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Etica, merce rara
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di Nicola Tranfaglia

Etica, merce rara

Uno degli aspetti più disperanti  della cronaca politica di questo periodo, in cui la destra berlusconiana è per la terza volta al potere in Italia, è costituito dalla completa ignoranza della Carta  costituzionale  che caratterizza i vertici del PDL, a cominciare dallo stesso, attuale capo del governo. Di fronte al secco comunicato del Capo dello Stato al quale spetta - secondo l’articolo 92 - la nomina del presidente del Consiglio e, su proposta di questo, “dei ministri e dei sottosegretari”,  che ricorda all’on. Berlusconi che “sono entrati a far parte del governo esponenti di gruppi parlamentari diversi rispetto alle componenti della coalizione che si è presentata nell’aprile 2008 alle elezioni politiche” e che, dunque, si impone una valutazione delle Camere del mutamento intervenuto.
Un’affermazione quella del presidente della Repubblica del tutto ineccepibile secondo le regole costituzionali di cui è garante e custode. Poco importa che il Pdl, colto di sorpresa dal comunicato, parli di già avvenute “ ripetute verifiche nelle sedi parlamentari”.
Siamo di fronte ancora una volta a un malinteso, o verrebbe piuttosto da dire all’aperta malafede degli onorevoli Gasparri e Cicchitto, non nuovi peraltro nella loro lunga carriera a sortite improvvide di fronte a organi costituzionali.
E’ chiaro  che il presidente Napolitano non mette in dubbio che la maggioranza parlamentare di cui gode l’onorevole Berlusconi sia ancora esistente ma si limita a ricordargli che una verifica sulla composizione del governo (e quindi della maggioranza parlamentare) è richiesta esplicitamente dal testo costituzionale e che a questa regola deve anche lui attenersi.Ed è a questa richiesta, non ad altre più generiche, che il presidente del Consiglio come capo della maggioranza parlamentare, è chiamato a rispondere nelle prossime settimane.
Ma ci fermeremmo all’apparenza del contrasto, e non alla sua sostanza, se il discorso restasse nel campo istituzionale e non coinvolgesse la politica nazionale.
Quest’ultima attraversa purtroppo  un momento di grave crisi e difficoltà che riguarda soprattutto la società italiana nel suo complesso.
Lo sciopero di ieri della CGIL con manifestazioni   in molte città italiane che hanno visto, insieme con le lavoratrici e  i lavoratori, anche migliaia di studenti medi e universitari esprime un disagio sociale, economico e culturale, oltre che politico, che non è il caso di sottovalutare.
Il parlamento sarà chiamato presto ad approvare  leggi ad personam, come quella sulla “prescrizione breve” e l’altra di sicuro contraria alla costituzione  che si propone di vietare le intercettazioni telefoniche (peraltro indispensabili per la lotta contro le associazioni mafiose) e di fronte a quel che ci aspetta non c’è da stupirsi se le opposizioni parlamentari chiedono ogni giorno  che la legislatura termini e che si arrivi  a un confronto elettorale.
Ma ormai c’è da dubitare seriamente che si arrivi alla fine della legislatura prima del suo termine naturale, vista l’enorme disponibilità monetaria del capo del governo e il livello, ormai infimo, di un ceto politico che cambia bandiera con estrema facilità  e si vende per modiche somme, pur di sopravvivere qualche mese o qualche anno.
E’ ormai noto che l’etica è una merce rara tra gli italiani e, tanto meno, tra quelli che nella loro vita si sono dati alla politica piuttosto che a un qualsiasi lavoro .
L’unico pericolo di una simile situazione e se ne accorgono soprattutto quelli che vivono fuori del nostro paese in Francia, in Germania, in Gran Bretagna o negli Stati Uniti, è che la democrazia repubblica continui a degradare fino a trasformarsi in una sorta di “regno delle banane”, come più volte è stato apostrofato da osservatori neutrali con drammatiche conseguenze sul piano dell’economia e della cultura.
Non siamo  lontani da questa tragica situazione e mi preoccupa che tutto avvenga nella relativa indifferenza della generalità degli italiani.
Non sarebbe il caso di svegliarsi e far di tutto per voltare pagina? E’ un interrogativo che si sente ripetere soprattutto quando si varcano i confini nazionali. Ma che diventa sempre più urgente, se si vuole arrestare il degrado ed aspirare a una democrazia più felice o (che cosa dico?) almeno più sana e rassicurante. 


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