clemenza, ma quantomeno si sarebbe mostrato un minimo di rispetto istituzionale.
Così non è stato: si è preferito mostrare, ed è la terza e più tragica lezione, che la nostra è una democrazia flessibile, i cui margini possono essere allargati o ristretti a seconda dei desideri del governo, e su spinta delle malefatte di un Milioni qualunque. In sostanza, una democrazia schiava, nella versione ufficiale, di un panino. Schiava, nella versione ufficiosa alimentata dallo stesso Milioni, di uno scontro fra correnti o fra colonnelli locali di un partito. Scelga il governo la versione che preferisce, tenendo presente che non ce n’è una meno degradante o umiliante.
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