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L'accordo di Garowe divide la Somalia
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di Shukri Said*

L'accordo di Garowe divide la Somalia

Nella prima decade di dicembre Sheikh Sharif Hassan, speaker del Parlamento somalo di transizione (TFP) forte di 550 deputati, è atterrato a Roma per una visita ufficiale ma il suo aereo non era neanche arrivato a Fiumicino che 283 di quei deputati si riunivano in seduta e con 280 voti favorevoli, due astenuti e uno contrario, lo sfiduciavano per aver sostanzialmente chiuso il Parlamento senza convocarlo per mesi. Un fiasco che, dopo l’annullamento di tutti gli appuntamenti istituzionali previsti nella Capitale italiana, l’ha costretto a rientrare a Mogadiscio per contestare la validità della votazione e, soprattutto, per scrivere la lettera del 14 dicembre ai suoi sostenitori internazionali, lettera che avrebbe dovuto rimanere segreta ma che, grazie alla stampa libera di Mogadiscio, è stata svelata.
Sheikh Sharif Hassan, detto “Sakin”, ovvero “lametta”, chiedeva un intervento immediato a suo favore sottolineando che la sua sostituzione avrebbe potuto causare la distruzione della Somalia.

Del tutto insensibile alle grida del suo ex speaker, il Parlamento di transizione, nella sua prima seduta del dopo “Sakin”, ha subito diffidato Agostino Mahiga, Rappresentante speciale per la Somalia del Segretario generale dell’ONU, dall’avviare colloqui sulla Roadmap della pacificazione prima che il Parlamento stesso avesse espresso il voto favorevole sul percorso di riconciliazione annunciandogli la fissazione di un’apposita seduta per il 19 dicembre con l’intento di recuperare l’attività parlamentare sospesa.

In risposta l’Ambasciatore Mahiga, lo stesso 19 dicembre, convoca dal 21 al 23 successivi a Garowe, capitale del Puntland, la Conferenza Consultiva Nazionale Costituzionale della Somalia e, nonostante il brevissimo preavviso, invita il Presidente transitorio della Repubblica somala, lo sfiduciato ex speaker del Parlamento, il Primo Ministro, il Presidente del Puntland Abdirahman Farole ed il rappresentante della forza islamica moderata Ahlu Sunna Wal Jamah.

Al termine della tre giorni viene stabilito che entro il prossimo maggio dovrà essere pronta la Costituzione da sottoporre a referendum “sussistendone le condizioni” ed il Parlamento verrà ridotto dagli attuali 550 membri a 225, con un 20% riservato alle donne. Il Parlamento così eletto durerà in carica quattro anni ma, se non sarà possibile indire elezioni universali, i deputati verranno nominati come gli attuali, rispettando la formula clanica “4.5”, peraltro ampiamente contestata.
Questo accordo conclusivo, subito ribattezzato “I Principi di Garowe”, è stato facile oggetto di attacchi e critiche.
Innanzi tutto è stato osservato che di Ahlu Summa Wal Jamah è stato utilizzato il nome in senso improprio perché il rappresentante che per essa ha firmato è, in realtà, il cugino del Presidente Sheikh Sharif Ahmed e non è il legale rappresentante dell’organizzazione religiosa. Inoltre, una parte rilevante della Regione di Galmudug è sotto la forte influenza del Puntland. Basti pensare che la capitale Galkayo è divisa con la parte più importante, a nord, facente parte dell’autonomia del Puntland mentre solo la parte sud appartiene all’amministrazione del Galmudug. Perciò si è osservato che,  a ben vedere, il Puntland, nei “Principi di Garowe”, ha vauto un triplice ruolo: come regione autonoma e ospitante della conferenza; come influente comproprietario del Galmudug e, infine, tramite il Primo Ministro Abdiweli che proviene proprio dal Puntland.

