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Il giorno della gente che non ha paura di scendere in piazza per gridare “vergogna”
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di Silvia Iachetta

Il giorno della gente che non ha paura di scendere in piazza per gridare “vergogna”

Il mare era agitato sabato mattina. Dio se era agitato. Le onde, con impeto, s’infrangevano sui massi lasciati inermi sulla spiaggia. E avanzavano, con veemenza, verso strutture costruite fin troppo vicino al mare; avanzavano verso quel lungomare che si apprestava a essere intitolato “Natale De Grazia”, dal nome del comandante della capitaneria di porto di Reggio Calabria morto in circostanze sospette mentre indagava sulle navi a perdere. Con lo stesso fermento il popolo calabrese procedeva verso le vie di Amantea, quest’affascinante paese in provincia di Cosenza, smosso da sentimenti di rabbia mista a inquietudine. E’ il giorno della grande manifestazione nazionale contro le navi dei veleni, contro i rifiuti tossici e radioattivi; è il giorno della gente che non ha paura di scendere in piazza per gridare “vergogna”, che ha ancora la capacità di indignarsi, di non arrendersi. Una parte di quella società civile onesta, umile, orgogliosa della propria terra e che per questo motivo la difende combattendo a denti stretti, a schiena dritta percorrendo le strade della città, a testa alta gridando in un coro univoco: “Basta veleni. Riprendiamoci la vita, vogliamo una Calabria pulita”. Si pretende una Calabria “ri-pulita”, forse, non solo dai rifiuti nocivi, radioattivi, pericolosi, ma anche dalla mafia, dal clientelismo, dagli abusi di potere, da politici corrotti e incapaci di fare il loro mestiere. I calabresi vogliono dire basta all’omertà e alla sottomissione. C’è un popolo che vuole vivere nella sua terra con dignità, senza avere il terrore di mandare i propri figli a morire in scuole costruite su rifiuti pericolosi, senza avere la paura di mangiare pesce che possa un giorno scoprirsi avvelenato, senza andare a lavorare in fabbriche della morte. C’è unione fra la gente, che compostamente avanza sotto la pioggia battente. E c’è rabbia, disappunto per molti politici che salgono sul palco o sfilano tra la gente. Ormai è tardi per le “manifestazioni di interesse”, ormai tanti politici non sono più credibili. I cittadini non hanno più bisogno di fasce tricolori, di finte facce addolorate, tinte d’ipocrisia. Il re è ormai nudo. Sono anni che in Calabria si conosce la verità, eppure in troppi hanno fatto finta di non sapere. Ma ora basta. I calabresi onesti non lasceranno la loro Terra in preda a miserevoli sciacalli, a esiti falsificati per nascondere l’amara realtà, non permetteranno più di farsi uccidere in nome del “Dio Denaro”. E intanto la pioggia continua a cadere, incessantemente, dirompente, quasi a voler lavare e cancellare il marcio seppellito sotto questa terra, in questi fondali. Ma è una metafora che non aiuta nella realtà. Ora c’è solo bisogno di una presa di coscienza da parte chi può e deve fare qualcosa. Subito. Ai più non interessa il Ponte sullo Stretto di Messina; vogliono che il Governo nazionale si accorga di loro, vogliono la bonifica dei loro territori, vogliono che i pescatori di Cetraro riprendano a lavorare nella certezza di vendere un prodotto sano, vogliono che i bambini di Crotone ritornino a istruirsi in scuole sicure, vogliono la certezza che non esisterà più un’altra fabbrica della morte “Marlane”, vogliono che la gente possa vivere in prossimità della valle del fiume Oliva senza contaminarsi. C’è paura, tanta paura. Quello che sta succedendo in Calabria è di una gravità inaudita, eppure il Governo di Berlusconi sembra non accorgersene, così come tanti media nazionali, troppo intenti a parlare di cose ben più frivole. La Calabria è sola e il suo futuro, ora più che mai, è nelle mani dei calabresi i quali hanno l’obbligo di non perdersi in un patetico vittimismo, ma di continuare a combattere, far sentire la loro voce, al di là della manifestazione nazionale, ogni giorno, sempre più forte, pretendendo la bonifica dei territori contaminati, l’accertamento della verità. Costi quel che costi, l’interesse non deve svanire, deve essere il popolo a imporre, a tutta la Nazione, l’attenzione su questa drammatica situazione. E’ finita l’epoca dell’autocommiserazione, è tempo che la società civile abbia un riscatto morale e culturale. Prima che sia troppo tardi.


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