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Mi manca Curzi...
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di Corradino Mineo

Mi manca Curzi...

Mi manca Curzi. In un paese di milionari spudorati, mi manca un uomo che non ha battuto cassa né quando lo nominavano Direttore né quando lo cacciavano. Nell’Italia dei conflitti di interesse, della casta e dell’antipolitica becera, dove ogni giorno si aggrava il conflitto sulle istituzioni, manca anche un solo uomo che, come lui, metteva al centro del suo fare il principio di responsabilità. Nell’estate del ‘93 andai a trovarlo, con mia moglie incinta, mentre combatteva una doppia battaglia, quella contro il suo primo cancro al polmone (che vinse) e l’altra in difesa del Tg3.
Non una parola di astio contro quei “professori” che con il viatico del centro sinistra gli tolsero la Direzione. Solo la domanda: dove va la Rai? Riuscirà a raccontare la difficile transizione politica e istituzionale che sottende lo scoppio di tangentopoli?
Nel novembre ‘97, quando decise di sfidare  Di Pietro e Ferrara per un seggio al Senato, gli chiesi: ma chi te lo fa fare? Tu che sei sempre un giornalista, che hai sopportato così a lungo vizi e vezzi dei postcomunisti… Mi rispose che i tempi erano cambiati, che la “gente” del Mugello non si meritava come candidato un giudice con una cultura di destra solo perché questo avevano deciso a Roma. Episodio che mi è tornato in mente quando, qualche settimana fa, D’Alema ha accusato Di Pietro  di ingratitudine “era in difficoltà e lo candidai al Mugello!”.
Nella notte della D’Addario a palazzo Grazioli, Sandro era ormai malato terminale, rimase a sentire le notizie che raccontavano la vittoria di Obama. Ci sentimmo all’alba di Chicago, nel pomeriggio italiano: ma come farà? Chi sono i giovani che lo sostengono? E l’altra America come reagirà?

Ad Alessandro Curzi piaceva molto il mestiere che faceva. Lo considerava un dono meraviglioso che ogni giorno doveva ricambiare. In questi mesi sarebbe andato sul tetto con gli operai che non hanno altro modo per far sentire la loro voce. Sarebbe stato con i giovani dei licei a chiedere se è vero e perché studiano meno bene l’italiano. Certo avrebbe raccontato quanto la vita dei lavoratori immigrati somigli a quella degli operai dopo la guerra. E sarebbe sceso in piazza, accanto a Michele Santoro che un’interpretazione “ad personam” della par condicio costringe al silenzio in campagna elettorale.
Curzi e Santoro. La loro coabitazione ne ha fatte di scintille. Ma Sandro lo ha sempre difeso pubblicamente e con forza dalle critiche che avevano anche solo l’odore della censura. Così come un Direttore deve fare. Così come dovrebbe fare ogni Dirigente che creda nel servizio pubblico.
Non era un intellettuale. Quando non sapeva chiedeva. E forse anche per questo aveva un così bel rapporto con le italiane e gli italiani comuni che lo incontravano per strada in un pubblico dibattito, e gli chiedevano di tener duro, di andare avanti, di continuare a informare con quella vena di autenticità che ad altri, e più potenti, faceva arricciare il naso.
Penso ai fans dei suoi editoriali. Se dovessi dedicare a Curzi una trasmissione, proverei a incontrare quegli italiani comuni, quelli che pagano le tasse, che si fermano con l’auto davanti alle strisce pedonali, credono nella cortesia, dicono Italia con rispetto, vivono del loro lavoro e guardano con una punta di compassione tutto quell’agitarsi di ricchi e furbi. Sandro era come loro.


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