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"L’amore vince sempre sull’odio". Cosa c’è dietro il linguaggio della politica. E di Berlusconi
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di Silvia Iachetta

"L’amore vince sempre sull’odio". Cosa c’è dietro il linguaggio della politica. E di Berlusconi

Che rapporto c’è tra le emozioni e la politica? Come sta cambiando il linguaggio politico negli ultimi anni? A pochi giorni dalle elezioni regionali e amministrative, nelle battute finali di una campagna elettorale che ha visto non pochi colpi di scena, abbiamo cercato di capire lungo quali linee direttrici si muovono i politici, intervistando il sociologo Massimo Cerulo, docente di “Etnografia e ricerca sociale” all’Università della Calabria. Cerulo da qualche anno indaga sul rapporto tra emozioni e società ed è autore del fortunato libro “Un mondo (quasi) a parte. La vita quotidiana del politico di professione” (Guerini e associati) e del recente lavoro “Il sentire controverso. Introduzione alla sociologia delle emozioni” (Carocci). 

Prof. Cerulo, le campagne politiche sono sempre più basate sul personaggio politico e sempre meno sul partito. L’impressione è che il personaggio cerchi di attirare l’attenzione su di sé mediatizzando o veicolando emozioni. C’è la tendenza ad impostare la campagna politica facendo leva più sulle emozioni che sul programma in sé?
Mi sembra ci sia poca attenzione al programma. Si fa leva meno sui temi e più su come il soggetto si pone emozionalmente nei confronti dell’elettorato. D’altronde, una lacrima e un sorriso sono molto più afferrabili del miglior progetto politico descritto in termini politichesi. L’emozione è diretta, arriva sempre prima. Esempi di questa tendenza sono le campagne pubblicitarie elettorali, dai cartelloni agli spot televisivi, in cui conta non tanto descrivere linee guide o punti salienti del programma, bensì mettere in risalto un’immagine costruita, attraente, emozionalmente forte e accompagnarla con uno slogan. Ad esempio, in Calabria si può notare come la stragrande maggioranza degli spot elettorali si compongano con una serie di fotografie sovrapposte l’un l’altra, che ritraggono il soggetto in presenza di persone famose o pseudo tali, una colonna sonora d’impatto e nessun riferimento al programma politico da attuare. Mi vengono in mente immagini di candidati fotografati ad un’udienza papale, o con i leader nazionali dei rispettivi partiti, o durante un abbraccio con il famoso attore o cantante. Quasi come a voler spostare l’attenzione dell’elettore dal programma al personaggio.

Il politico, dunque, mette in mostra anche la sua sfera privata? Non c’è più la propensione a tenerla fortemente distanziata da quella pubblica?
Proviamo a chiarire. Il processo di cui lei parla rientra nello “stravolgimento” emozionale che la politica ha attuato da una quindicina di anni a questa parte. Un cambiamento partito, a livello mondiale, da Bill Clinton, nel corso dei suoi 8 anni da Presidente degli Stati Uniti, che stravolse le regole emozionali nella politica. Fino all’inizio degli anni ’90, il politico si mostrava in pubblico, teneva comizi, partecipava agli eventi, però tenendo abbastanza riservata la sua sfera privata; serbando nel retroscena quello che accadeva nella sua famiglia. Con Clinton ci fu un cambio radicale di questo atteggiamento. Soprattutto dopo il cosiddetto scandalo Monica Lewinsky, non ci fu una più una chiusura del e nel privato, bensì avvenne lo straripamento del privato nel pubblico. Il Presidente confessò quello che aveva fatto e nello stesso tempo si pentì. Questo pentimento, per quanto vero o falso sia stato, ha fatto sì che l’emozionalità del politico venisse messa pubblicamente in piazza. Per la prima volta, grazie soprattutto all’esplosione dei new media, il mondo vide le lacrime di Clinton, ascoltò le sue parole intrise di emozionalità. Non a caso, la sua frase più celebre, con cui era solito iniziare i suoi discorsi pubblici, era “I feel good about”: ossia io provo queste emozioni al momento e mi sento bene se le condivido con voi. Era il punto della condivisione a segnare uno spartiacque dal modo precedente di fare politica. Io soggetto politico, io privilegiato, io politico di professione condivido con voi quello che sto provando.