Si è poi rilevato che il Parlamento Federale di transizione (TFP) attualmente vigente in Somalia venne ideato nel 2004 dall’IGAD, la potente organizzazione commerciale del Corno d’Africa sotto l’influenza dell’Etiopia, ed era composto in origine da 275 membri con attribuzione di sessantuno deputati a ciascuno dei quattro principali clan, oltre 31 esponenti delle minoranze con la formula, appunto, del “4.5”. I grandi clan, a loro volta, esprimevano in Parlamento molti dei Signori della Guerra che infestavano la Somalia ed ai quali si ribellò l’Unione delle Corti Islamiche che prese Mogadiscio nel giugno 2006. Gli islamici vennero combattuti dalle istituzioni di transizione chiamando in aiuto le truppe etiopi il cui ingresso in Somalia dette vita ad una delle fasi più sanguinose della guerra civile cui si pose rimedio con l’accordo di Gibuti del 2008. Quest’accordo determinò la frattura all’interno delle Corti islamiche tra coloro che non accettarono il dialogo con le forze internazionali per la pace - dando vita ai gruppi fondamentalisti di cui il più importante è Al Shabaab saldatosi poi con Al Qaeda - e coloro che, invece, l’accettarono e, tra questi, l’attuale Presidente transitorio della Repubblica Sheikh Sharif Ahmed e quel Sheikh Sharif Hassan che fino a ieri era lo speaker del Parlamento. 

Tra le particolarità dell’accordo di Gibuti vi fu anche quella di allargare il numero dei parlamentari a 550 aggiungendo 200 nuovi deputati islamici e 75 appartenenti alla società civile cosicché, restando ferma la formula “4.5”, di fatto i clan raddoppiarono i loro seggi.
La diminuzione dei parlamentari, negli intenti di Mahiga, promotore della Conferenza Consultiva di Garowe, mira all’eliminazione dei parlamentari contrari ai due Sceicchi, come hanno osservato 85 importanti esponenti somali della diaspora in una lettera aperta indirizzata lo scorso 31 dicembre, tra gli altri, al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, al Segretario Generale Ban Ki-moon, all’Unione Europea ed alla Lega Araba.

Gli autori della lettera aperta, pur apprezzando che, dopo oltre vent’anni, si sia parlato della pacificazione della Somalia in terra somala anziché, come sin qui avvenuto, a Londra piuttosto che al Cairo, ovvero a Nairobi piuttosto che a Gibuti, e dopo aver rilevato il positivo progetto di ridurre il numero dei deputati rispetto ad una popolazione di soli 8 milioni di abitanti, hanno sottolineato, come solo sei persone abbiano sostanzialmente deciso il futuro della Somalia stabilendo la formazione del nuovo Parlamento e, in definitiva, il futuro dei leader politici. I sei - affermano i firmatari della lettera aperta - hanno ben diritto di “partecipare” a modellare il futuro del loro Paese, ma non spetta loro il ruolo di deciderne il futuro in via esclusiva. In tal modo, infatti, solo pochissimi esponenti si attribuiscono unilateralmente il potere di nominare i parlamentari. Inoltre, contesta la diaspora somala, dietro la dichiarata volontà di porre termine alla transizione, traspare il protrarsi del regime transitorio per altri quattro anni contravvenendo anche all’accordo di Kampala dello scorso 9 giugno con cui si stabiliva la data del 21 agosto 2012 per le elezioni universali. Aggiungono gli 85 firmatari che l’Ufficio dell’Ambasciatore Mahiga ha ammesso alla firma dei “Principi di Garowe” Sheikh Sharif Hassan, sebbene sfiduciato dal Parlamento di transizione, con ciò violando la sovranità delle istituzioni somale e radicalizzando le contrapposizioni con l’evidente tentativo di sovvertire una decisione parlamentare.

Al termine di queste osservazioni critiche, la diaspora somala chiede innanzi tutto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di non eccitare gli animi e, anzi, di porre rimedio alla situazione creatasi promuovendo nell’immediato una consulta nazionale dei rappresentanti anziani dei clan selezionati per piccole aree al fine dell’individuazione dei parlamentari da eleggersi tutte le volte che la situazione locale lo consenta. Nel frattempo gli 85 firmatari chiedono che le attuali istituzioni siano conservate e rispettate, nonostante la loro intrinseca debolezza.
Nei giorni immediatamente successivi i deputati si sono divisi tra i sostenitori di Sheikh Sharif Hassan, da una parte, e i suoi oppositori dall’altra e nell’aula hanno dato vita a forme di ostruzionismo anche manesco che ha portato alcuni di loro in ospedale.

