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Articolo 21 - Editoriali
Bruno, lo storico di Corte - Recensioni/Uno storico vero legge Vespa
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di Alceo Riosa *

da Europa

Della recente Storia d??Italia, edita dalla Mondadori-Rai Eri non converrebbe nemmeno parlare, se non fosse per il fatto che il ponderoso volume getta qualche luce sull??intima natura del suo autore, l??inossidabile principe dei conduttori televisivi e gran cerimoniere di Porta a porta Bruno Vespa.

Al nostro uomo deve aver dato proprio alla testa la (per lui) straordinaria circostanza di aver ricoperto il ruolo di notaio nella stipula del ??contratto con gli italiani?, sottoscritto in una memorabile trasmissione dal candidato premier Berlusconi, durante l??ultima campagna elettorale politica. Così, considerata la propria felice propensione per vari mestieri, perché non tentare anche quello dello storico? Che per quanto fuori moda in un??epoca come l??attuale, tutta intenta alla rimozione del passato, ha almeno dalla sua quel tanto di scrupolo deontologico che consiglia di non spararle grosse senza una rigorosa prova documentaria che le renda perlomeno verosimili. Per la verità il nostro uomo qualche sentore ne deve pure avere, se nella introduzione si schermisce precisando: «sono un cronista e ho cercato di narrare i decenni nascosti come se gli avvenimenti fossero accaduti oggi» (p. XV). Sarà, ma nel Dizionario Treccani della lingua italiana il termine cronaca vuole dire narrazione degli avvenimenti messi in ordine cronologico senza alcuna interpretazione e critica degli avvenimenti; mentre quella che la quarta di copertina della poderosa opera definisce una ??cavalcata nella storia? è una sequenza di giudizi di secondo ordine che la fa sembrare una vera e propria scorribanda a rompicollo dalla caduta di Mussolini nel luglio 1943 fino al trionfo politico di Berlusconi. Con l??unico obiettivo di dimostrare che la vera risalita dell??Italia dai gradini bassi della classifica in cui precipitò allora si è compiuta solo adesso con lo schiudersi luminoso dell??era Fininvest al governo.

? la stessa struttura della narrazione, tutta tesa a ricostruire il chiacchiericcio del politichese ?? come se crescita economica e civile del paese non fosse esistita ?? a dare quest??impressione, con la descrizione del prima di Berlusconi come di un??epoca quasi uniformemente segnata dal grigiore del consociativismo e responsabile del ritardo con cui avrebbe proceduto l??evoluzione liberale d??Italia, intesa naturalmente dall??autore come liberismo selvaggio. Ne fanno le spese naturalmente anche l??antifascismo e la Resistenza, su di cui Vespa si guarda bene tuttavia di esprimere un giudizio diretto. Gli basta passare il boccino a una certa rumorosa tendenza storiografica attuale che, facendo un uso indebito degli studi di De Felice, se non riabilita il ventennio perché lo vieterebbe la stessa An dopo la catarsi di Fiuggi, si prefigge almeno di deprimere la statura morale degli antifascisti, in nome del principio mal comune mezzo gaudio. Anche questo può servire per porre ancor più in risalto l??epifania della nuova Italia, auspice il trepido cavaliere. Per la verità anche Vespa fa mostra di avanzare qualche sospetto sui motivi reali della discesa in campo di Berlusconi; ma è solo un coup de théãtre per farsi smentire da una dichiarazione esattamente in senso contrario dello stesso interessato, immolatosi, lui sì, disinteressatamente per il bene della patria.

Di questo passo, però, diventa chiaro che l??obiettivo di Vespa non è tanto riscrivere la storia italiana quanto quello di tracciare la biografia apologetica di ??un uomo solo al comando?, con tutto il resto (compresi gli italiani) ridotto a mero accidente. Proprio secondo la medesima logica che qualche mese fa presiedette all??incidente di Porta a porta, quando la trasmissione si ridusse a un interminabile monologo del premier, senza contraddittorio e sotto lo sguardo benevolo e protettivo, anche se un po?? untuoso, del conduttore. Adesso è tutto chiaro: non si trattò di un infortunio sul lavoro, ma della recondita vocazione del Nostro ad essere in ogni circostanza più realista del re. Allora in televisione come adesso con questa pietra miliare della letteratura storica. Non senza cadere in qualche peccatuccio di elusione per non dispiacere al suo sovrano: la legge Mammì, che salvò l??impero mediatico berlusconiano fu in realtà ispirata solo dall??esigenza «di mettere ordine nell'etere» (p. 294). E inoltre non senza compiere alcuni peccatacci di omissione, ad esempio glissando a piè pari sul problema centrale sollevato dall??esordio politico di Berlusconi: il suo colossale conflitto di interessi. E per concentrarsi invece, con una furia avvocatesca da far invidia a Taormina, sul complotto antiberlusconiano ordito dal ??diabolico? presidente della Repubblica di allora, Scalfaro (p. 416), il quale, per mettere a punto la macchina della giustizia contro la sprovveduta vittima «chiamò Borrelli», allora procuratore capo del tribunale di Milano e sospettato di mire in favore di un «governo di magistrati» (p. 386). Incredibile, ma vero, almeno nella faconda immaginazione del nostro autore, il quale, preso dal gioco, non si risparmia di chiamare in causa come complici dell??intrigo anche i poteri forti e l??odiata Rai di Zaccaria, che «scatenò contro il Cavaliere la più spettacolare campagna mediatica che si ricordi » (p. 475).

Naturalmente dando quasi sempre la parola ad una parte sola, quella governativa, e insaporendo l??amalgama con l??aggiunta a mò di prezzemolo della testimonianza qua a là di Andreotti. A meno che non venga fatta intervenire addirittura ??mamma Rosa?, in barba al vecchio adagio che ??ogni scarrafone é bello a?? mamma sua?.

Ciò che dagli esperti è definito uso parziale ed arbitrario delle fonti.

Alla faccia della par condicio. E se per il nostro autore-conduttore questa regola non vale in sede storica, perché rimproverargli di farne strame quando si tratta di manipolare senza scrupoli il pubblico di Porta a porta?

*Ordinario di Storia contemporanea, Università degli studi, Milano

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