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Iniziato il processo per Sahid, morto di freddo e indifferenza
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di Filippo Vendemmiati

Iniziato il processo per Sahid, morto di freddo e indifferenza “E’ un caso aberrante, il trionfo dell'indifferenza” mi dice l’avvocato Gianluca Filippone in apertura della prima udienza.
Sahid aveva 29 anni  e morì di freddo il 14 febbraio 2010, a 400 metri dalla discoteca alla periferia di Ferrara da dove era stato cacciato perché ubriaco. “Era seminudo, lo vidi al ciglio della strada che pregava in ginocchio” ha detto al processo l'unico automobilista che alle  8 di mattina si fermò e chiamò 118 e polizia. Quattro persone sono imputate per omissione di soccorso, pena massima due anni, sono  un taxista, un amico, e due addetti della discoteca. “Sahid è morto di freddo” ha confermato il consulente medico legale, “le lesioni sul suo corpo sono superficiali  e non hanno alcun rilievo come causa del decesso. Il tasso alcolico, 1,8 grammi al litro, può aver favorito il suo forte stato di sofferenza”.

Presente e ascoltato nell'udienza di oggi, il fratello Rachid, che vive in Germania. “Sahid era un ragazzo tranquillo, faceva saltuariamente il meccanico, stava tentando di mettersi in regola con i documenti. Io e i miei genitori vogliamo sapere perché nessuno lo ha aiutato, non riusciamo a capire perché lo hanno abbandonato”.

Quella mattina tra la notte e l’alba fredda della domenica di San Valentino, temperatura sotto zero, ognuno pensa al ai fatti propri e non ad aiutare un uomo che sta soffrendo. La discoteca non aveva interesse a chiamare sanitari e polizia, ma solo a mettere Sahid fuori dalla porta. Anzi un aiuto poteva trasformarsi in una grana, magari un controllo di polizia su un locale già al centro di perquisizioni antidroga, una discoteca frequentata da giovanissimi. C’era il rischio che qualche cliente, magari minorenne, fosse trovato in possesso di stupefacenti o che fosse ubriaco. Poteva scapparci la chiusura per qualche settimana, perché andarsela a cercare per assistere “un marocchino ubriaco”? Lo stesso deve aver pensato il taxista chiamato per caricare Sahid. “Il regolamento stabilisce che non sono tenuto ad accompagnare a casa persone in condizioni alterate, e se poi mi danneggia l’auto e mi vomita in macchina?”. Anche l’amico che era con Sahid riflette sulla convenienza della sua condotta: “Meglio non rovinarsi la serata. Poi mi fermano, mi interrogano, mi controllano i documenti e si sa come va a finire in questi casi: qualcosa di non in regola trovano sempre...”

E cosa è passato per la testa degli automobilisti di passaggio che vedono Sahid agitarsi nudo lungo la strada? Lo vedono disperato aggrapparsi al cancello di una fabbrica e chiedere aiuto, lo vedono cadere in un fosso semi-ghiacciato e uscirne completamente bagnato. Per questo Sahid si toglie i vestiti. Tutta questa scena non è solo racconto, ma sono drammatiche sequenze video riprese da una telecamera a circuito chiuso di un’azienda artigianale. Certo gli automobilisti non sapevano di essere sorpresi da un filmato che mette a nudo un retroterra socio-culturale di indifferenza e vigliaccheria. “Già perché fermarsi, quello è nudo, sarà un pazzo pericoloso! Meglio non telefonare perché oggi con i cellulari siamo tutti rintracciabili, meglio proseguire. Qualcuno che si ferma prima o poi ci sarà”. Quando questo qualcuno finalmente si fermerà, sarà però troppo tardi per salvare la vita di Sahid. E’ già giorno, sono le 7.50 secondo il verbale di polizia.

E’ l’avvocato Giancarlo Filippone, che tutela i familiari di Sahid, costituitisi parte civile, ad aggiungere un altro particolare agghiacciante emerso nel corso delle indagini. Racconta un imputato:
“Non è vero che lo abbiamo abbandonato. Lo abbiamo spostato. Prima davanti alla discoteca, ma qui dava fastidio. Poi l’abbiamo messo su un muretto accanto ad una macchina, ma anche qui dava fastidio. Alla fine lo abbiamo portato nel posto che ritenevamo più ovvio, vicino al cassonetto dei rifiuti”.

Sahid è stato considerato un rifiuto per questo è stato abbandonato.
La prossima udienza sarà al caldo, l’11 luglio, ma qui la giustizia, che comunque deve fare il suo corso, passa quasi in secondo piano . “La nostra condanna morale è definitiva, dice l’avvocato, dobbiamo trasformarla in condanna penale, ma il processo è in salita. Gli imputati diranno che non era compito loro e i loro avvocati sosterranno che Sahid era clandestino e che era il periodo in cui si discuteva del decreto Maroni e della liceità per medici e insegnanti di curare e aiutare extracomunitari non in regola”.

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