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Articolo 21 - Editoriali
Ah! Se Marchionne studiasse Adriano Olivetti
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di Adriano Donaggio

Il FAI per celebrare i 150 anni dell’Unità d’ Italia ha restituito alla città di Venezia e alla cultura internazionale il negozio Olivetti che Carlo Scarpa realizzò in Piazza S. Marco nel 1958 su richiesta di Adriano Olivetti, oggi restaurato, riaperto al pubblico, con una collezione delle macchine da scrivere, le calcolatrici, che permisero l’ affermazione a livello internazionale di questo marchio che, morto Adriano Olivetti vide declinare il successo che caratterizzerà lo sviluppo di questa azienda negli anni che vanno dalla fine della guerra all’inizio degli anni sessanta.
Il FAI non restituisce soltanto un capolavoro dell’architettura della seconda metà del novecento, un esempio di come in una città delicata come Venezia si possa coniugare tradizione e modernità, funzionalità e rapporto con la propria storia, invenzione, eleganza, rappresentatività del marchio di un’industria allora all’avanguardia nel campo internazionale.
Restituisce anche, e non è meno importante, a maggior ragione data la ricorrenza, il modo di lavorare, la concezione, il pensiero di un grande industriale italiano. Con i suoi prodotti, con la capacità di coniugare cultura, tecnologia, design, funzionalità, Adriano Olivetti portò la sua azienda a un successo che non fu solo di prestigio, ma anche di qualità tecnologica, di cospicuo ritorno economico e finanziario.
Dai suoi stabilimenti uscì la prima calcolatrice elettromeccanica (per l’ epoca una  rivoluzione) che entrò nelle banche e nelle aziende di tutto il mondo. La Divisumma 24 fu venduta in milioni di esemplari a un prezzo che valeva 10 volte il costo di produzione. Tanto era importante  l’ innovazione che proponeva. L’ eleganza, la funzionalità del design accompagnava il prodotto, lo definiva, non ne sostituiva la sostanza. La Lettera 22, macchina da scrivere divenuta famosa nella storia del giornalismo, non era solo una bella macchina, era solida, leggera, facilmente trasportabile, utilizzabile, come un computer, in qualsiasi situazione, che un inviato speciale si trovasse in guerra, in mezzo a un deserto, durante la conferenza stampa di un capo di stato. Era comoda, utile e stava dappertutto.
Adriano Olivetti entrò nella fabbrica del padre, che gli fece cominciare l’ esperienza lavorativa alla catena di montaggio come operaio. Lo inviò poi in America (nel 1921) a studiare com’era lì l’ organizzazione aziendale di quegli anni. Adriano Olivetti fece ottimi prodotti, ottimi affari, pur volendo fare una fabbrica umana (il termine è suo), pensata e organizzata anche per chi ci lavorava. Attorno a sé costituì un gruppo di intellettuali delle discipline più disparate: urbanisti, ingegneri, tecnici, intellettuali, filosofi, scrittori. Uno dei suoi primi scritti sembra preparare una via colta al federalismo: poneva il problema del rapporto tra la propria città (Ivrea), le sue tradizioni, i suoi uomini, l’ esperienza internazionale (quando morì ad appena 60 anni l’Olivetti contava 36000 dipendenti, la metà all’estero), ciò che era necessario innovare.
Il successo nei prodotti che mise sul mercato, nella commercializzazione, negli affari, nei guadagni, nacque dalla sua straordinaria intelligenza, ma anche dalla sua curiosità, da questa sua necessità di un continuo scambio con esperienze culturali, le più diverse, ai più alti livelli di qualità. La sua azienda non produceva solo macchine, produceva anche pensieri, molti pensieri, anzi, molti prodotti nacquero come risposta a questi pensieri, alla loro problematicità, alla necessità di confrontare le esperienze, gli ambiti disciplinari più diversi. La genialità di trasformare il tutto in un dialogo produttivo.
Forse se Marchionne, l’ uomo che viaggia con due passaporti, quello canadese e quello italiano, con la residenza in Svizzera, sempre o in aereo o al lavoro, ripercorresse l’ esperienza di Adriano Olivetti non perderebbe il suo tempo. Se il suo stile di vita, le sue abitudini glielo concedessero, si porrebbe qualche interrogativo in più. Sarà certamente bravissimo ma, a chi scrive, pare ( è una personale impressione) un uomo solo, sempre con sé stesso e con le sue idee. Ovviamente posso sbagliarmi.
Una cosa però posso dire: Adriano Olivetti non era un uomo solo. Era un uomo di qualità che incontrava molti uomini di qualità per mettersi in discussione, per porsi dei dubbi, dare una risposta produttiva a quei dubbi, per trasformare una difficoltà in un ostacolo superato, quello che non c’ era prima in un prodotto necessario per tutti. Un nuovo prodotto non era soltanto un oggetto da vendere  era qualcosa di utile perché  aumentava l’ efficienza, il benessere di tutti. Ebbe successo, umano e sociale, ebbe soldi, divenne un punto di riferimento internazionale. Questo grande, ampio respiro intellettuale non l’ ha ridotto alla povertà, alla tristezza del’ utopia fallita. Tutt’altro. L’ ha reso grande. Grande anche come industriale, come uomo d’ affari. Affermazioni come “con la cultura non si mangia” gli erano del tutto estranei.
I nostri industriali, così spesso impegnati e ridurre tutto a una questione di pause di lavoro, di costo del lavoro, farebbero bene a ripercorrere questa vicenda. Pensare, mettersi in discussione: innovare richiede pensiero, molto pensiero, così come lo chiede la capacità di creare nuovi prodotti. Olivetti fu uno dei primi industriali moderni a capire che non si poteva pensare da soli. Viviamo in una società troppo complessa perché possa essere dominata da un genio, fosse anche della grandezza di Leonardo. Per affrontare i problemi di una società come quella in cui stiamo vivendo bisogna essere in molti, avere la capacità di creare un grande gruppo di  gente che si interroga, cerca, fa proposte, si coordina con un leader aperto, volitivo, ma anche problematico, dai larghi orizzonti. Disponibile a cogliere ciò che di vitale può venire da un modo nuovo di porre vecchi problemi.
Nella storia politica, industriale, civile, aziendale, ci sono state molte persone che hanno voluto risolvere da sole i problemi di tutti. Molte di queste, si è saputo poi, erano malate e hanno portato al fallimento loro stessi e le persone che hanno creduto in loro. E, purtroppo, quando se ne sono accorte, era troppo tardi per porvi rimedio.
Adriano Donaggio
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