Questa condivisione delle emozioni è tuttora presente? Anche in Italia i politici mettono in piazza le loro emozioni? Lei crede che questa apertura sia un elemento positivo nella politica?
La condivisione poteva essere vista in modo positivo, nel senso di non creare un distacco tra politici e cittadini. Il politico, in un certo senso, usciva dal suo “mondo a parte”, dalla sua sfera di realtà privilegiata e scendeva in mezzo ai cittadini per renderli partecipi della propria emozionalità. Ma, con il passare degli anni, questo atteggiamento si è modificato. Ultimamente sembra che esso sia marcato da una certa coltre di populismo, che si sia passati ad una manifestazione delle emozioni che vuole essere una sorta di presa in giro, di incantesimo nei confronti degli elettori. Della serie: “Capite come sto soffrendo, votatemi”. Oppure: “Gli altri mi stanno facendo del male, votatemi”.

Sembra ci sia un chiaro richiamo al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Questo suo continuare a sostenere che ci sia una campagna di odio nei suoi confronti potrebbe far parte di una tattica?
Sì, io parlerei proprio di tattica di micropolitica. Come ci insegnano i sociologi che si occupano di emozioni, in ogni situazione di vita quotidiana il politico mette in atto tattiche di micropolitica che hanno a che fare con le emozioni. Il politico non manifesta le sue emozioni soltanto per una mera condivisione, per creare una empatia con il suo elettore, bensì per tenere in pugno l’elettore. Il punto a mio parere fondamentale è che, attraverso tali tattiche di micropolitica, l’emozione è usata come strumento di potere. Fra le tante modalità in cui ciò può avvenire, vorrei sottolinearne una in particolare e che, a mio parere, riguarda anche Berlusconi: quando manifesto emozioni positive conseguentemente indico il mio rivale come colui che manifesta emozioni negative. Così facendo, però, trasmetto l’idea al cittadino e all’elettore che sono io il portatore del bene mentre l’altro è portatore del male, giocando sulla distinzione tra emozioni positive e negative. Io manifesto emozioni positive quindi sono colui che rappresenta il bene, l’altro manifesta emozioni negative quindi rappresenta il male. Non uso esattamente questi termini, ma trasmetto tale significato. Ecco l’emozione come strumento di potere e di mantenimento di status. Pensiamo al discorso che Berlusconi sta tessendo nell’ultimo periodo, in particolare alla manifestazione di sabato scorso; dietro il palco dove parlava c’era scritto: “L’amore vince sempre sull’odio”. Frase che egli stesso ha ripetuto poi spesso. Se noi intendiamo amore e odio come due emozioni - forzando i termini, perché l’amore si configura come sentimento, più che come emozione – chi parla è portatore di amore e i rivali/concorrenti (in questo caso la sinistra-opposizione, ma anche alcuni magistrati) sono portatori di odio. Dietro questa semplice frase, dietro questa richiesta di fratellanza, di simpatia che sembra rivolta soltanto ai suoi elettori, c’è una tattica di micropolitica sociologicamente fondata. C’è una perversione del discorso clintoniano, tesa a costruire socialmente un’emozione che dovrebbe rivelarsi, nell’ottica del relatore, come incentivo al voto

E l’opposizione, invece, come si muove in questo campo? “Usa” anch’essa le emozioni?
C’è una parte della sinistra italiana che mi sembra essere più concentrata su fatti e programmi, penso in particolare ad Emma Bonino o alla Bresso. Di Pietro, invece, mi sembra quello che manifesti di più quello che prova: si infervora nei dibattiti televisivi, diventa rosso quando parla, urla, ecc. Forse una manifestazione più “autentica” delle proprie emozioni.

