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Articolo 21 - Editoriali
Morte Giolitti, un vuoto tra i lavoratori italiani
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di Nicola Tranfaglia

La scomparsa di Antonio Giolitti lascia un grande  vuoto tra i lavoratori italiani e tutti quelli che hanno a cuore le loro ragioni e la loro battaglia per i diritti.
La sua morte avviene in uno dei momenti più bui e terribili per la nostra repubblica democratica e per la costituzione che ci ha garantito fino ad oggi.
Una costituzione che resta tra le più avanzate del vecchio continente e  che ora il governo di Berlusconi (dopo aver già tentato la modifica nella legislatura 2001-2006 perdendo per fortuna il referendum confermativo) vuole ad ogni costo cambiare in maniera profonda,  non facendo più nessuna distinzione tra la prima e la seconda parte che la compongono.
Era nipote di un presidente del Consiglio come Giovanni Giolitti che governò l’Italia in anni decisivi per il suo sviluppo economico e per il consolidamento di un paese che aveva scelto la democrazia liberale e che l’avrebbe perduta drammaticamente dopo la grande guerra.
L’Italia, come ormai gli storici hanno dimostrato, fu il  primo tra i paesi europei a gettarsi tra le braccia del nascente movimento fascista di Mussolini. Così saremmo stati noi a far da maestri alla successiva aberrazione hitleriana.
Giolitti si era iscritto fin dal 1940 al partito comunista clandestino e l’anno successivo venne arrestato e portato davanti al Tribunale Speciale per la difesa dello Stato.
Rilasciato per insufficienza di prove, si diede senza esitazione alla lotta armata con i partigiani e con Giancarlo Pajetta fondò le brigate comuniste Garibaldi che, insieme con le forze di Giustizia e Libertà, ebbero un ruolo fondamentale nella lotta contro le truppe naziste e della Repubblica Sociale Italiana.
Gravemente ferito in battaglia nel 1944 si fece curare in Francia  e riuscì a guarire in tempo per partecipare all’ultima parte della lotta contro gli invasori in ritirata.
Dopo Liberazione, nel 1945, è sottosegretario agli Esteri nel governo Parri. Eletto membro dell’assemblea costituente è deputato del partito comunista, dal 1948 al 1957.
Quell’anno di fronte, alla rivoluzione ungherese, abbandona il PCI per aderire al Partito Socialista guidato da Pietro Nenni dove viene rieletto alla Camera dal  1957 al 1976.
Ministro del Bilancio dal 1963 al 1964, dal 1969 al 1972 e dal 1973 al 1974 nei governi di centro-sinistra  guidati da Moro, Rumor e Colombo, Giolitti è uno dei principali ispiratori della programmazione e della politica economica in quegli anni.
Dal 1977 al 1985 è commissario economico presso l’Unione Europea.
Nel 1985, in polemica con Bettino Craxi e la sua politica che vuole modificare la linea e l’indirizzo del partito abbandona, il PSI e nel 1987 viene eletto senatore come indipendente da parte del PCI.
Accanto all’impegno politico, Giolitti ha sempre avuto un forte impegno intellettuale.
Dopo aver pubblicato nel 1957 un saggio di notevole importanza sul tema cruciale del binomio Riforme e rivoluzione presso l’editore Einaudi. aver curato nel 1960 una raccolta di saggi su Il comunismo in Europa presso l’editore Garzanti, scrive qualche anno dopo, nel 1967, un saggio programmatico sul problema di un Socialismo possibile (Einaudi editore).
Sempre negli anni sessanta, presso lo stesso editore torinese che rappresenta in quegli anni un punto di riferimento ineludibile per la migliore sinistra italiana, si fa ispiratore di saggi importanti sull’economia europea e mondiale e dirige una serie di politica economica.
Nel 1992, quando lascia la politica attiva, pubblica ancora un libro in cui ripercorre il suo passato che si intitola Lettere a Marta. Ricordi e riflessioni (Il Mulino) che contiene una serie di racconti dedicati alla nipote Marta.
Quella di Giolitti è un’esistenza consacrata alla politica e allo studio, dominata dal pensiero e dall’esigenza di costruire una società più giusta e più libera e costituisce oggi una lezione per tutti quei politici (in questo momento ce ne sono tanti) scesi in campo non per rendere un servizio ai cittadini che si vogliono rappresentare ma che sono dominati spesso dal desiderio di identificare il proprio impegno quotidiano con gli affari più o meno puliti che intendono portare avanti.
In questo senso non c’è dubbio che il suo ricordo cada in un momento di dramma particolare per la nostra repubblica alle prese con il peggiore dei populismi autoritari, ormai vicina all’abisso di un esito autoritario della lunga crisi di transizione incominciata nei primi anni novanta, proprio quando Giolitti si ritirava dalla politica.
 
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