Nonostante questi impedimenti, tuttavia, l’assemblea è riuscita lo scorso 4 gennaio a mantenere ferma la sfiducia verso Sheikh Sharif Hassan e ad eleggere il suo successore nella persona di Madoobe Nuunow Mohamed, un politico di lungo corso già più volte ministro.
La notte stessa della sua elezione, si è riunito il Comitato per la sicurezza della Somalia composto dal Presidente transitorio della Repubblica Sheikh Sharif Ahmed, lo sfiduciato Sheikh Sharif Hassan ed il Primo Ministro Abdiweli Ali Mohamed, che ha diffuso una nota con la quale non veniva riconosciuta la deliberazione parlamentare.
Il giorno successivo il nuovo speaker ha affermato in un’intervista a Voice Of America che tutte le istituzioni sono “figlie” del Parlamento sicché tutti devono riconoscerne la sovranità ed ha poi sollecitato il Governo a presentare alla Camera per la relativa approvazione sia la legge finanziaria per il 2012 che la Roadmap predisposta per il superamento delle istituzioni di transizione.

Il braccio di ferro così ingaggiato tra il Rappresentate dell’ONU per la Somalia Agostino Mahiga e la libera volontà dei somali non è una novità e tuttavia suscita sempre più sorpresa e curiosità il sostegno che l’Ambasciatore di Ban Ki-moon presta ai due Sceicchi somali nonostante non godano affatto di popolarità in patria, né possano vantare curricula prestigiosi. Anzi.
Molti ritengono che l’arma di seduzione dei due Sceicchi verso Mahiga consista nell’obbedienza assoluta alle sue indicazioni e la rapidità con la quale hanno aderito alla pomposa Conferenza Consultiva di Garowe, indetta con soli due giorni di preavviso. Ma in tal caso si conferma l’allarme della diaspora per la delegittimazione delle istituzioni di transizione della Somalia ed in particolare del Parlamento che sta mostrando di voler esercitare le sue prerogative sebbene ostacolato proprio dal rappresentante dell’ONU che dovrebbe, invece,  privilegiarne il dinamismo.

Intervista di Shukri Said a Mohamed A. Mohamed, Primo Ministro della Somalia sino al giugno 2011 e tra i firmatari della lettera aperta al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.


Che cosa pensa delle ultime vicende del Parlamento Federale di Transizione della Somalia?
Il Presidente Sheikh Sharif Hassan è stato eletto dal Parlamento e sostituito dal Parlamento stesso. Questo è conforme all’istituzione di transizione: il Parlamento può eleggere il suo capo e può sostituirlo. E’ un fatto democratico e importante che va riconosciuto come un atto tipicamente democratico e, come tale, incoraggiato.

Sheikh Sharif Hassan dice che, in base all’accordo di Kampala del 9 giugno scorso, non poteva essere sostituito

Il primo punto di quell’accordo dice che devono innanzi tutto essere rispettati i principi informatori delle istituzioni di transizione. Un altro punto dice che chi viola gravemente quei principi può essere rimosso. La colpa di Sheikh Sharif Hassan è stata quella di aver chiuso, di fatto, il Parlamento incorrendo così nella grave violazione di legge che giustifica il suo allontanamento.

Che cosa ne pensa del documento “I Principi di Garowe”?
La riunione di Garowe è stata un’occasione vanificata da due elementi. In primo luogo è stato ammesso a firmare lo speaker sfiduciato dal Parlamento, privo quindi della legittimazione a rappresentare l’istituzione di provenienza. In tal modo anche il documento finale è rimasto delegittimato. In secondo luogo, i partecipanti erano sei amici mentre è stata esclusa una regione importante ed autonoma come il Somaliland per esempio. Anche la società civile e stata esclusa, ma soprattutto non sono stati ammessi gli avversari di Al Shabaab con i quali bisogna dialogare perché detengono gran parte del paese. Occorre dialogare anche con i moderati di Al Shabaab se si vuole veramente la pacificazione della Somalia.

*fondatrice dell'Associazione Migrare – www.migrare.eu

tratto da L'Unità


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