Di Pietro mette in scena le sue emozioni senza programmarle?
Sul non programmarle andrei con i piedi di piombo. È davvero difficile che il politico non programmi in anticipo le emozioni da manifestare. Così come il politico prepara le interviste - prestando attenzione a trovare la sala più adatta, lo sfondo e le luci migliori, chiedendo di controllare le domande in anticipo per trovare le risposte migliori - forse anche nel caso delle emozioni è così. Ad esempio, nell’ultima “sceneggiata” a cui abbiamo assistito in un approfondimento del tg di Rai3 con Bianca Berlinguer, in cui Di Pietro si alza e va via dopo uno scontro verbale con La Russa, non metterei la mano sul fuoco che sia stato un atteggiamento “naturale”, che abbia pensato in quel momento di andar via. Può darsi che sia stato costruito prima.

Siamo di fronte a quello che lei nei suoi ultimi libri definisce “la commercializzazione, la teatralizzazione politica delle emozioni”?
Sì. Oggi le emozioni sono incanalate in una teatralizzazione mediatica che mettono in atto i politici di professione. Teatralizzazione che – attenzione - sembra essere gradita alla maggior parte dei cittadini. Un ambiente così emotivamente surriscaldato è richiesto dal cittadino. Pensi ai reality show: se hanno così successo è perché c’è una richiesta di emozioni da parte della società. Il politico è bravo a cavalcare questa onda. Ricordo una frase del sociologo francese Lacroix che, nel suo libro “Il culto dell’emozione”, scrive: «i politici devono rispondere in modo adeguato alla domanda emotiva dell’opinione pubblica. La collettività si riconosce nell’immagine di uomini capaci di vibrare». Questo significa che se Berlusconi continua a vincere è anche perché riesce a trasmettere queste vibrazioni all’elettorato.

Teme che ci sia qualcosa di sbagliato in questo atteggiamento?
Il mio timore è che si arrivi ad una deriva populistica, dove il politico, leader carismatico e comunicatore emozionale, dispensi emozioni costruite a tavolino, preconfezionate, emozioni usa e getta, per incantare più gente possibile e ottenere più voti. Ma il soggetto non può essere votato solo per la sua bravura nella teatralizzazione delle emozioni, ma per il progetto che propone, per le idee che esprime. Altrimenti l’Italia rischia di cadere in una sorte di caos emozional-elettorale.

Lei nel suo ultimo libro fa una distinzione tra emozioni, sentimenti e passioni. Queste ultime che ruolo giocano in questo nuovo agone politico?
Se si forza questo discorso di amore/odio si rischia di stimolare passioni devastanti: gelosia, ira, invidia, ecc., che non porteranno ad un discorso civile, democratico, a una sfera pubblica alla Habermas, in cui comuni cittadini discutono tra loro in maniera libera e razionale. Continuando di questo passo il rischio è di indurre passioni di “odio” forti e intense nei confronti dell’avversario politico. E la storia insegna che l’odio non ha mai portato a conclusioni pacifiche. Pensi, da tale rischio metteva in guardia il primo sociologo delle emozioni, Gabriel Tarde, oltre un secolo fa…

Ma è proprio questo quello che il centrodestra rimprovera all’opposizione: fomentare odio…
Ma paradossalmente, continuando a sostenere ciò, non fa che buttare benzina sul fuoco. Berlusconi continua ad affermare: “Questo ambiente ostile nei miei confronti è frutto della campagna di odio attuata dalla sinistra”. Leggendo tra le righe questo vuol dire: noi non facciamo campagne di odio, bensì campagne di amore. In questo modo non si fa altro che fingere un tentativo di riappacificazione fra le parti quando invece si alzano ulteriormente le barriere e si acuisce il solco del non dialogo. Emozione e ragione sono sempre due facce della stessa medaglia: l’agire sociale. Non dovrebbe esistere l’una senza l’altra. Penso che, invece di lasciarci travolgere dai discorsi emozionali, dovremmo essere tutti bravi a seguire un “vecchio” suggerimento di Dewey: “fermarsi e pensare”.


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