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Articolo 21 - Editoriali
La giustizia nell'era del digitale
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di Enzo Carra*

Quello che colpisce di più, nel testo sulle intercettazioni votato durante la notte alla commissione giustizia del Senato (poi dicono che i parlamentari non lavorano!, ha osservato con ironia il Corriere della Sera), è la concezione arcaica del funzionamento della giustizia. Che lo si voglia, o no, siamo entrati nell’era digitale. Il traffico telefonico e la sbobinatura delle telefonate sono ormai da anni assicurate da sistemi tanto rapidi quanto efficaci. Per esempio: al vecchio “brogliaccio” dell’intercettatore, zeppo di ripetizioni e di omissis, si è sostituito un cd che può essere masterizzato e distribuito in tempo reale. E ricostruito in buon italiano dal redattore che ne viene in possesso. Così, la “fuga di notizie” su cui tanto si discuteva anni orsono ha perso la sua natura di fuga per acquisire quella di pura e semplice notizia. Una legge che vuol tutelare la privacy dovrebbe saperlo e non regolare una materia come si sarebbe fatto dieci anni fa. La stessa “talpa” che si vuol condannare non è più quella dell’era analogica. Lo sapete o no, che è tutto diverso?
Per superare il quoziente tecnologico si taglia in radice, allora. E ci si accanisce contro editori e giornalisti. Ai quali va resa più difficile la vita che hanno scelto: fare giornali, scrivere sui giornali. Non potranno dare notizie sulle indagini in corso, non potranno pubblicare le intercettazioni. C’è un piccolo particolare, però. Se si impedisce ai giornali di fare il loro mestiere si impedisce la libertà di stampa. Si contraddice dunque, nello spirito e nella lettera, quell’articolo 21 della nostra Costituzione secondo cui “la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. Difficile in questo caso, per il governo dimostrare che non si operi una censura sulla stampa. Che è notoriamente alla base di qualsiasi democrazia. Per una volta, e soprattutto per questa norma della legge sulle intercettazioni, dobbiamo ammettere che parlare di “voglia di regime” non è un espediente tragico e intimidatorio delle opposizioni.
Si può, è vero, obiettare che anche il governo Prodi, guardasigilli Mastella, aveva tentato qualcosa di analogo. Ma questo non scalfisce la gravità della decisione, conferma soltanto l’intenzione di una politica debole di prendersela con i più deboli. Editori e, soprattutto, giornalisti. Si opera un disegno di separazione tra due categorie, entrambe quotidianamente sotto attacco, a favore del palazzo. Ma, come si vedrà molto presto, difendersi in questo modo è non soltanto sbagliato (e anticostituzionale). Più concretamente è una di quelle misure che l’opinione pubblica respinge perché sa che di esse, se realizzate, beneficeranno alcune fasce, estremamente ridotte nel numero se non negli interessi: la criminalità organizzata, le “cricche” degli affaristi corrotti e corruttori, la “casta” di governo e del Parlamento.
Alle campagne ricorrenti di demagogia e alla pratica del giustizialismo questa legge offre, purtroppo, molte ragioni. Questo è un altro motivo, forse il più convincente sul piano politico, per opporsi a questa legge. Dobbiamo sapere infatti che, oltre le “norme bavaglio”, se passasse come è stata votata nottetempo dalla maggioranza l’azione antimafia e antiterrorismo verrà ridotta, se non bloccata. I limiti alle riprese visive, all’acquisizione dei tabulati telefonici e le nuove forme, molto rigide, sull’autorizzazione renderanno praticamente impossibili le indagini in questo settore. L’organizzazione del lavoro investigativo sarà di fatto paralizzata dalla burocratizzazione delle procedure. La limitazione della durata delle intercettazioni farà di queste una specie di jolly: se si pesca il reato nei giorni previsti, bene, se no niente (eppure gli altri mezzi di ricerca della prova possono essere utilizzati per tutta la durata delle indagini).
Infine, incostituzionale è e verrà certamente provato il no alle riprese visive ed ai tabulati che non hanno a che fare con la segretezza delle comunicazioni costituzionalmente tutelate. Il mix tra novità procedurali e freno alla libertà di stampa è esplosivo. Ed è una buona notizia che sul provvedimento ci sia stato il “no” dell’Udc. Nella scorsa legislatura molte di quelle norme furono votate all’unanimità alla Camera. Poi, lo spegnersi del governo Prodi spense anche quella legge. Anche allora si disse: “è un atto di civiltà giuridica o tutela della privacy”. Io non mi fidavo di quella tutela e, assieme ad altri otto (diconsi otto) parlamentari non votai quelle norme. Farò così anche in questo caso. La privacy non la si difenda attaccando i giornali. P.S.: tutto ciò non significa che vada difeso il lavoro dei Genchi d’Italia e dei magistrati che disinvoltamente preferiscono le intercettazioni a strascico ad ogni altro tipo di indagine. 
 
* da Liberal
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