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Articolo 21 - ESTERI
Siria: un movimento che rimette in gioco gli equilibri regionali
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di Amhad Rafat

Siria: un movimento che rimette in gioco gli equilibri regionali 300 morti in pochi giorni. Questo è il triste bilancio delle manifestazioni popolari e della dura e sanguinaria repressione in Siria. La gente è scesa in piazza in tutto il paese. In 47 città hanno sfilato a mani vuote, armati solo di slogan, migliaia e migliaia di cittadini che chiedevano riforme. Quelle stesse riforme che Bashar Assad, aveva promesso, quando in un sistema di Repubblica ereditaria, prese il il potere al posto del padre Hafiz. Riforme mai attuate. L’onda partita nel 2009 da Teheran, sta sconvolgendo tutto il Medio Oriente. Tunisia, Egitto, Libia, Yemen, Bahrain, e Siria  sono travolti, ma il fuoco cova sotto la cenere anche altrove.

Quanto sta succedendo in Medio Oriente è interessante da più punti di vista. Per la prima volta nella storia recente di questi paesi, è nato spontaneamente un movimento trasversale che prende di mira tanto i regimi filo americani e quelli pro europei, che i regimi anti-occidentali. Per la prima volta la gente non è scesa per le strade contro le potenze coloniali e straniere. La protesta non ha nemmeno un colore politico. La rivolta non è nemmeno una risposta ad un invito in nome della fede. Semplicemente gli arabi hanno scoperto di avere il diritto di essere trattati come cittadini ed hanno deciso di strappare l’etichetta di sudditi.

In un certo senso queste rivolte sono paragonabili alla rivoluzione francese, che ha trasformato, in un processo semplice e breve, i sudditi in cittadini. Il futuro di questi paesi è incerto, ma una vittoria la hanno già avuta. Dopo secoli di dominio coloniale, repubbliche ereditarie e monarchie corrotte, la gente ha scoperto il bisogno di sentirsi libera e padrona del proprio destino. Non è un caso che in nessuna delle manifestazioni popolari degli ultimi mesi, nessuno abbia bruciato la bandiera di nessun’altro, nessuno punta il dito contro le potenze straniere e i paesi vicini o lontani. L’unica parola d’ordine è liberarsi di chi governa questi paesi reprimendo ogni voce dissidente. La  gente chiede pane e libertà.

Questa indipendenza e genuinità della protesta è il suo punto forte e debole allo stesso tempo. Questo vento rinnovatore mette in imbarazzo paesi vicini e lontani. Prendiamo il caso della Siria. I paesi arabi, soprattutto i ricchi emirati e regni del Golfo Persico, pur non avendo buoni rapporti con la Siria di Bashar Assad, non fanno salti di gioia nel vedere il suo trono vacillare. Nessuna presa di posizione da parte dei paesi del Golfo Persico.  L’Arabia Saudita, il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti ignorano ufficialmente, ma in realtà temono fortemente i movimenti che hanno per obiettivo una svolta democratica. Temono che prima o poi questa voglia di libertà possa contagiare anche  i loro di sudditi. Anche la Turchia teme il vento siriano. Un cambio di regime potrebbe riconoscere alla minoranza curda siriana quei diritti che il governo di Ankara nega ai propri curdi.

La Siria è il principale alleato della Repubblica Islamica di Mahmoud Ahmadinejad. Perderla sarebbe una disgrazia per la diplomazia iraniana. Renderebbe enormemente difficile gli interventi iraniani in Libano, a sostegno di Hezbollah, e a Gaza in appoggio ad Hamas e alla Jihad Islamica. Non è entusiasta nemmeno Israele. Il presidente Shimon Peres si è fatto portavoce della simpatia di molti israeliani per i manifestanti siriani, ma il governo di Benjamin Netanyahu preferisce l’attuale regime. La Siria di Bashar Assad sarà anche un nemico che ospita e finanzia  l’ala intransigente di Hamas, ma da 40 anni nessun attacco contro Israele è partito dalla Siria, pur se lo Stato Ebraico ha annesso nel 1981 il Golan.

La Casa Bianca ha condannato fortemente la repressione contro gli oppositori, ma sembra che la politica dell’amministrazione Obama abbia fatto tesoro di un vecchio detto arabo il quale recita “meglio il Diavolo che conosci che un Angelo sconosciuto”. L’incognita sul futuro della Siria, ha bloccato ogni azione di Washington. La Siria del dopo Assad continuerà ad essere alleato dell’Iran degli Ayatollah? La nuova Siria quali politiche adotterà nei confronti d’Israele? Che ruolo avranno i Fratelli Musulmani in una Siria senza il Partito Baath al potere? Queste sono le domande per le quali la Casa Bianca non ha ancora una risposta. Dell’Europa cosa dire se non che è completamente assente, come se la Siria non esistesse proprio, eppure questo paese si affaccia sul Mediterraneo ed ha legami storici con alcuni paesi europei come l’Italia e la Francia.

La cosa che però lascia perplessi non è tanto il silenzio del governo o della Farnesina, quanto l’indifferenza della gran parte della società civile italiana che continua a ignorare i morti in Siria. Lo stesso silenzio e mancanza di indignazione ci sarebbe stato se 300 manifestanti fossero morti poche chilometri più a nord del paese a Gaza o in Cisgiordania?

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